Dieci date nei palazzetti, tutte esaurite. Anna Pepe, 22 anni, riempie il Forum di Milano per tre sere consecutive, il Palapartenope di Napoli, il Palazzo dello Sport di Roma. Numeri da capogiro per una ragazza che quattro anni fa era sconosciuta ai più. Dovremmo essere felici, no? L’industria musicale italiana è viva, il pubblico c’è, i giovani vanno ai concerti. Eppure, guardando questi sold out, viene da chiedersi: siamo davvero sicuri che sia un successo da celebrare?
Perché in Italia stiamo assistendo a un fenomeno particolare. Abbiamo avuto Fabrizio De André, avevamo Lucio Dalla, Francesco Guccini, Lucio Battisti. Artisti che scrivevano poesie in musica, che raccontavano storie di emarginati, di amore, di guerra, di umanità. Gente che passava mesi a lavorare su un album, che curava ogni parola, ogni arrangiamento. E oggi? Oggi riempiamo i palazzetti con canzoni che sembrano uscite tutte dallo stesso stampo.
Il problema non è Anna (o forse sì)
Sia chiaro: Anna Pepe è un prodotto del suo tempo. Non è colpa sua se è nata nell’era dello streaming, dei TikTok da 15 secondi, delle playlist algoritmiche. Il problema è che la sua musica rappresenta perfettamente tutto quello che non va nella musica italiana contemporanea.
Partiamo dall’autotune. Le sue canzoni ne sono piene. La voce è talmente effettata che diventa impossibile capire se la ragazza sappia davvero cantare. E no, non è “una scelta stilistica della trap”. È un modo per nascondere l’assenza di tecnica vocale. Quando senti un pezzo di Anna senza autotune – ammesso che esista – ti rendi conto che quello che ascolti normalmente è un 70% di tecnologia e un 30% di voce umana.
Poi ci sono i testi. Certo, l’album Vera Baddie è stato “scritto interamente da lei”, come dicono le fonti ufficiali. Ma se guardi i credits delle canzoni, scopri che ogni pezzo ha almeno 2-3 autori per il testo e altri 3-4 per la musica. “Tonight” è firmata da Pucciarmatti e Turolla. “30°C” porta le firme di Pucciarmati, Toto Beats e Arty. “I Love It” ha ben sei nomi nei credits. Sei persone per scrivere una canzone di tre minuti. De André scriveva da solo, con Massimo Bubola al massimo. E i risultati si vedevano.
Il sistema che alimenta il vuoto
Il vero problema non è nemmeno Anna Pepe in sé. Il vero problema è il sistema che l’ha creata e la sostiene. Le radio passano “Désolée” in loop, TikTok la fa diventare virale, Spotify la mette in tutte le playlist di punta. Il pubblico – soprattutto i ragazzini tra i 12 e i 18 anni – viene bombardato da questa musica fino a convincersi che sia normale, che sia bella, che sia l’unica cosa che esiste.
E così i palazzetti si riempiono. Non perché la musica sia buona, ma perché è l’unica che i giovani conoscono. Hanno sentito “30°C” mille volte al centro commerciale, su Instagram, nei video su YouTube. È ovunque. Come fai a non conoscerla? Come fai a non cantarla?
Ma chiediamoci: tra vent’anni, qualcuno si ricorderà di “BBE”? Qualcuno metterà “Tonight” nella colonna sonora della propria vita? O tra vent’anni queste canzoni saranno solo rumore di fondo dimenticato, come tante hit estive che oggi non ricorda nessuno?
Da De André ad Anna: il declino è evidente
Quando Fabrizio De André pubblicava un album, non puntava al tormentone estivo. Puntava all’eternità. “La canzone di Marinella”, “Via del Campo”, “Bocca di Rosa” sono canzoni che continuano a emozionare dopo cinquant’anni. Parlano di prostitute, di amori perduti, di vite ai margini. Parlavano di qualcosa.
Anna Pepe di cosa parla? Di essere “baddie” (qualunque cosa significhi), di soldi, di scarpe, di relazioni tossiche raccontate con la profondità di un post Instagram. Il messaggio che passa è: sii appariscente, sii materialista, sii superficiale. È questo che vogliamo trasmettere ai ragazzini che vanno ai suoi concerti?
Il declino della musica italiana è sotto gli occhi di tutti. Siamo passati dalla poesia all’autotune, dalla sostanza all’apparenza, dall’arte al marketing. E i sold out di Anna Pepe sono il simbolo perfetto di questo declino.
Una rassegnazione che fa male
La cosa più triste? Che probabilmente non cambierà nulla. Il tour 2025 di Anna farà il tutto esaurito. Il prossimo album andrà al numero uno. Le radio continueranno a passarla. I ragazzini continueranno ad amarla. E tra dieci anni ci ritroveremo con un’altra Anna Pepe qualsiasi, magari con ancora più autotune, ancora meno contenuti, ancora più vuoto.
Siamo davvero sicuri che questo sia il futuro della musica italiana che vogliamo? O forse dovremmo fermarci un attimo e chiederci: ma non c’era qualcosa di meglio, prima?
Perché sì, c’era. C’erano i cantautori. C’era la canzone d’autore. C’era la musica che ti faceva pensare, non solo ballare. Ed è quella musica che manca tremendamente oggi. Non nel mercato – quello va benissimo, grazie allo streaming. Manca nelle nostre vite, nella nostra cultura, nella nostra identità.
I sold out di Anna Pepe non sono un successo. Sono una sconfitta. La sconfitta di un paese che ha rinunciato alla qualità in nome dei numeri, che ha sostituito l’arte con il prodotto, che ha scambiato la profondità con la superficialità. E il bello – si fa per dire – è che nemmeno ce ne accorgiamo più.
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