Ryan Murphy e Ian Brennan tornano a scuotere il panorama delle serie true crime con “Monster: La storia di Ed Gein”, ma stavolta la loro scelta creativa rischia di mandare in tilt anche i fan più sfegatati del genere horror. Il nuovo capitolo della saga “Monster” di Netflix, in arrivo il 3 ottobre, ha preso una decisione che definire controversa è un eufemismo: trasformare Ed Gein, il serial killer soprannominato “Il macellaio di Plainfield”, in una sorta di sex symbol televisivo.
Charlie Hunnam, protagonista della serie, interpreta l’assassino che ha ispirato alcuni dei personaggi più terrificanti della cinematografia horror, da Norman Bates di “Psycho” a Leatherface di “Non aprite quella porta”. Ma qui sta il punto: il trailer ufficiale mostra più volte l’attore in versione scolpita e attraente, mettendo in risalto fisico e muscoli invece di concentrarsi sugli aspetti più disturbanti della storia. Una scelta narrativa che stride parecchio con la realtà storica di Gein, un uomo che si vestiva con la pelle delle sue vittime e che difficilmente poteva essere definito un adonis.
La strategia di casting di Murphy non è nuova: le sue serie sono sempre popolate da attori attraenti, anche quando interpretano personaggi malvagi. Ma nel caso di Ed Gein, questa scelta solleva interrogativi sulla direzione che sta prendendo il true crime televisivo. Stiamo assistendo a una romanticizzazione pericolosa dei serial killer o si tratta semplicemente di una necessità produttiva per catturare l’attenzione del pubblico? La risposta probabilmente si trova nel mezzo, ma il dibattito è già iniziato tra critici e appassionati del genere.
La preparazione fisica di Hunnam: ricerca o finzione?
Paradossalmente, Charlie Hunnam ha dichiarato di aver studiato approfonditamente il vero Ed Gein per prepararsi al ruolo. L’attore ha rivelato di aver perso quasi 14 chili per ottenere un fisico più emaciato e “malnutrito”, cercando di replicare la corporatura magra del vero assassino. “Ed era incredibilmente snello”, ha spiegato Hunnam, sottolineando come abbia lavorato sulla postura e sull’energia del personaggio per renderlo meno sicuro di sé e meno dominante fisicamente.
Una preparazione che sembra quasi contraddire quello che vediamo nel materiale promozionale. La dissonanza cognitiva è evidente: da un lato abbiamo un attore che dice di aver cercato di incarnare la fragilità fisica di Gein, dall’altro un trailer che sembra più interessato a mostrare i suoi addominali che la sua psicologia distorta.
Questa contraddizione riflette uno dei problemi endemici delle produzioni true crime contemporanee: l’equilibrio sempre più precario tra fedeltà storica e appeal commerciale. Murphy ha dimostrato in passato di saper camminare su questo filo sottile, ma con Ed Gein la sfida si fa più complessa per la natura particolarmente disturbante dei crimini.
Il precedente di Ted Bundy e la questione dell’attrattiva
Non è la prima volta che una produzione televisiva deve fare i conti con l’aspetto fisico di un serial killer. Ted Bundy, per esempio, era effettivamente considerato attraente dalla società dell’epoca, un elemento che ha contribuito ai suoi crimini e che è stato giustamente esplorato in varie opere cinematografiche e televisive.
Ed Gein, tuttavia, non aveva questa reputazione. Le foto storiche lo ritraggono come un uomo dall’aspetto dimesso, con caratteristiche che difficilmente sarebbero state considerate attraenti. La scelta di Murphy di reinventarlo visivamente attraverso Hunnam rappresenta quindi una libertà creativa significativa che potrebbe allontanare la serie dalla realtà storica.
L’impero Murphy e la serializzazione del crimine
Con “Monster: La storia di Ed Gein”, Ryan Murphy consolida ulteriormente la reputazione di Netflix come piattaforma di riferimento per il true crime. La casa di streaming ha trasformato questo genere in una vera e propria miniera d’oro, cavalcando l’onda del fascino morboso che il pubblico prova per i serial killer e i crimini irrisolti.
Ma questa proliferazione di contenuti true crime solleva questioni etiche importanti. Fino a che punto è lecito spettacolarizzare la sofferenza reale? Murphy ha sempre dimostrato una certa sensibilità nel trattare questi temi, ma la linea tra intrattenimento e sfruttamento è sottile, soprattutto quando si tratta di modificare la realtà per renderla più appetibile al pubblico.
La scelta di rendere Ed Gein fisicamente attraente potrebbe essere interpretata come un tentativo di umanizzare il mostro, ma rischia anche di sminuire l’impatto traumatico dei suoi crimini sulle vittime e sulle loro famiglie.
Il fenomeno del “serial killer chic”
L’industria dell’intrattenimento ha contribuito negli ultimi anni a creare quello che potremmo definire “serial killer chic”: una tendenza che trasforma gli assassini in icone pop, spesso ignorando il dolore delle vittime. Dalle t-shirt con la faccia di Charles Manson ai fan club di Jeffrey Dahmer, il confine tra fascinazione e venerazione si è progressivamente assottigliato.
“Monster: La storia di Ed Gein” rischia di alimentare ulteriormente questo fenomeno, trasformando un criminale raccapricciante in un personaggio televisivo affascinante. Una responsabilità che Murphy e Netflix dovranno gestire con particolare attenzione, soprattutto considerando l’influenza che le loro produzioni hanno sul pubblico globale.
Aspettative e realtà: cosa ci aspetta davvero
Nonostante le perplessità legate alle scelte estetiche, Murphy ha un curriculum solido nel campo del true crime macabro. Le sue precedenti incursioni in questo territorio hanno dimostrato una capacità di bilanciare spettacolo e rispetto per la complessità psicologica dei protagonisti.
La speranza è che “Monster: La storia di Ed Gein” riesca a superare l’impatto visivo iniziale per offrire un ritratto psicologico profondo e disturbante del personaggio. Dopotutto, la vera forza di Murphy come creatore risiede nella sua abilità di scavare nei meandri della psiche umana, rivelando le dinamiche che trasformano persone apparentemente normali in mostri.
Il 3 ottobre scopriremo se questa nuova iterazione di “Monster” riuscirà a mantenere l’equilibrio tra intrattenimento e responsabilità sociale, o se cadrà nella trappola della spettacolarizzazione fine a se stessa.
E tu cosa ne pensi di questa scelta creativa? Credi che rendere fisicamente attraente Ed Gein possa compromettere la serietà della narrazione o pensi che sia solo una strategia per raggiungere un pubblico più ampio? La fascinazione per i serial killer in tv è andrata troppo oltre? Dimmelo nei commenti: il dibattito su etica e intrattenimento nel true crime è più attuale che mai.


