Ognuno di noi ha qualcosa che fa sapendo benissimo che non dovrebbe farlo. Non cose grandi, non cose drammatiche. Cose banali. Quel caffè in più alle sei di sera che vi rovinerà il sonno, quella serie che ricominciate per la quarta volta invece di guardare qualcosa di nuovo, quella telefonata che rimandiate da tre settimane. Sapete che lo fate, sapete perché lo fate, e lo fate lo stesso. Tony Soprano aveva il capocollo.
I Soprano è su Max e se non l’avete ancora vista fermatevi qui, andate a guardarla e tornate dopo. Per chi invece l’ha già vista e magari vuole un motivo per rivederla, parliamo del dettaglio che la serie ha tenuto in bella vista per tre stagioni senza che quasi nessuno ci facesse davvero caso.
Una cosa che sembra un vezzo e non lo è
Per sei stagioni Tony Soprano apre il frigorifero, tira fuori il capocollo e lo mangia con quella tranquillità di chi non deve rendere conto a nessuno. È una delle immagini più riconoscibili del personaggio, al punto che negli Stati Uniti la parola “gabagool” (che è il modo in cui gli italoamericani del New Jersey pronunciano capocollo, storpiando il termine dialettale generazione dopo generazione fino a renderlo quasi irriconoscibile) è entrata nell’immaginario collettivo quanto qualsiasi battuta memorabile della serie.
Per molto tempo il pubblico l’ha preso come un tratto caratteristico, uno di quei dettagli che rendono un personaggio riconoscibile. Un uomo potente che ha la sua fissa per la carne affettata sottile. Simpatico, quasi rassicurante. Il problema è che gli sceneggiatori de I Soprano non mettevano mai niente per caso, e quel capocollo aveva una storia precisa che aspettava solo il momento giusto per emergere.
Stagione tre, casa della madre, una consegna di carne che non si era fermata
Nella terza stagione la madre di Tony muore. Tony torna a casa sua per sistemare le cose, e trova che le consegne di carne dalla macelleria Satriale continuavano ad arrivare anche dopo la sua morte, come se niente fosse. Trova un pacchetto di capocollo, lo apre, ne mangia qualche fetta, e a quel punto parte un flashback.
Ha undici anni. È in macchina con il padre, si fermano davanti alla macelleria Satriale. Il padre gli dice di aspettare fuori. Tony non aspetta fuori perché aveva undici anni e nessuno a undici anni aspetta fuori quando gli dicono di aspettare fuori. Entra, e trova suo padre e lo zio Junior che stanno pestando il macellaio per un debito di gioco non saldato. Lo zio tiene ferma la mano di Satriale mentre il padre prende il coltello da carne e gli taglia il mignolo.
Non è una scena convulsa. Non c’è panico. Il padre di Tony fa questa cosa con la stessa calma con cui potreste tagliare il pane la mattina. Poi, com’è com’è, guarda il figlio che era entrato nonostante gli avesse detto di stare fuori, e sembra quasi soddisfatto che il ragazzo non sia scappato.
Quella sera a cena il padre torna a casa con della carne presa dalla macelleria, la macelleria del mignolo di Satriale, e la mette sul tavolo. La madre Livia comincia ad affettare l’arrosto, ed è talmente contenta per quella carne gratis da diventare visibilmente ammiccante con il marito, quasi eccitata, davanti ai figli seduti a tavola. Tony crolla. Sviene. Primo attacco di panico della sua vita.
Quello che la Melfi capisce, e il dettaglio che Tony non sopporta
Quando Tony racconta tutto questo alla dottoressa Melfi, lei ci arriva abbastanza in fretta. La connessione tra la carne e gli attacchi di panico non riguarda solo la violenza del padre. Riguarda anche la risposta della madre a quella violenza. La carne arrivava in tavola gratis perché il padre aveva spezzato un dito a qualcuno, la madre la cucinava senza fare domande e anzi se ne compiaceva. L’intera catena, dalla sopraffazione al pranzo della domenica, era normale in quella casa.
Tony, che nel frattempo stava cercando di minimizzare tutto e di far sembrare di non essere particolarmente colpito dalla cosa, a un certo punto dice qualcosa che è forse la battuta più rivelatrice di tutta la seduta: che gli sembra strano che sua madre si fosse “eccitata per della carne gratis.” Detto da un uomo che ha appena raccontato di aver visto tagliare un dito a un macellaio quando aveva undici anni, è un modo abbastanza peculiare di scegliere cosa sottolineare. Ma dice tutto su dove Tony aveva imparato a non guardare le cose in faccia.
La Melfi conclude che gli attacchi di panico sono collegati alla carne perché la carne è il punto in cui la violenza del padre e la complicità silenziosa della madre si incontrano in un oggetto concreto, quotidiano, che Tony continua a portarsi in casa. “Tutto questo per una fetta di capocollo?” risponde Tony. La seduta finisce. La settimana dopo è di nuovo davanti al frigorifero.
Il punto che quasi nessuna serie ha il coraggio di fare
Qui sta la cosa che rende I Soprano diversa da quasi tutto il resto: capire il problema non lo risolve. Non è una storia su qualcuno che va in terapia e migliora. Tony passa anni con la Melfi, capisce l’origine dei suoi attacchi di panico, la riconosce ad alta voce, e poi torna a casa a fare esattamente le stesse cose. Smettere di mangiare capocollo significherebbe fare i conti con tutto quello che il capocollo rappresenta, e Tony non ha nessuna intenzione di farlo. Non perché sia stupido, ma perché quello che rappresenta è la sua vita intera.
Questa cosa, l’idea che la consapevolezza di un problema non basti da sola a cambiarlo, è probabilmente la verità più scomoda che la serie racconta. E funziona così bene proprio perché viene affidata a un oggetto ridicolo nella sua banalità. Non un simbolo solenne, non un momento cinematograficamente costruito. Un pacchetto di capocollo trovato in un frigorifero di casa.
Gli sceneggiatori hanno costruito questo dettaglio con una pazienza notevole. Non lo spiegano mai esplicitamente nelle prime stagioni, lo mostrano solo. Tony che apre il frigorifero, Tony che mangia, Tony che ogni tanto sviene tenendo in mano un pezzo di carne. Poi nella terza stagione tutto torna al suo posto, e le scene precedenti cambiano retroattivamente di significato. È il tipo di scrittura che non si vede spesso, e che fa venire voglia di ricominciare dall’inizio sapendo quello che si sa adesso.
I Soprano è su Max. Se la vedete per la prima volta, benvenuti in una delle esperienze televisive più riuscite degli ultimi trent’anni. Se l’avete già vista, adesso avete un motivo in più per tornare a guardarla. E se nel frattempo vi viene voglia di capocollo, beh, succede. Tony Soprano docet.


