Nel 2025 sono diminuiti ancora i personaggi LGBTQ nei film americani distribuiti dai grandi studios, e nei film d’animazione e per famiglie analizzati dal report GLAAD non ce n’è stato nemmeno uno. Il dato ha subito fatto discutere, perché per l’associazione americana è un segnale preoccupante. Per una parte del pubblico, invece, può essere letto in un altro modo: forse Hollywood sta iniziando a capire che certe storie, soprattutto nei prodotti pensati per bambini e famiglie, funzionano meglio quando non sembrano costruite per inseguire una battaglia ideologica.
Il nuovo studio Where We Are in Film, pubblicato da GLAAD, ha preso in esame 225 film usciti nel 2025 e distribuiti dai principali gruppi americani, tra cui Disney, Warner Bros., Netflix, Amazon, Apple, Paramount, Sony, Lionsgate, A24 e NBCUniversal. Solo 46 titoli includevano almeno un personaggio LGBTQ, pari al 20,4%. Nel 2024 erano il 23,6%, nel 2023 il 28,5%. Il calo, quindi, non è isolato: è il terzo anno consecutivo in discesa.
Il dato più forte riguarda però l’animazione e i film per famiglie. Secondo il report, nel campione analizzato non compare nessun personaggio LGBTQ in questa categoria. E per molti spettatori, soprattutto genitori, questa notizia non suona per forza negativa. Negli ultimi anni, infatti, una parte del pubblico ha avuto la sensazione che alcuni film e serie per ragazzi cercassero di inserire temi identitari non perché necessari alla storia, ma perché richiesti dal clima culturale del momento.
Il problema non è l’esistenza di personaggi LGBTQ al cinema. Il problema nasce quando il personaggio sembra entrare in scena solo per rappresentare una posizione, non una persona. Il cinema vive di desideri, conflitti, paure, scelte, caratteri. Se un personaggio viene scritto come una casella da spuntare, lo spettatore se ne accorge subito. E questo vale per chiunque: personaggi gay, etero, donne, uomini, minoranze, famiglie tradizionali o alternative. La scrittura debole resta scrittura debole.
Nei film d’animazione la questione diventa ancora più delicata. L’animazione per famiglie ha sempre parlato anche agli adulti, certo. Pixar, DreamWorks e Disney lo hanno fatto per decenni, spesso con risultati splendidi. Però lo hanno fatto partendo da emozioni universali: perdita, amicizia, paura di crescere, rapporto con i genitori, bisogno di sentirsi accettati. Se invece un film per bambini diventa il luogo in cui infilare messaggi troppo espliciti o discussioni pensate più per i social che per la storia, il pubblico reagisce male.
Ed è forse questo che Hollywood sta registrando. Dopo anni di polemiche, boicottaggi, flop e discussioni infinite su “inclusione” e “woke”, gli studios sembrano muoversi con più prudenza. Non per forza per convinzione artistica. Più probabilmente per calcolo. Un film d’animazione costa centinaia di milioni tra produzione e promozione. Se una scelta narrativa rischia di dividere famiglie, mercati internazionali e pubblico domestico, il produttore inizia a pensarci due volte.
GLAAD legge il calo come un problema di rappresentazione. La sua presidente Sarah Kate Ellis ha parlato di un risultato allarmante, ricordando anche che la Gen Z contiene una percentuale alta di persone che si identificano come LGBTQ. Il ragionamento dell’associazione è chiaro: se il pubblico giovane è più fluido e più aperto, il cinema dovrebbe raccontarlo di più. Dal suo punto di vista, i grandi studios stanno ignorando una parte del pubblico e stanno lasciando indietro storie che meritano spazio.
È una lettura legittima, ma non è l’unica. Perché negli ultimi anni molte persone non hanno contestato la presenza di personaggi LGBTQ in sé. Hanno contestato il modo. Hanno contestato la sensazione di ricevere una lezione, non un racconto. Hanno contestato dialoghi innaturali, personaggi scritti per dichiarare qualcosa, scene pensate per generare titoli e non emozione. In poche parole: hanno contestato la propaganda, o almeno quella che percepiscono come tale.
Il cinema può salvarsi dalla propaganda woke? Forse sì, ma non tornando a cancellare qualcuno. Può salvarsi tornando a una regola banale e fondamentale: prima viene la storia. Se un personaggio LGBTQ serve alla storia, se ha un desiderio, una ferita, un arco narrativo, una complessità, allora può funzionare benissimo. Se invece viene inserito come gesto politico automatico, rischia di danneggiare sia il film sia la stessa rappresentazione che vorrebbe difendere.
La differenza è enorme. Un personaggio scritto bene non sembra mai un manifesto. Sembra una persona. Può essere gay, lesbica, bisessuale, trans, etero, religioso, ateo, conservatore o progressista. Non importa l’etichetta, importa la verità narrativa. Il pubblico accetta quasi tutto quando sente che una storia è sincera. Si irrigidisce quando avverte che qualcuno gli sta spiegando cosa deve pensare.
Nel 2025, secondo GLAAD, la rappresentazione LGBTQ è rimasta più presente soprattutto nei film a medio budget e negli horror. Questo dato è interessante, perché l’horror è da sempre un genere più libero, più sporco, più disposto a raccontare corpi, paure, identità e marginalità senza dover piacere a ogni fascia di pubblico. In quel territorio, certi personaggi possono esistere con meno pressione pedagogica e più libertà narrativa.
Il family movie, invece, ha un patto diverso con lo spettatore. Deve parlare ai bambini, ma anche rassicurare gli adulti che li accompagnano. Non significa evitare qualsiasi tema complesso. Significa trattarlo con intelligenza, senza forzature e senza trasformare ogni film in un campo di battaglia culturale. Se gli studios hanno deciso di fare un passo indietro nei prodotti per famiglie, forse stanno cercando di recuperare un rapporto di fiducia con una parte del pubblico che negli ultimi anni si è sentita respinta o presa in giro.
C’è poi un’altra questione: la qualità. Hollywood non ha bisogno di meno diversità, ha bisogno di meno pigrizia. Molti film recenti hanno usato l’inclusione come scudo, quasi come se bastasse inserire certi temi per rendere un prodotto automaticamente importante. Ma il pubblico non va in sala per premiare un’intenzione. Va in sala per emozionarsi, divertirsi, tremare, ridere, piangere, riconoscersi o scoprire qualcosa.
Il calo segnalato da GLAAD, quindi, racconta due cose diverse. Da un lato mostra che i grandi studios stanno riducendo la presenza di personaggi LGBTQ nei film più esposti. Dall’altro suggerisce che il cinema commerciale sta cercando di uscire da una fase in cui ogni scelta creativa veniva letta come dichiarazione politica. Per qualcuno è una perdita. Per altri è un sollievo.
La verità probabilmente sta nel mezzo. Un cinema più libero non dovrebbe avere paura di raccontare nessuno. Ma non dovrebbe nemmeno sentirsi obbligato a trasformare ogni racconto in una prova di appartenenza ideologica. Soprattutto nell’animazione, il ritorno a storie più semplici, meno programmatiche e più emotive potrebbe essere una buona notizia.
Alla fine, il pubblico non chiede personaggi tutti uguali. Chiede personaggi vivi. E se Hollywood vuole davvero recuperare fiducia, deve ripartire da lì: meno formule, meno prediche, meno calcoli da ufficio marketing. Più storie scritte bene.
E voi cosa ne pensate: il calo dei personaggi LGBTQ nei film, soprattutto nell’animazione, è un passo indietro o un segnale che Hollywood sta tornando a mettere la storia davanti alla propaganda? Scrivetelo nei commenti e dite la vostra.


