Il trailer finale de Il Diavolo Veste Prada 2 è uscito ieri, e con lui la prima anticipazione concreta sulla trama. Andy Sachs è tornata a lavorare per Runway – non come assistente questa volta, ma come responsabile dei contenuti editoriali – e Miranda Priestly l’ha richiamata con una frase che riassume bene il tono del film: “Aiutaci a gestire il nostro scandalo attuale.” La rivista ha problemi seri: il prezzo delle azioni sta crollando, la stampa parla male di Miranda, e il mondo della moda è cambiato abbastanza da rendere Runway una macchina difficile da tenere in moto. Il sequel parte da lì.
Il film arriva nelle sale italiane il 29 aprile 2026 – un giorno prima degli Stati Uniti, dove esce il 1° maggio. Non è un caso. Parte delle riprese si è svolta a Milano, e in particolare alla Pinacoteca di Brera, dove Lady Gaga ha girato alcune scene lo scorso ottobre. La sua presenza nel film non è solo musicale: compare anche in un cameo, anche se i dettagli restano riservati.
La canzone che accompagna il trailer si chiama “Runway” ed è una collaborazione tra Lady Gaga e la rapper Doechii. Sul set la traccia non è mai stata riprodotta – per evitare fughe di notizie, Gaga ha cantato in playback durante le riprese, con la versione definitiva aggiunta in post-produzione. Una cautela un po’ maniacale, forse, ma del resto il primo film aveva costruito buona parte del suo fascino anche sulla colonna sonora, e evidentemente nessuno voleva rischiare.
Il cast originale è quasi interamente riunito. Meryl Streep torna come Miranda Priestly, Anne Hathaway come Andy, Emily Blunt come Emily – che nel trailer pronuncia la sua nuova massima preferita: “Che i ponti che brucio illuminino la mia strada” – e Stanley Tucci come Nigel. Le new entry sono Simone Ashley di Bridgerton, Lucy Liu, Kenneth Branagh e Justin Theroux, tra gli altri. La regia è ancora di David Frankel, la sceneggiatura ancora di Aline Brosh McKenna, le stesse persone del 2006.
La trama che il trailer lascia intravedere è più articolata di quanto ci si potesse aspettare. Andy non è semplicemente tornata a Runway – è tornata per gestire una crisi. Qualcuno le suggerisce di scrivere un libro, “la biografia definitiva su Miranda Priestly”. Andy risponde che farà qualcosa di quel lavoro, senza precisare cosa. Miranda nel frattempo deve fare i conti con un’industria che non la aspetta più: la carta stampata perde terreno, gli inserzionisti se ne vanno, i social e il fast fashion hanno rimescolato le carte in modo che nemmeno lei riesce a controllare del tutto.
Vale la pena ricordare una cosa che Anne Hathaway aveva chiesto in fase di produzione: nessuna modella “eccessivamente magra” nel film. Una richiesta che in un contesto come quello della moda patinata non è automatica, e che dice qualcosa sul tipo di conversazione che questo sequel vuole aprire rispetto all’originale. Il film del 2006 aveva un rapporto ambivalente con il corpo femminile – quella scena in cui Andy mangia un pezzo di formaggio e tutti la guardano come se stesse commettendo un crimine è rimasta nella memoria collettiva per una ragione. Se il sequel decide di non replicare quel tipo di dinamica, è una scelta consapevole.
Sul fronte della promozione, il tour mondiale è già partito da Città del Messico, ha fatto tappa a Tokyo con Streep e Hathaway, e proseguirà a Seoul e Shanghai prima della première mondiale a New York. Per ogni tappa viene pubblicato un lookbook con gli outfit del cast – una trovata che si inserisce perfettamente nel tipo di conversazione che un film sulla moda sa generare sui social.
Il film dura 120 minuti ed è prodotto da 20th Century Studios e distribuito in Italia da Disney.
Quasi vent’anni sono tanti. Le persone che avevano vent’anni quando è uscito il primo film ne hanno quaranta adesso, e il mondo della moda che il film raccontava non è più quello di oggi. Runway era una rivista di carta in un momento in cui le riviste di carta contavano ancora. Miranda Priestly era intoccabile in un momento in cui certe figure di potere sembravano impermeabili a qualsiasi cambiamento. Entrambe le cose adesso sono messe in discussione, e il sequel sembra voler usare quella distanza come punto di partenza narrativo piuttosto che come problema da ignorare.
Se funzionerà lo vedremo dal 29 aprile in poi. Ma l’interesse c’è, e il trailer – a giudicare dalle reazioni online – ha convinto abbastanza da tenere viva l’attesa.
Pensi che un sequel a quasi vent’anni di distanza abbia senso, o certi film funzionano meglio se rimangono soli? Scrivilo nei commenti.


