Esiste una categoria molto specifica di film che non avreste mai cercato attivamente ma che avete trovato in tendenza su una piattaforma un giovedì sera qualsiasi, magari perché dopo venti minuti di scroll non riuscivate a decidere niente di meglio. Enzo, disponibile su NOW, appartiene a quella categoria con una certa onestà disarmante. Non è un film che si vende facilmente in un trailer, non ha la struttura di qualcosa pensato per intrattenere in modo convenzionale, e la trama sulla carta sembra una di quelle cose che avreste visto a un cineforum universitario con la sedia di legno scomoda e qualcuno che fa domande troppo lunghe durante il dibattito finale. Eppure funziona. Con qualche riserva, che spiegheremo, e con un finale che ha lasciato molti spettatori a fissare i titoli di coda chiedendosi se quello che avevano appena visto fosse una scelta deliberatamente aperta o semplicemente una storia rimasta a metà.
La storia dietro la storia, che vale quasi quanto il film
Enzo porta in apertura dei titoli una cosa insolita: “Un film di Laurent Cantet realizzato da Robin Campillo.” Due nomi, due ruoli distinti, una genesi che è quasi una storia a sé.
Laurent Cantet è il regista francese che nel 2008 ha vinto la Palma d’Oro a Cannes con La classe, uno di quei film che se l’avete visto non avete dimenticato e se non l’avete visto avete un buco nella vostra formazione cinematografica destinato prima o poi a emergere nel momento sbagliato. Cantet ha scritto Enzo, ha costruito il progetto, ha lavorato alla sceneggiatura insieme al suo collaboratore storico Robin Campillo e a Gilles Marchand, e poi si è ammalato. È morto il 25 aprile 2024, prima che una sola scena venisse girata.
A quel punto il progetto sarebbe potuto scomparire nel nulla, come succede a molti film lasciati a metà da chi li aveva immaginati. Invece Campillo ha raccolto il lavoro dell’amico e lo ha portato a termine. Campillo non è uno qualunque chiamato a tamponare un’emergenza: è il regista di 120 battiti al minuto, che nel 2017 aveva vinto il Grand Prix della Giuria a Cannes, ed è stato il montatore di Cantet su sei film nell’arco di vent’anni. Conosceva la sua mano meglio di chiunque altro. Ha dichiarato con chiarezza: “È il film di Laurent, il suo progetto, la sua visione dei conflitti umani.” Il risultato è un’opera che porta le impronte di due sensibilità diverse, e quella tensione si sente sullo schermo in modo strano, a tratti affascinante, a tratti un po’ disorganico. Ma ci arriviamo.
Favino in francese tra due ragazzi che non avevano mai visto un set
Il cast di Enzo è costruito in modo abbastanza insolito. I due protagonisti, Eloy Pohu nel ruolo di Enzo e Maksym Slivinskyi in quello di Vlad, non avevano mai recitato in niente prima di questo film. Zero esperienze, zero formazione, zero set alle spalle. Campillo li ha cercati, selezionati e poi ha costruito il film intorno a loro, puntando su una naturalezza che con attori professionisti avrebbe richiesto mesi di preparazione e sarebbe comunque rischiata di suonare studiata.
Eloy Pohu ha una qualità specifica che funziona molto bene per questo personaggio: sembra sempre sul punto di dire qualcosa e poi non lo dice, e quello spazio tra l’intenzione e il silenzio è esattamente dove vive Enzo. Non è un’interpretazione nel senso tecnico, è una presenza. E per questo tipo di film, quella distinzione fa una differenza notevole.
Accanto a questi due Campillo ha messo Pierfrancesco Favino nei panni del padre Paolo, e qui le cose si fanno interessanti per ragioni pratiche: il film è interamente in francese, e Favino recita in una lingua che non è la sua per tutta la durata. Lo fa con quella precisione che chi lo ha visto lavorare sa riconoscere immediatamente. L’accento italiano che affiora appena sotto il francese non disturba, diventa un dettaglio del personaggio, un modo sottile per raccontare che Paolo è un uomo tra due culture che non appartiene del tutto a nessuna delle due, un po’ come suo figlio. Che sia voluto o meno, funziona.
Di cosa parla, per chi non lo avesse ancora capito dal titolo
Enzo ha sedici anni, villa con piscina a La Ciotat vicino a Marsiglia, genitori che lo amano e che si aspettano che vada all’università, e un fratello maggiore che sta facendo esattamente quello che ci si aspetta da lui. Enzo invece abbandona la scuola e va a fare l’apprendista muratore. Il capo cantiere che lo accompagna a casa per parlare con i genitori e si trova davanti una villa di quel livello fa una di quelle espressioni che valgono più di qualsiasi dialogo.
Il perché di questa scelta Enzo non lo spiega mai del tutto, e il film ha la sensatezza di non spiegarlo per lui. C’è il rifiuto del mondo borghese dei genitori, c’è il bisogno di sporcarsi le mani, c’è il padre che gli sta addosso con le sue aspettative anche quando le esprime con affetto autentico. E poi c’è Vlad, il collega ucraino ventenne con cui Enzo costruisce qualcosa che il film chiama amicizia ma che ha chiaramente un’altra temperatura emotiva, almeno da un lato. Vlad è eterosessuale e lo fa capire. Enzo lo sa e si arrangia con quella consapevolezza come può, cioè non benissimo, il che è abbastanza fedele a come funzionano certe cose a sedici anni.
Il film accumula nel corso della storia diversi livelli tematici: il conflitto di classe, l’identità sessuale che si forma lentamente e senza nome, il rapporto con un padre che ama il figlio nel modo sbagliato, e poi la guerra in Ucraina, che entra nella storia nel momento in cui sembra che qualcosa di buono stia finalmente succedendo. Vlad e il suo connazionale Miroslav vengono chiamati ad arruolarsi. Devono tornare a combattere. E il legame che Enzo stava costruendo con Vlad, quella cosa sospesa tra amicizia e qualcos’altro, si interrompe nel momento sbagliato.
Il finale, spiegato con la nostra opinione
La scena finale si svolge a Ercolano, dove Enzo è in vacanza con la famiglia. Cammina tra le rovine dell’antica città sepolta dal Vesuvio quando riceve una telefonata. È Vlad. Chiama dal fronte, in Ucraina, con le bombe che si sentono in sottofondo. Non chiama per raccontare come sta, né per fare il punto della situazione. Chiama cercando conforto, e quella chiamata dice a Enzo qualcosa che non aveva ancora capito del tutto: per qualcuno, lui è stato importante davvero.
Campillo sovrappone al suono della telefonata le immagini delle città ucraine distrutte dalla guerra, accostate alle rovine di Ercolano. Il parallelo è esplicito, forse troppo: da un lato una città sepolta duemila anni fa dalla violenza della natura, dall’altro città sepolte oggi dalla violenza degli uomini. La storia che distrugge, le rovine che restano.
La nostra opinione è che la scena funzioni emotivamente, ma stia un mezzo passo oltre il necessario. L’accostamento visivo tra Ercolano e l’Ucraina è bello e vero, però il film ci arriva già carico di simbolismi aperti, e aggiungerne un altro nell’ultima sequenza dà la sensazione di chi vuole assicurarsi che il messaggio sia arrivato anche alle ultime file. La telefonata in sé, invece, è la cosa migliore: Vlad che chiama Enzo dal fronte con le bombe sullo sfondo e cerca conforto è una scena che dice tutto senza spiegare niente, e in quel silenzio di Enzo che risponde c’è più film di molte scene precedenti messe insieme.
Il problema, se vogliamo essere precisi, è che Enzo arriva al finale con troppi fili ancora aperti e quella telefonata deve fare un lavoro di chiusura emotiva per cui probabilmente non basta una sola scena. Il personaggio di Enzo esce dal film irrisolto, e in parte è una scelta giusta perché i sedicenni sono irrisolti per definizione, ma in parte lascia lo spettatore con la sensazione di aver seguito qualcuno per centodue minuti senza sapere dove stesse andando, e di non saperlo ancora alla fine.
Il che, per essere onesti, non è necessariamente un difetto. È solo un tipo di finale che richiede di essere accettato per quello che è, senza aspettarsi che tutti i conti tornino.
Un film da vedere, con le aspettative giuste
Enzo è stato girato in sei settimane tra Tolone e La Ciotat, con due non professionisti nei ruoli principali e la sceneggiatura di un regista che non c’era più. Il fatto che regga è già una notizia. Il fatto che in certi momenti vada oltre la semplice tenuta e tocchi qualcosa di vero è la ragione per cui vale la pena cercarlo su NOW invece di scrollare per altri venti minuti cercando qualcosa di più facile da digerire.
Non è Chiamami col tuo nome, anche se il confronto viene naturale e il film stesso sembra a volte consapevole di quella vicinanza. È qualcosa di più grezzo, meno rifinito, con i bordi che si vedono, e quella imperfezione fa parte di quello che è. Come Enzo, in fondo: un ragazzo che non sa ancora cosa vuole essere, visto per un’estate, poi lasciato al suo destino.


