Il film Il Marciatore – La vera storia di Abdon Pamich ha conquistato la Rai e il pubblico italiano, andando in onda il 10 febbraio 2026 in prima serata su Rai1. Ora è comunque disponibile su Rai Play. Ma la vera sorpresa non sta solo nella storia commovente raccontata, bensì in un dettaglio che ha lasciato tutti a bocca aperta: Abdon Pamich, a 93 anni, ha camminato davvero sull’altopiano carsico per aprire il film. Non è stato un trucco cinematografico, non è stata usata una controfigura. Il campione olimpico ultranovantenne ha percorso a piedi quella strada che appartiene alla sua infanzia, dando il via al racconto della sua vita straordinaria.
La scena che apre il film è autentica e potente. Pamich, con i suoi 93 anni portati con una dignità incredibile, cammina lentamente ma con passo sicuro su quel territorio carsico che conosce fin da bambino. Quel cammino non è solo l’inizio di un film, è la dimostrazione vivente che la marcia per lui non è mai stata solo sport, ma un modo di essere. Un linguaggio dell’esule, come è stato definito. Chi fugge, chi resiste, chi non si arrende, continua a camminare. Sempre.
E Pamich continua a farlo anche oggi. Pochi giorni prima dell’uscita del film, il 20 gennaio 2026, ha fatto il tedoforo alle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 portando la fiaccola olimpica a Vicenza. Un’impresa anche questa, a 92 anni compiuti (è nato il 3 ottobre 1933). La sua partecipazione al percorso della fiamma olimpica è stata emozionante, anche se è stata offuscata da una polemica: alcune voci sui social avevano raccontato che l’organizzazione lo avesse abbandonato in strada dopo il suo tratto da tedoforo. La notizia ha fatto scoppiare un caso, con politici e istituzioni che hanno chiesto spiegazioni.
Ma è stato lo stesso Pamich a chiarire tutto con la lucidità e la classe che lo contraddistinguono: “Ci tengo a precisare che non è vero che io sia stato abbandonato. Semplicemente non sono salito sul pullman dell’organizzazione perché mi sono venuti a prendere degli amici e sono andato via in macchina con loro. Sono rimasto sbalordito quando l’ho letto”. Il campione ha aggiunto che per lui è stata “una bellissima esperienza, la prima volta in 92 anni di vita. Mi ha fatto anche piacere essere stato riconosciuto da tante persone, ho fatto selfie e firmato autografi”.
Questa vicenda racconta molto di Pamich. A 92 anni è lucido, presente a se stesso, in forma splendida, come conferma anche il fratello minore Raoul che vive a Rapallo. In un’intervista ha raccontato: “Quando lo vedi, capisci che quello che ha fatto lo sport gli è rimasto addosso: è in una forma splendida, davvero. Non per nulla è riuscito a fare il tedoforo alle olimpiadi”. La marcia lo ha temprato non solo fisicamente, ma anche mentalmente. La capacità di resistere, di durare, di andare avanti passo dopo passo è diventata la sua filosofia di vita.
Il film racconta proprio questo. Non è un documentario sportivo, non è la celebrazione retorica di un campione. È il ritratto intimo di un uomo che ha dovuto imparare a resistere prima ancora di imparare a marciare. Come ha spiegato il regista Alessandro Casale: “Prima ancora di imparare a marciare, Abdon impara a resistere. Pamich è un uomo fatto di carne e silenzi, sacrifici e umiltà”. La scelta del tono è stata quella di un racconto sobrio, evitando ogni trionfalismo. La marcia non è presentata come un santino, ma come un approdo, quasi il risultato collaterale di una vita costretta a imparare a durare.
Le riprese del film si sono svolte tra novembre e dicembre 2025, per cinque settimane interamente in Friuli Venezia Giulia. E qui arriviamo a un’altra curiosità straordinaria: le location non sono state scelte a caso. Molti luoghi sono quelli autentici dove Pamich ha vissuto le sue vicende. La location principale è stata l’Ex Campo Profughi di Padriciano, appena fuori Trieste. Questo non è un set ricostruito: è il vero campo dove passarono migliaia di esuli giuliano-dalmati dopo la guerra, compreso Pamich e la sua famiglia.
La produzione ha potuto girare lì grazie alla collaborazione dell’IRCI (Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata) e del Museo di Padriciano. Camminare in quei luoghi, vedere quelle baracche, quegli spazi angusti dove le famiglie vivevano ammassate, ha dato al film una profondità emotiva e una verità storica impossibili da ricreare in studio. Il regista Casale ha voluto fortemente questa autenticità perché la storia di Pamich non è solo la sua, ma quella di 250.000 profughi istriani che dopo il 1947 furono costretti a lasciare le loro case.
Altre location significative sono state la Rocca di Monrupino, la Strada Napoleonica, il Sentiero Rilke, il Porto Vecchio di Trieste, la Biblioteca Statale Stelio Crise, e poi ancora Udine, Gorizia, Turriaco, Gradisca, Giassico. Ogni luogo è stato scelto per raccontare un pezzo di quella storia. Il Friuli Venezia Giulia non è solo uno sfondo scenografico: è un protagonista del racconto, terra di confine, di scontri e incontri, di memorie ancora vive.
Il cast del film vede Fausto Sciarappa nel ruolo del padre Giovanni, Michele Venitucci nei panni dell’allenatore Giuseppe Malaspina (soprannominato “il Mago della marcia”), Tobia De Angelis come Giovanni, il fratello maggiore di Abdon. Il giovane Abdon è interpretato da Andrea Bordoli (classe 2011) da bambino e da Michael Marini da adolescente. Ma la presenza più emozionante è quella del vero Abdon Pamich che interpreta se stesso da anziano.
Bordoli, giovanissimo attore già apparso in Che Dio ci aiuti e prossimamente in Chiaroscuro su Netflix, ha raccontato: “Interpreto Abdon da ragazzo ed è stata un’esperienza bellissima, la mia prima esperienza così importante. Ho imparato tanto, sia come attore sia perché ho scoperto una storia che mi ha colpito molto”. Lavorare con il vero Pamich sul set deve essere stato incredibile per questi giovani attori. Poter ascoltare dalla sua voce le storie di quella fuga disperata, dei campi profughi, della fame, della diffidenza degli italiani verso i profughi istriani.
Il film si basa sul libro autobiografico “Memorie di un marciatore” scritto dallo stesso Pamich nel 2016 (a cura di Roberto Covaz, edito da Edizioni Biblioteca dell’Immagine). Nel libro, Pamich racconta senza filtri la sua vita. La fuga da Fiume nel 1947 quando aveva solo 14 anni, insieme al fratello Giovanni che sognava di diventare chirurgo. I trenta chilometri percorsi a piedi sotto il sole dopo aver perso il treno, con scarpe leggere e poche lire in tasca. L’arrivo al campo profughi di Novara dove a 13 anni ha vissuto di stenti, freddo e miseria, mangiando solo riso e lenticchie.
Gli esuli istriani non erano ben visti in Italia. Erano considerati stranieri da bistrattare, spesso tacciati di fascismo. La famiglia di Pamich si è trasferita più volte prima di stabilirsi a Genova, dove Abdon ha finalmente trovato la sua strada. Prima ha pensato al pugilato, influenzato dallo zio Cesare (ex pugile e allenatore), poi ha seguito le orme del fratello Giovanni nella marcia. Ma le difficoltà economiche e sociali lo hanno spinto ad abbandonare lo sport per dedicarsi agli studi. È diventato uno stimato chirurgo e ha conseguito anche una seconda laurea in psicologia.
Ma il talento e la passione non si sono spenti. A Genova ha incontrato Giuseppe Malaspina, grande allenatore che ha riconosciuto in quel ragazzo taciturno “una qualità rara: la capacità di resistere, di durare”. Da lì è cominciata la leggenda. Pamich ha dominato la marcia italiana in modo impressionante. Negli archivi della Federazione il suo nome è legato a una sequela di “ininterrottamente”: titoli italiani sui 10 km pista dal 1958 al 1969, sui 20 km strada dal 1958 al 1969, sui 50 km strada dal 1955 al 1968. Quaranta volte campione italiano.
A livello internazionale ha partecipato a cinque edizioni olimpiche (dal 1956 al 1972). A Roma 1960 ha vinto il bronzo nei 50 km, anche se la prestazione non lo ha soddisfatto perché si era allenato troppo intensamente il giorno prima. Pochi mesi dopo, sempre allo Stadio Olimpico di Roma, ha stabilito il record mondiale dei 50.000 metri di marcia con il tempo di 4 ore 14 minuti e 2 secondi.
La rivincita è arrivata a Tokyo 1964, in una gara diventata leggendaria. Durante la competizione un tè troppo freddo al rifornimento gli ha causato un mal di pancia terribile che lo ha costretto a fermarsi e liberarsi. Sembrava finita. Ma Pamich, che nella vita ne aveva viste tante, non si è lasciato condizionare. Ha ripreso la marcia e ha vinto l’oro olimpico in una prestazione epica immortalata in una pagina memorabile di Gianni Brera: “Gli ultimissimi chilometri di Pamich, un angoscioso andare verso il traguardo”.
Nel 1972 è stato portabandiera dell’Italia alle Olimpiadi di Monaco. Un onore immenso per un profugo che era arrivato in Italia senza niente, considerato uno straniero di cui diffidare. La marcia per Pamich non è mai diventata un lavoro: per andare alle Olimpiadi dalla Esso (l’azienda petrolifera per cui lavorava) doveva prendere le ferie. Prima a Genova, poi trasferito a Roma per seguire la sede dell’azienda, ha sempre conciliato sport e lavoro con una tenacia incredibile.
La data di messa in onda del film, il 10 febbraio, non è casuale. È il Giorno del Ricordo, dedicato alla memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Pamich è sempre stato in prima linea nel testimoniare questa tragedia storica. A 92 anni continua a partecipare alle commemorazioni, a raccontare ai giovani cosa significò fuggire da Fiume, cosa significò essere profugo in Italia. Il giorno del film era a Montecitorio per il Giorno del Ricordo, dove ha incontrato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: una occasione a cui non fa mai mancare la propria testimonianza.
La scelta del regista Alessandro Casale di fare il suo debutto alla regia con questo film è significativa. Casale ha lavorato per oltre vent’anni come aiuto regista con maestri come Ferzan Özpetek, Sergio Castellitto, Francesca Comencini, Daniele Ciprì. Ha diretto episodi di Don Matteo e altre serie di successo. Ma per il suo esordio da regista ha scelto di raccontare una storia vera, quella di un atleta poco conosciuto al grande pubblico, ma la cui identità è fortemente legata al territorio del Friuli Venezia Giulia, terra di confine.
La colonna sonora di Andrea Farri accompagna le sequenze emozionanti sottolineando la forza del racconto, mentre la fotografia di Marco Pieroni cattura magnificamente l’ambientazione del passato e l’umanità dei protagonisti. La sceneggiatura di Andrea Porporati racconta la storia con sensibilità e profondità, costruendo due piani temporali che si intrecciano: da una parte la giovinezza segnata dall’esilio, dall’altra la lunga preparazione come marciatore che lo porterà all’oro olimpico.
A 93 anni, Abdon Pamich è ancora un uomo diritto ed elegante, con un tratto di antica cortesia che spesso contraddistingue gli esuli istriani. Il suo nome, di origine persiana, significa “Servo del Signore”. Da bambino non gli piaceva, tanto che si faceva chiamare Aldo. Non immaginava che quel nome sarebbe diventato famoso e rispettato in tutta Italia e nel mondo dello sport.
Oggi vive a Roma, ma il suo cuore è rimasto a Genova, la città che lo ha accolto profugo e lo ha visto diventare campione. E ogni volta che cammina su quell’altopiano carsico, ogni volta che torna in Friuli, rivive quei passi disperati della fuga, quella marcia verso la libertà che poi è diventata la sua vita, il suo sport, la sua identità. Il Marciatore non è solo un film: è la testimonianza che chi sa resistere, chi sa durare, chi continua a camminare passo dopo passo, alla fine arriva sempre al traguardo.
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