Jon Hamm aveva già raccontato nel 2017 uno degli incubi più attuali di Hollywood: ricreare digitalmente i morti con l’intelligenza artificiale. Il film si chiama Marjorie Prime, è passato abbastanza sotto traccia, ma oggi sembra molto più disturbante di quando uscì. Perché all’epoca l’idea di parlare con una versione artificiale di una persona scomparsa sembrava fantascienza elegante, quasi da teatro. Nel 2026, invece, sembra una notizia pronta a spuntare domani mattina tra cinema, streaming e accordi firmati dagli eredi.
Il film, scritto e diretto da Michael Almereyda, è tratto dall’opera teatrale di Jordan Harrison del 2014. Al centro della storia c’è Marjorie, una donna di 85 anni interpretata da Lois Smith, che comincia a mostrare i sintomi dell’Alzheimer. La figlia Tess, interpretata da Geena Davis, e il genero Jon, interpretato da Tim Robbins, decidono di aiutarla attraverso un servizio chiamato Prime: una tecnologia capace di creare ologrammi di familiari morti, costruiti usando i ricordi delle persone ancora vive.
Nel caso di Marjorie, l’ologramma è quello del marito Walter, interpretato da Jon Hamm. Solo che Walter non appare come un uomo anziano. Viene ricreato nella sua versione più giovane, affascinante, rassicurante. Una presenza gentile, educata, programmata per ascoltare e ripetere ricordi. In apparenza è un conforto. Una specie di mano tesa verso una donna che sta perdendo pezzi della propria memoria.
Poi però arriva il disagio.
Perché più Walter impara, più diventa chiaro che quei ricordi non sono mai puliti. Non sono registrazioni oggettive. Sono frammenti manipolati, rimossi, addolciti, raccontati male, ricostruiti secondo il bisogno di chi sopravvive. E allora l’ologramma non diventa solo un aiuto. Diventa uno specchio storto della famiglia. Una macchina che consola, certo, ma che può anche riportare in superficie dolori e segreti che forse nessuno voleva più guardare.
Ed è qui che Marjorie Prime oggi fa più paura. Non perché mostri robot assassini o città distrutte da macchine ribelli. Niente Skynet, niente guerre futuristiche, niente computer che decidono di cancellare l’umanità con la solita finezza da elettrodomestico arrabbiato. Il suo orrore è molto più domestico. Sta in salotto. Ha una bella faccia. Parla con calma. Sembra voler aiutare.
Il tema è diventato ancora più forte perché Hollywood, negli ultimi anni, si è avvicinata parecchio a quel confine. La resurrezione digitale degli attori non è più solo una trovata da fantascienza. Abbiamo visto casi discussi, come Alien: Romulus, dove è stata ricreata la figura di Ian Holm per riportare in scena il sintetico Ash. In quel caso si è parlato di un mix di effetti pratici, CGI e uso dell’IA soprattutto per la voce, ma il risultato ha comunque diviso parecchio il pubblico. La domanda resta lì, fastidiosa: quando rivediamo un attore morto sullo schermo, stiamo assistendo a un omaggio o a una forma elegante di sfruttamento?
E poi c’è il caso di Val Kilmer, morto nel 2025. Secondo quanto riportato, nel film As Deep as the Grave sarebbe stata usata l’IA generativa per ricrearlo, con il permesso degli eredi. E qui la faccenda si complica. Perché il consenso della famiglia può rendere tutto legale, ma non elimina per forza il disagio. Un attore è solo un volto da riutilizzare? Una voce? Un archivio di espressioni da rimettere in movimento? Oppure c’è qualcosa che si perde nel momento in cui la persona non può più scegliere come essere rappresentata?
È una domanda enorme, e Marjorie Prime l’aveva già messa sul tavolo con una delicatezza quasi crudele.
Il film non punta sullo shock. Non ti prende per il colletto. Ti mette davanti una situazione apparentemente tenera e poi ti lascia capire, poco alla volta, quanto sia ambigua. Jon Hamm è perfetto proprio per questo. Il suo Walter è affascinante, composto, morbido nei modi. Sembra il marito ideale recuperato dalla memoria. Ma ogni tanto inciampa. Non nel senso fisico. Inciampa nei limiti del software, nelle informazioni incomplete, nelle emozioni che può imitare ma non possedere.
E questa è una delle paure più attuali legate all’IA: non che diventi troppo umana, ma che sembri umana abbastanza da confonderci.
Oggi siamo già abituati a chatbot che imitano il tono delle persone, voci sintetiche, avatar, canzoni generate con timbri vocali rubati o ricostruiti, immagini finte sempre più credibili. Non siamo ancora arrivati davvero agli ologrammi familiari perfetti di Marjorie Prime, per fortuna. Però la strada non sembra più così lontana. E forse è proprio questo che fa venire i brividi.
Anche Black Mirror aveva toccato un nervo simile nell’episodio Be Right Back, dove una donna usa la tecnologia per ricreare il compagno morto. Ma Marjorie Prime sceglie una via più silenziosa, quasi più dolorosa. Non parla solo del lutto. Parla della memoria. Di come raccontiamo chi abbiamo amato. Di quanto siamo disposti a correggere il passato pur di renderlo sopportabile.
E il cinema, in questo discorso, ha una responsabilità enorme. Gli attori non sono solo materiale digitale. Non sono librerie di movimenti e voci. Sono persone che hanno costruito una presenza, un’identità, un rapporto con il pubblico. Ricrearli dopo la morte può sembrare una magia, ma rischia di diventare una scorciatoia pigra e inquietante. Invece di creare nuovi volti, si continua a spremere quelli che conosciamo già. Un po’ come se Hollywood non riuscisse più nemmeno a lasciare riposare i suoi fantasmi.
Marjorie Prime, visto oggi, non sembra più un piccolo film sci-fi dimenticato. Sembra un avvertimento gentile. Uno di quelli che non urlano, ma restano in testa. Perché forse il futuro non arriverà con robot giganti e laser nel cielo. Forse arriverà con la voce di qualcuno che non c’è più, ricreata abbastanza bene da farci dimenticare che non è davvero lì.
E tu cosa ne pensi? Usare l’IA per ricreare attori scomparsi è un omaggio accettabile o una linea che il cinema non dovrebbe superare? Scrivilo nei commenti.


