Supergirl non si limita a presentare Milly Alcock come nuova Kara Zor-El del DCU. Il film di Craig Gillespie fa qualcosa di più interessante: prende un personaggio che per anni è stato visto soprattutto come “la cugina di Superman” e prova a darle un’identità più ruvida, dolorosa e autonoma. Il finale, poi, apre una fase nuova per Kara e la avvicina direttamente agli eventi di Superman: Man of Tomorrow, il prossimo film con David Corenswet.
Avviso spoiler: da questo punto in poi parleremo del finale di Supergirl e di ciò che potrebbe implicare per il futuro del DCU. Se non hai ancora visto il film e vuoi arrivarci senza anticipazioni, fermati ora.
Il nuovo film del DCU parte da una premessa molto diversa rispetto all’immagine classica di Supergirl. Kara non è la versione luminosa, ordinata e sorridente di Superman. È una ragazza sopravvissuta a un trauma enorme. Ha visto morire il suo mondo, ha perso la propria famiglia e si porta addosso una rabbia che Clark non può capire fino in fondo.
Clark è cresciuto sulla Terra, con due genitori che lo hanno amato, educato e protetto. Kara, invece, ha conosciuto Krypton, lo ha perso e ha vissuto con quella perdita impressa nella memoria. Questa differenza è fondamentale. Perché il film non prova a renderla “Superman al femminile”. La tratta come una persona diversa, più ferita, più impulsiva, più incline a rispondere al dolore con i pugni.
E il finale conferma proprio questo.
Una Supergirl diversa da Superman
La storia segue Kara in un viaggio cosmico nato quasi per caso. Durante il suo compleanno, tra pianeti lontani, alcol, fughe e una vita che sembra più una deriva che un’avventura, Kara incontra Ruthye Marye Knoll, interpretata da Eve Ridley. Ruthye vuole vendicare la morte dei genitori, uccisi da Krem delle Colline Gialle, interpretato da Matthias Schoenaerts.
Kara all’inizio non sembra esattamente l’eroina pronta a salvare chiunque incontri. Non è fredda, ma è disillusa. Ha visto troppo per credere facilmente nelle cause nobili. Poi Krem ferisce Krypto con un dardo avvelenato, e tutto cambia.
Krypto non è solo il cane di Superman o un elemento simpatico da trailer. Per Kara è famiglia. È una presenza che la collega a ciò che resta di casa, a ciò che non è stato cancellato dalla distruzione di Krypton. Il fatto che il film scelga Krypto come detonatore emotivo della missione dice molto: Kara non parte per salvare l’universo. Parte perché qualcuno ha ferito l’unico affetto che le resta davvero vicino.
Questo rende la sua avventura meno pulita, ma anche più personale.
Ruthye, Krem e il peso della vendetta
Il rapporto tra Kara e Ruthye è il vero motore emotivo del film. Ruthye è una ragazza spezzata da un lutto e convinta che la vendetta sia l’unico modo per rimettere ordine nel mondo. Kara la capisce più di quanto vorrebbe ammettere. Perché anche lei conosce il dolore di chi perde tutto e resta con una rabbia troppo grande da tenere dentro.
Il viaggio le porta su pianeti ostili, tra briganti, imboscate, astronavi rubate e alleanze scomode. C’è anche Lobo, interpretato da Jason Momoa, che entra nel DCU come una mina vagante perfetta: caotico, violento, divertito dal disastro e probabilmente destinato a tornare. Lobo non è un semplice personaggio di passaggio. È il tipo di presenza che può riapparire ovunque e creare problemi a chiunque.
La parte più interessante arriva quando Kara viene indebolita su un pianeta illuminato da un sole verde, una luce che agisce su di lei come kryptonite. Privata della forza, diventa più vulnerabile. Non può più risolvere tutto con i poteri. Deve dipendere da Ruthye, deve resistere, deve capire quanto della sua identità sia legato alla potenza fisica e quanto invece alla scelta di restare.
Per un personaggio kryptoniano, perdere la forza è sempre una prova morale. Ti toglie il mito e ti lascia la persona.
Il finale: Kara ferma Ruthye, ma poi fa una scelta durissima
Lo scontro finale mette Ruthye davanti alla possibilità di uccidere Krem. Ha la spada del padre, ha il dolore, ha il nemico davanti. Tutto sembra costruito per quel gesto. Kara però la ferma.
Le dice, in sostanza, che uccidere non le restituirà la famiglia. Non cancellerà la perdita. Non chiuderà il vuoto. La vendetta può sembrare giustizia per un secondo, ma poi resta addosso come un altro peso. È una lezione che Kara dovrebbe conoscere bene, perché la sua vita è stata segnata proprio da un dolore impossibile da riparare.
Fin qui sembrerebbe la classica lezione da supereroe. L’eroina impedisce alla ragazza più giovane di diventare un’assassina. La salva moralmente. La protegge non solo dal nemico, ma da ciò che quel gesto potrebbe farle diventare.
Poi il film complica tutto.
Kara uccide Krem lei stessa.
Ed è una scelta che cambia il modo in cui guardiamo Supergirl nel DCU. Non è un gesto rassicurante. Non è la classica chiusura pulita in cui il cattivo viene sconfitto e consegnato alla giustizia. Kara prende su di sé la violenza che ha impedito a Ruthye di compiere. Lo fa per Krypto, per Ruthye, forse anche per tutta la rabbia che non ha mai trovato un posto dove andare.
Il film sembra dire una cosa precisa: Kara sa qual è la scelta giusta, ma non sempre riesce a farla per sé. Può salvare Ruthye dalla vendetta, ma non riesce a salvare completamente se stessa.
Perché questa scelta la rende più interessante
La decisione di Kara può dividere. Alcuni spettatori la vedranno come un tradimento dell’idea classica di eroismo. Altri la leggeranno come una scelta coerente con una Supergirl più traumatizzata, meno idealista, più vicina a una figura da anti-eroina.
In ogni caso, è un momento importante. Perché separa Kara da Superman.
Clark, nel DCU di James Gunn e Peter Safran, rappresenta l’idea della speranza come scelta quotidiana. Non è ingenuo, ma tende a credere che salvare sia sempre meglio che punire. Kara parte da un altro luogo emotivo. Lei non ha avuto una Terra accogliente a proteggerla fin dall’infanzia. Non ha avuto Jonathan e Martha Kent come fondamenta morali. Ha avuto la fine di Krypton.
Quindi sì, Kara vuole fare la cosa giusta. Ma la sua idea di giustizia è più instabile. Più sporca. Più segnata dal trauma.
Questo la rende preziosa per il DCU. Non perché “più oscura” significhi automaticamente più profonda. Quella è una scorciatoia pigra. La rende preziosa perché permette al nuovo universo DC di avere due kryptoniani molto diversi: Superman come bussola morale, Supergirl come ferita ancora aperta.
Krypto sopravvive e diventa il simbolo della famiglia
Dopo lo scontro, Krypto sopravvive grazie all’antidoto. E questa non è solo una buona notizia per chi si era già affezionato al cane superpotente. È anche un punto emotivo decisivo per Kara.
Krypto è ciò che impedisce a Kara di essere soltanto rabbia. È il suo legame con qualcosa di tenero, fedele, familiare. In una storia piena di vendetta e violenza, lui rappresenta una forma di amore semplice, quasi infantile, ma proprio per questo necessaria.
Salvare Krypto significa salvare un pezzo di sé. E forse è anche per questo che Kara, dopo l’avventura, riesce a fare una scelta che sembrava lontana: tornare sulla Terra e restare.
Il ritorno da Clark apre il futuro del DCU
L’epilogo riporta Kara nell’appartamento di Clark Kent. David Corenswet torna nei panni di Superman e il loro incontro non è soltanto un cameo per far applaudire il pubblico. È una scena che mette in chiaro la direzione futura.
Clark le chiede cosa farà adesso. Kara, dopo anni passati a fuggire, sembra pronta a fermarsi. Non necessariamente a diventare subito una supereroina perfetta, ma a costruire un rapporto più stabile con la Terra e con suo cugino.
Questo dettaglio è fondamentale per Superman: Man of Tomorrow. Milly Alcock tornerà nel film e, secondo le informazioni già circolate, Kara avrà un ruolo importante. Il finale di Supergirl prepara proprio questo: non una comparsata, non un semplice aiuto in battaglia, ma una dinamica familiare e morale da sviluppare.
Superman e Supergirl possono diventare una delle coppie più interessanti del nuovo DCU, proprio perché non sono uguali. Clark può essere per Kara una guida, ma Kara può costringere Clark a confrontarsi con una parte di Krypton che lui non ha vissuto. Lui conosce l’eredità kryptoniana come scoperta. Lei la conosce come perdita.
Questa differenza può creare tensione, affetto, incomprensioni e un confronto molto più ricco del solito “due eroi volano insieme”.
Cosa può implicare per Superman: Man of Tomorrow
Superman: Man of Tomorrow, previsto per luglio 2027, potrebbe usare Kara come elemento di contrasto. Se il film continuerà a lavorare sul ruolo di Clark come simbolo di speranza, Supergirl può portare nel racconto una domanda scomoda: la speranza basta sempre?
Kara ha appena dimostrato di non essere disposta a lasciare impunito chi distrugge ciò che ama. Clark potrebbe non condividere il suo metodo. Ma potrebbe anche capirne l’origine. E il DCU potrebbe finalmente esplorare il rapporto tra due sopravvissuti di Krypton che hanno vissuto la tragedia in modi opposti.
C’è poi l’ipotesi Brainiac, da tempo al centro delle speculazioni legate al futuro di Superman. Se il villain dovesse davvero entrare in Man of Tomorrow, Kara avrebbe un ruolo quasi naturale. Brainiac è spesso legato alla memoria di Krypton, alla conservazione distorta delle civiltà, alla perdita e al controllo. Per una Supergirl che ha visto il proprio mondo morire, sarebbe un avversario emotivamente fortissimo.
Non serve nemmeno confermare ora ogni dettaglio. Il finale di Supergirl basta già a mettere Kara nella posizione giusta: non più vagabonda cosmica, non più figura laterale, ma parte viva della Terra e della famiglia di Superman.
Una nuova fase per Kara e per il DCU
Supergirl chiude il suo viaggio con una Kara ancora imperfetta. Non ha risolto tutto. Non è diventata magicamente serena. Non ha smesso di portarsi dietro il trauma. Però ha fatto un passo. Ha scelto di non fuggire più.
Questo rende il finale importante. Il film non dice solo “Kara tornerà”. Dice che Kara ha trovato un motivo per restare. E nel linguaggio dei supereroi, restare è spesso la scelta più difficile.
Il DCU di Gunn e Safran ha bisogno di personaggi che non sembrino copie dello stesso modello eroico. Superman può essere luminoso, Wonder Woman potrà avere un’altra mitologia, Batman un altro buio, e Supergirl può occupare uno spazio tutto suo: quello di chi vuole essere migliore, ma non ha ancora fatto pace con la parte più dolorosa di sé.
Milly Alcock, in questo senso, sembra una scelta perfetta. Ha un volto giovane, ma non ingenuo. Riesce a dare a Kara quella combinazione di stanchezza, rabbia e vulnerabilità che serve per non farla sembrare solo una derivazione di Clark.
Il finale di Supergirl non è una semplice chiusura. È un passaggio di consegne verso il futuro. Kara ha smesso di attraversare l’universo come se non avesse un posto. Ora un posto potrebbe averlo. Accanto a Clark. Accanto alla Terra. Dentro un DCU che, finalmente, sembra voler costruire i suoi eroi partendo dalle ferite, non solo dai poteri.
Tu cosa ne pensi? Il finale di Supergirl prepara bene il ritorno di Kara in Superman: Man of Tomorrow o avresti preferito una storia più autonoma per lei? Scrivilo nei commenti.


