Il Gladiatore 2 è il film più visto in questo momento su Netflix Italia, il che solleva una domanda abbastanza semplice: com’è che un sequel uscito sei mesi fa, che al botteghino non aveva esattamente staccato il tetto, si ritrova in cima alle classifiche nel maggio 2026? La risposta è probabilmente la stessa che vale per tutti i sequel di film iconici che arrivano in streaming: la gente vuole rivedere il primo, lo trova su Netflix, nota che c’è anche il secondo, e prima di rendersene conto sono le due di notte e hanno visto entrambi. Meccanismo semplicissimo, efficacia garantita.
Per chi fosse nella seconda metà di quel meccanismo, cioè stesse ancora decidendo se vale la pena partire, la risposta è sì. Con alcune avvertenze che spiegheremo.
Il problema di avere Russell Crowe come padre
La cosa che Il Gladiatore 2 deve risolvere prima di qualsiasi altra è questa: il protagonista del primo film è morto nell’ultima scena, il pubblico lo ha pianto sinceramente, e ora bisogna convincere gli stessi spettatori a investire emotivamente in qualcun altro. È un problema narrativo non banale, e il film lo affronta in un modo abbastanza diretto.
Lucio, il personaggio di Paul Mescal, è il figlio biologico di Massimo Decimo Meridio. Non è un dettaglio marginale: è la chiave dell’intera costruzione emotiva del sequel. Lucio non lo sa con certezza per buona parte del film, sua madre Lucilla (Connie Nielsen, che torna nel ruolo che aveva nel 2000) lo ha cresciuto altrove senza dirgli tutta la verità, e il viaggio del personaggio è anche quello di un uomo che scopre di essere figlio di qualcuno che non ha mai conosciuto ma di cui porta il peso.
C’è una scena molto specifica che dice tutto su come il film vuole rapportarsi al suo predecessore: Lucio, prima di combattere nell’arena, si lava le mani nella sabbia. È lo stesso gesto, nella stessa posizione, con la stessa luce. Chi ha visto il primo film lo riconosce immediatamente. È un omaggio dichiarato, e funziona perché non è gratuito: il gesto appartiene a Lucio tanto quanto apparteneva a suo padre, e quella continuità non è nostalgia ma eredità.
Mescal e mesi in palestra a mangiare cose che non voleva mangiare
Paul Mescal quando ha accettato il ruolo era conosciuto principalmente per Normal People, la serie Hulu in cui interpretava un universitario irlandese con i problemi sentimentali tipici di un universitario irlandese. Fisicamente non era esattamente quello che ci si immagina quando si pensa a un gladiatore romano. Ha risolto questa discrepanza nel modo più tradizionale possibile: si è allenato per mesi con il coach Tim Blakeley, specializzato in preparazione atletica per il cinema, ha lavorato con i pesi, ha corso, ha imparato a maneggiare una spada come la maneggerebbero i gladiatori romani, e ha mangiato in modo che Mescal-attore normale probabilmente non mangia mai volentieri.
Ha detto in varie interviste che l’impegno fisico era stato enorme, poi ha aggiunto una cosa abbastanza onesta: “L’unico interesse di Ridley è il talento per cui ci ha ingaggiato. Dovevo solo mettermi in gioco.” Il che suona come la versione elegante di “mi sono allenato come un pazzo e lui non ha mai detto niente di specifico al riguardo”. Guardando il risultato sullo schermo, l’allenamento aveva senso.
Gli animali nell’arena, che sono più di uno
Nel primo Gladiatore c’erano le tigri. Nel secondo c’è un menù molto più vario. Il rinoceronte è quello che ha fatto più notizia, la scena in cui un gladiatore combatte cavalcandolo è diventata l’immagine simbolo del film nel senso buono del termine, ma ridurre il capitolo degli animali al solo rinoceronte è fare un torto al livello di ambizione di Ridley Scott a ottantasette anni.
Nell’arena ci sono anche dei babbuini, in una sequenza che la critica ha descritto con aggettivi che oscillano tra “stravagante” e “incredibile” dipendendo molto da quanto il recensore si fosse svegliato mattutino quella mattina. E ci sono anche gli squali: il Colosseo viene allagato e i gladiatori combattono in acqua insieme a degli squali. Storicamente il Colosseo veniva effettivamente allagato per alcune rappresentazioni navali, i naumachiae, ma senza gli squali, che sono un’aggiunta di Ridley Scott. La cosa bella di questa notizia è che Scott ne è consapevole, non cerca di giustificarla storicamente, e va avanti lo stesso.
I problemi sul set che nessuno ha pubblicizzato
Il Gladiatore 2 ha avuto una produzione abbastanza complicata, e non solo per via dello sciopero SAG-AFTRA che aveva bloccato le riprese nell’estate del 2023. In Marocco, dove la produzione aveva aperto i battenti nel giugno di quell’anno, ci sono stati due episodi seri: un incidente che aveva coinvolto alcuni stuntmen durante una scena d’azione, e un incendio che aveva distrutto una parte del set. Nessuno si è fatto del male in modo grave, ma entrambi gli episodi avevano rallentato un programma già complicato e aggiunto costi a una produzione che di margine non ne aveva tantissimo.
Il modo in cui la produzione ha gestito questi episodi, cioè non comunicandoli pubblicamente e continuando il lavoro, dice qualcosa sul tipo di pressione che c’era su questo film.
Ridley Scott, il suo declino recente e perché questo cambio di passo conta
C’è un elefante nella stanza quando si parla di Il Gladiatore 2, e si chiama Napoleon. Il kolossal del 2023 su Napoleone Bonaparte, con Joaquin Phoenix nel ruolo principale, era stato accolto dalla critica con quella tiepidezza specifica che fa più male di una stroncatura netta: non brutto, non irrilevante, semplicemente meno di quello che Scott sa fare quando è in forma. Prima di Napoleon c’era stato The Last Duel, solido ma destinato a non lasciare traccia duratura, e House of Gucci, che è andato in una direzione abbastanza caotica.
Scott è un regista che ha fatto Alien, Blade Runner, Thelma e Louise, Il gladiatore. Poi ha avuto un periodo in cui le cose andavano bene senza essere straordinarie. Il Gladiatore 2 non è all’altezza del primo, questa è una valutazione abbastanza condivisa, ma è chiaramente un film fatto da qualcuno che sa ancora esattamente cosa sta facendo quando lavora su scala epica. Quella certezza nell’uso degli spazi, nella gestione della folla nell’arena, nella luce del Marocco: sono le cose che distinguono un regista con cinquant’anni di esperienza da chiunque altro.
In un’intervista durante la promozione del film, Scott ha detto che il progetto aveva un significato personale legato alla sua infanzia: era nato nel 1937, aveva vissuto la Seconda Guerra Mondiale da bambino, aveva trascorso un periodo in Germania nel dopoguerra, e quelle esperienze di conflitto, di società che si disgregano e cercano di ricostruirsi, avevano influenzato il modo in cui guardava la Roma del film. Non è il tipo di dichiarazione che si fa per il marketing. È il tipo di dichiarazione che si fa quando si ha ottantasette anni e si può permettersi di dire quello che si pensa davvero.
La colonna sonora che potreste non aver notato
Harry Gregson-Williams ha composto la musica del film, continuando una collaborazione con Scott che dura da anni. Non è Hans Zimmer, che aveva firmato la colonna sonora del primo film con uno di quei lavori che entrano nel senso comune culturale al punto da diventare sinonimi del film stesso. Gregson-Williams ha un approccio diverso, più integrato nel tessuto narrativo, meno orientato al singolo tema memorabile. Questo ha generato qualche discussione tra i fan più appassionati del primo, che sentivano la mancanza di quella qualità quasi liturgica della musica originale. È una critica legittima, ma è anche il tipo di confronto che qualsiasi colonna sonora diversa da quella originale avrebbe inevitabilmente generato.
Quello che rimane
Il Gladiatore 2 è un film che fatica a staccarsi dall’ombra del primo perché il primo era troppo preciso nella sua costruzione emotiva. La storia di Massimo Decimo Meridio funzionava perché ogni scena era al servizio di un’unica linea drammatica chiara. Il sequel ha più pezzi in movimento, qualcuno troppo, e i due imperatori gemelli in particolare sembrano usciti da un film diverso, con una qualità quasi teatrale che non si integra sempre bene con il registro degli altri personaggi.
Eppure funziona abbastanza da tenervi seduti per due ore senza guardare il telefono, che nel 2026 è un risultato. Denzel Washington fa quello che Denzel Washington fa quando è in un progetto che gli interessa, cioè rende ogni sua scena l’unica cosa che conta in quel momento. Paul Mescal porta un peso che non avrebbe pesato su quasi nessun altro attore della sua generazione. E Ridley Scott, a ottantasette anni, mette degli squali nell’arena del Colosseo con la stessa serenità di chi sa esattamente di poterlo fare.


