Sai quelle volte in cui ti siedi sul divano, accendi Netflix e ti ritrovi a sfogliare il catalogo per mezz’ora senza sapere cosa guardare? Ecco, se ultimamente ti è capitato di notare “Il momento di uccidere” tra i film in tendenza, sappi che non sei l’unico. Questo thriller giudiziario del 1996 sta vivendo una seconda giovinezza, e c’è un motivo ben preciso: dietro le quinte di questo film si nasconde una storia che è quasi più avvincente del film stesso.
Parliamoci chiaro: Samuel L. Jackson è uno di quegli attori che quando entra in una scena, semplicemente la domina. Eppure, nonostante una carriera stellare con più di 150 film, ha ricevuto una sola nomination all’Oscar in carriera (per “Pulp Fiction”, nel caso te lo stessi chiedendo). E secondo l’attore stesso, il motivo per cui non ne ha ricevuta una seconda è colpa proprio de “Il momento di uccidere”. O meglio, colpa delle forbici del montaggio.
La scena incriminata (ma che non hai mai visto)
Torniamo al 1996. Samuel L. Jackson arriva sul set del suo primo giorno di riprese con una scena che gli brucia dentro. Interpreta Carl Lee Hailey, un padre che dopo aver visto sua figlia violentata e quasi uccisa da due uomini bianchi, decide di farsi giustizia da solo. Un ruolo devastante, emotivamente parlando.
Jackson racconta che quel primo giorno sul set ha recitato un monologo in una stanza con un altro attore. Quando ha finito, l’intero set era in lacrime. Troupe, tecnici, tutti. L’attore pensò tra sé e sé: “Ok, sono sulla strada giusta”. Peccato che quella scena non sia mai finita nel film finale.
La rabbia di Jackson quando ha visto il montaggio finale è stata epica. Nelle sue parole (che non posso riportare senza censure, ma immagina qualche parolaccia ben piazzata): “Le cose che hanno tagliato mi hanno impedito di vincere l’Oscar. Sul serio? Me l’avete portato via così?”. E non ha tutti i torti.
Cosa è stato tagliato e perché
Vediamo di capire cosa è successo.
Jackson aveva costruito il suo personaggio attorno a un’idea precisa: Carl Lee uccide quegli uomini perché sua figlia deve sapere che quei mostri non sono più sul pianeta e non potranno mai più farle del male. È un gesto d’amore paterno estremo, disperato, viscerale.
Nel montaggio finale però, il personaggio sembra molto più calcolatore. Sembra che abbia ucciso quei due e poi abbia pianificato ogni mossa per farla franca. Un dettaglio che cambia completamente la percezione del personaggio. Jackson ricorda di essere rimasto seduto in sala pensando “Ma che diavolo?”.
La spiegazione dell’attore è tanto semplice quanto amara: “Non era il mio film. Non stavano cercando di fare di me una star”. Il film doveva lanciare Matthew McConaughey, e così è stato. Niente di personale, solo business hollywoodiano.
Matthew McConaughey e l’audizione più improbabile di Hollywood
A proposito di McConaughey, la sua storia di casting è talmente assurda che merita un paragrafo tutto suo. L’attore texano aveva inizialmente fatto il provino per un ruolo minore, quello di Freddie Lee Cobb, il fratello di uno degli stupratori. Dopo aver letto la sceneggiatura però, ha pensato “Aspetta, io voglio fare Jake Brigance, l’avvocato protagonista”.
Il problema? Era praticamente sconosciuto. Aveva fatto “La vita è un sogno (Dazed and Confused)” tre anni prima, ma di certo non era il nome che ti viene in mente quando devi costruire un blockbuster estivo da 40 milioni di dollari. Kevin Costner e Woody Harrelson erano interessati. Si parlava di Brad Pitt. Nomi grossi, insomma.
Ma McConaughey non si è arreso. È andato dal regista Joel Schumacher e gli ha chiesto un provino privato. Schumacher, che probabilmente pensava “ma chi è questo tizio?”, ha accettato. Il provino è piaciuto così tanto che lo hanno fatto vedere a John Grisham, l’autore del romanzo. E Grisham ha detto sì a quello sconosciuto texano con il sorriso smagliante.
Lo studio voleva un nome più grande, ma Grisham aveva il controllo creativo totale sul progetto (aveva venduto i diritti per 6 milioni di dollari, cifra record all’epoca, pretendendo l’ultima parola su tutto). E così McConaughey ha ottenuto il ruolo della vita, quello che lo ha trasformato da “l’attore di La vita è un sogno” a star del cinema.
Ma ora ti racconto un’altra storia interessante di un altro personaggio del cast.
Sandra Bullock e lo stipendio dell’amicizia
Sandra Bullock nel 1996 era già una star affermata. Aveva fatto “Speed” e “Un amore tutto suo”, era il volto del momento. Eppure ha accettato di fare “Il momento di uccidere” per una cifra molto inferiore al suo solito cachet: 6 milioni di dollari per cinque settimane di lavoro.
Perché? Credeva nel messaggio del film. Il tema del razzismo, della giustizia, della vendetta personale contro il sistema legale: erano temi che le stavano a cuore. E poi c’era la possibilità di lavorare con un cast stellare in un progetto importante. Non sempre si tratta di soldi, a volte si tratta di fare il film giusto al momento giusto.
Fun fact: Sandra e Matthew hanno avuto una breve relazione durante le riprese, e lei lo ha poi diretto nel suo debutto alla regia con un cortometraggio intitolato “Making Sandwiches”, presentato al Sundance del 1997.
Il primo romanzo che nessuno voleva pubblicare
Se pensi che “Il momento di uccidere” sia sempre stato un successo annunciato, ti sbagli di grosso. John Grisham ha impiegato tre anni a scrivere questo romanzo, svegliandosi alle cinque del mattino prima di andare a lavorare come avvocato. Era il 1987 quando lo ha completato.
Il libro è stato rifiutato da almeno 12 editori diversi. Dodici. Alla fine la Wynwood Press ha accettato di pubblicarlo nel 1988 con una tiratura ridicola: 5.000 copie. Per darti un’idea, oggi Grisham vende milioni di copie di ogni suo libro appena esce.
La svolta è arrivata con il suo secondo romanzo, “Il socio”, che è diventato un bestseller immediato. A quel punto l’editore ha ristampato “Il momento di uccidere” in edizione tascabile e boom: ha venduto oltre 1,5 milioni di copie. La lezione? Mai mollare, anche quando dodici editori ti dicono di no.
Octavia Spencer e il debutto che nessuno ricorda
Tra i tanti volti famosi del cast, ce n’è uno che probabilmente non hai notato: Octavia Spencer, futura vincitrice dell’Oscar per “The Help”, fa il suo debutto cinematografico proprio in questo film. Interpreta l’infermiera che assiste Sandra Bullock dopo l’attacco del Ku Klux Klan.
È un ruolo minuscolo, probabilmente la vedi in scena per due minuti al massimo. Ma per la Spencer è stato l’inizio di tutto. Da quel piccolo ruolo è partita una carriera che l’ha portata a vincere un Oscar, due Golden Globe e tre nomination consecutive agli Academy Awards. Non male per un’infermiera senza battute.
La controversia francese che non ti aspetti
Quando “Il momento di uccidere” è uscito in Francia, ha scatenato una polemica che negli Stati Uniti nessuno si sarebbe aspettato. La critica francese lo ha letteralmente massacrato, definendolo “nauseante”, “puzzolente” e “quasi fascista”.
Il problema? Il film è stato accusato di fare propaganda a favore della pena di morte e del diritto all’autodifesa. In Francia, dove la pena di morte è stata abolita nel 1981, un film che sembra giustificare la vendetta personale non è andato giù. Tanto che hanno aggiunto un punto interrogativo al titolo: “Le Droit de tuer?” (Il diritto di uccidere?), giusto per non far pensare che fosse un’affermazione.
La rivista “Les Inrockuptibles” ha scritto che il film è “ultra-populista” e ti fa venire voglia di “vomitare”. “Libération” ha criticato la sceneggiatura chiamandola “estremamente sporca”, sostenendo che il film milita a favore della causa nera solo per legittimare il gesto “folle” del padre vendicatore. Insomma, in America è stato un successo da 152 milioni di dollari al botteghino, in Francia un caso politico.
Il monologo che ha fatto la carriera di McConaughey
La scena finale in tribunale, quella dell’arringa conclusiva di Jake Brigance, è stata girata in una sola ripresa. Un take perfetto. McConaughey descrive nei minimi dettagli le violenze subite dalla bambina, poi chiede alla giuria: “Ora immaginate che sia bianca”.
È una scena potentissima, anche se controversa. Roger Ebert nella sua recensione ha scritto che quella frase implica che la giuria bianca non si sarebbe offesa dei crimini se la vittima fosse stata nera. Una critica che coglie nel segno: il film vuole parlare di razzismo, ma finisce per concentrarsi quasi esclusivamente sui personaggi bianchi.
Quella scena comunque ha consacrato McConaughey come attore drammatico e non solo come il bel ragazzo delle commedie romantiche (che arriveranno nei dieci anni successivi). Ha vinto l’MTV Movie Award per la migliore performance rivelazione, e da lì è partita una carriera che lo porterà a vincere l’Oscar nel 2014 per “Dallas Buyers Club”.
Perché sta spopolando proprio ora su Netflix
“Il momento di uccidere” è uno di quei film che purtroppo non invecchiano mai perché i temi che tratta sono ancora tremendamente attuali. Il razzismo sistemico, la giustizia che funziona in modo diverso a seconda del colore della pelle, la tentazione della vendetta personale quando il sistema ti delude.
Guardi questo film ambientato negli anni ’80 nel profondo Sud e pensi “ok, è storia passata”. Poi accendi il telegiornale e ti rendi conto che no, non è storia passata per niente. È questo che lo rende ancora così potente e che probabilmente spiega perché sta avendo questo momento di gloria su Netflix.
E poi diciamocelo: un cast del genere oggi non lo metti insieme manco a pagarlo oro. Samuel L. Jackson reduce dalla nomination per “Pulp Fiction”, Sandra Bullock al culmine della popolarità, Matthew McConaughey agli inizi, Kevin Spacey (prima di tutto quello che sappiamo), entrambi i Sutherland padre e figlio, Ashley Judd, Oliver Platt. Praticamente un who’s who di Hollywood anni ’90.
Il rimpianto di Samuel L. Jackson
Torniamo a Jackson, perché la sua amarezza per questo film è qualcosa che si è portato dietro per decenni. Nel 2023, in un’intervista a Vulture, ha ribadito che quella scena tagliata “mi ha impedito di vincere l’Oscar”. Non è un attore che le manda a dire.
Ha ricevuto un Oscar onorario nel 2022, ma lui stesso ha detto che “non è sembrato onorario, mi è sembrato di ricevere un Oscar. L’ho guadagnato. Ci ho lavorato”. Quando gli hanno chiesto dell’Oscar onorario, ha detto che può nominare quattro o cinque occasioni in cui avrebbe dovuto vincere o almeno essere nominato.
La verità è che Hollywood ha un problema con Samuel L. Jackson. È uno degli attori più riconoscibili e amati del mondo, ha incassato più di qualsiasi altro attore nella storia del cinema (grazie ai film Marvel), eppure l’Academy lo ha sempre un po’ snobbato. E lui, giustamente, è ancora incazzato per quella scena tagliata del 1996.
Ora che “Il momento di uccidere” è su Netflix e un sacco di persone lo stanno (ri)scoprendo, forse qualcuno si chiederà come sarebbe stato il film con quella scena. Purtroppo non lo sapremo mai, a meno che la Warner Bros non decida di pubblicare una director’s cut.
Ma Jackson ha ragione su una cosa: a volte un momento in un film può essere più grande del film stesso. E quel momento è finito sul pavimento della sala di montaggio.
E tu? Hai già visto “Il momento di uccidere” su Netflix? Pensi che Samuel L. Jackson abbia ragione quando dice che quella scena tagliata gli è costata l’Oscar? E soprattutto: secondo te il finale del film funziona o è troppo hollywoodiano? Fammi sapere nei commenti cosa ne pensi!


