Dal 12 giugno è disponibile su Netflix Maternal Instinct: il caso Taylor Parker, il documentario diretto da Jessica Dimmock che racconta uno dei casi di cronaca nera più agghiaccianti degli ultimi anni negli Stati Uniti. Netflix stessa lo definisce un caso relativamente sconosciuto fuori dai confini americani, il che rende ancora più scioccante scoprire i dettagli di quello che successe a New Boston, in Texas, nell’ottobre del 2020.
I dieci mesi di una gravidanza inesistente
Taylor Rene Parker, classe 1992, aveva conosciuto Wade Griffin, un allevatore di maiali della zona, a un rodeo nell’agosto del 2019. Griffin la ricorda come una ragazza che illuminava la stanza quando entrava, sempre con il sorriso. La relazione decollò rapidamente, e nel giro di pochi mesi Parker annunciò di essere incinta, mostrando la pancia che cresceva sui social network con la stessa naturalezza con cui chiunque condividerebbe un momento felice della propria vita.
Il problema era che quella pancia non conteneva nessun bambino. Per dieci mesi, non nove, Parker finse la gravidanza usando una pancia di silicone, ecografie contraffatte e persino finte feste per la rivelazione del sesso del nascituro, nel tentativo di tenersi legato Griffin. Dieci mesi di finzione costante, mantenuta con una precisione che farebbe pensare a una preparazione quasi professionale: documenti medici falsificati, eventi organizzati con amici e parenti, foto di maternità scattate insieme al fidanzato che credeva di stare per diventare padre.
Mantenere una bugia del genere per così a lungo richiede energie enormi, e il documentario si concentra proprio su questo: cosa succede quando una finzione di quel tipo arriva al punto in cui non può più essere sostenuta, e la persona che l’ha costruita decide di risolvere il problema nel modo più orribile possibile.
La fotografa di matrimoni che si presentò come un’amica
Tra le rivelazioni più inquietanti del documentario c’è il rapporto tra Parker e la sua vittima, Reagan Simmons-Hancock, una ragazza di ventuno anni. Parker era stata la fotografa del matrimonio di Reagan, e secondo la testimonianza della sorella della vittima, Emily Shirey, si era presentata a tutti gli invitati con una disinvoltura che la faceva sembrare quasi una damigella d’onore piuttosto che un’estranea pagata per fare le foto.
Non si trattava quindi di una sconosciuta qualsiasi. Parker conosceva Reagan, era stata invitata a documentare uno dei giorni più felici della sua vita, e mesi dopo sarebbe tornata in quella stessa casa con intenzioni che nessuno avrebbe potuto immaginare. Il documentario costruisce gran parte della sua tensione su questo paradosso: la persona che aveva fotografato il matrimonio era la stessa che, qualche tempo dopo, avrebbe ucciso la sposa per portarle via la figlia che stava aspettando.
La notte del 9 ottobre 2020
Nell’ottobre del 2020, con la finzione della gravidanza arrivata a un punto in cui non poteva più reggersi, Parker si presentò nella casa di Reagan a New Boston. Quello che successe quella notte è il nucleo del documentario, e Netflix stessa ha scelto di non rivelare troppi dettagli nelle proprie sinossi, lasciando che sia il film a raccontarli. Parker attaccò la giovane donna incinta nella sua abitazione, la uccise e le praticò un cesareo improvvisato per rapire la bambina non ancora nata, Braxlynn Sage.
Poco dopo, una pattuglia della polizia texana fermò un’auto che procedeva in modo pericoloso sull’autostrada vicino a De Kalb. Alla guida c’era Parker, coperta di sangue, con la bambina morta tra le braccia. Sosteneva di aver partorito sul ciglio della strada, ma i medici che la esaminarono in ospedale non trovarono alcuna prova che avesse effettivamente dato alla luce qualcuno.
Da quel controllo stradale partì l’indagine che avrebbe portato a ricostruire l’intera vicenda: la gravidanza inventata, l’omicidio, il tentativo disperato di far passare la bambina di un’altra donna come propria.
La regista non sapeva nulla, e l’ha definita la storia più crudele della carriera
Una delle curiosità più interessanti riguarda come è nato il documentario stesso. Jessica Dimmock, la regista, non era a conoscenza dei crimini di Parker prima che le venisse proposto di occuparsene. Fu la produttrice esordiente Samantha DeMaria a portare la storia a Story Syndicate, la casa di produzione, ed era stato il suo istinto a capire che si trattava di qualcosa di fuori dal comune, qualcosa che meritava di essere raccontato.
Dimmock lavora nel true crime da anni, un genere che per definizione macina storie terribili una dopo l’altra, eppure quando le è stato chiesto se questa fosse la storia peggiore che avesse mai affrontato, la risposta è stata quasi immediata: praticamente sì. Ha aggiunto che è difficile fare paragoni tra tragedie, perché per chi le vive ogni tragedia è la cosa peggiore che possa capitare, ma che in questo caso c’è una crudeltà specifica che va oltre.
Il fidanzato innocente che paga ancora oggi
Una delle storie laterali più toccanti raccontate dal documentario riguarda Wade Griffin, l’uomo che Parker voleva tenersi legato con la finta gravidanza. Griffin non aveva alcuna colpa in quello che accadde, eppure è rimasto segnato per sempre da quella vicenda. Sua madre, Connie, ha raccontato nel documentario che il figlio continua a subire le conseguenze dei crimini di Parker: lo ha visto piangere ripetutamente, e ha spiegato che le persone della comunità erano così arrabbiate per quello che era successo da evitarlo, girandosi e andando dall’altra parte ovunque lo incontrassero. Una situazione che, secondo le sue parole, non finisce mai.
È uno degli aspetti più difficili da digerire di storie come questa: chi resta, anche quando non ha fatto nulla di sbagliato, porta addosso il peso di quello che è successo per il resto della vita, semplicemente per essere stato nel posto sbagliato al momento sbagliato, o per aver amato la persona sbagliata senza saperlo.
Il processo e la condanna
Il processo a Taylor Parker iniziò nel 2022 e durò diverse settimane, con oltre cento testimoni che passarono davanti alla giuria: esperti forensi, agenti delle forze dell’ordine, persone che conoscevano sia Parker che Hancock. L’accusa la incriminò per omicidio capitale, sostenendo che l’omicidio fosse avvenuto durante la commissione di un rapimento, una distinzione legale fondamentale secondo la legge del Texas che la rese eleggibile per la pena di morte. La difesa contestò questa interpretazione, concentrandosi su questioni legali riguardanti lo status del bambino non ancora nato e se il rapimento potesse essere applicato nel modo sostenuto dall’accusa.
Il 3 ottobre 2022 Taylor Parker fu condannata per omicidio capitale e in seguito condannata a morte. I successivi appelli sono stati respinti, e rimane nel braccio della morte in Texas. Si trova attualmente nell’O’Daniel Unit del dipartimento penitenziario del Texas, a Gatesville.
Un documentario costruito su due livelli
Maternal Instinct non è soltanto la ricostruzione cronologica di un crimine. È strutturato in parte come un’indagine true crime e in parte come un ritratto psicologico, e ripercorre come gli sforzi di Parker per mantenere una gravidanza finta siano sfociati nell’omicidio violento di Hancock, esplorando domande sulla fiducia, sulla manipolazione e su quanto a lungo un’identità costruita possa resistere prima di cedere sotto la pressione.
È questa la dimensione che rende il documentario diverso da tanti altri prodotti simili: non si limita a chiedersi cosa sia successo, ma cerca di capire come una persona arrivi a costruire e mantenere per dieci mesi una menzogna di quella portata, e cosa scatti nella sua testa quando quella menzogna sta per crollare.
Hai già visto Maternal Instinct su Netflix, o conoscevi già il caso Taylor Parker prima che ne parlasse il documentario?


