Negli ultimi anni l’horror ha capito una cosa che altri generi continuano spesso a sfiorare e basta: il corpo non è solo un dettaglio visivo, non è solo qualcosa da mostrare o da modificare, ma è anche il luogo in cui si scaricano ansie, pressioni, vergogne e ossessioni. Saccharine, il nuovo film di Natalie Erika James, parte proprio da qui e ci costruisce sopra una storia che, già dal trailer, ha un’aria parecchio sgradevole nel senso giusto del termine. Non tanto perché punti solo a fare schifo o a scioccare, ma perché prende una paura molto concreta e la spinge in una direzione orribile.
Il film è stato presentato al Sundance 2026 e poi anche alla Berlinale 2026, e uscirà nelle sale americane il 22 maggio 2026. Più avanti dovrebbe arrivare anche su Shudder. Già queste due tappe, Sundance e Berlino, fanno capire che non stiamo parlando del solito horror usa e getta costruito tutto intorno a un’idea pazza e a due scene forti infilate in mezzo. Qui sembra esserci qualcosa di più pensato, anche se il punto di partenza è di quelli che ti fanno storcere la faccia dopo tre righe.
La protagonista è Hana, interpretata da Midori Francis, studentessa di medicina ossessionata dal proprio peso. A un certo punto riesce a procurarsi delle pillole dimagranti illegali che promettono risultati rapidi. Fin qui si resta già in una zona abbastanza tossica, ma ancora riconoscibile. Il film poi decide di peggiorare tutto: Hana scopre che quelle pillole sono fatte di ceneri umane compresse. E invece di fermarsi, continuare a prenderle le sembra ancora una soluzione possibile. Da lì la situazione precipita, perché insieme alla trasformazione fisica arrivano anche effetti sempre più disturbanti, tra apparizioni, compulsioni e una fame che smette di essere semplice fame.
La cosa interessante di Saccharine è che non usa la dieta solo come trovata narrativa bizzarra. La usa come punto d’ingresso per parlare di un rapporto malato con il corpo, di quel bisogno continuo di correggersi, restringersi, migliorarsi, come se il problema fosse sempre lì e mai nel mondo che ti guarda. Detta così sembra quasi una frase da dibattito ben pettinato, ma il film non sembra affatto volerla mettere giù con delicatezza. Al contrario, il trailer lascia intendere che Natalie Erika James voglia portare quel discorso su un piano fisico, sporco, quasi insopportabile. E probabilmente è la scelta giusta, perché certi temi se li racconti troppo bene educati perdono forza.
In questo senso il film si inserisce bene dentro quel filone di body horror femminile che negli ultimi tempi sta tirando fuori alcune delle cose più interessanti del genere. Non serve nemmeno fare l’elenco lungo, basta guardare a titoli recenti che hanno usato il corpo non solo come materia da trasformare, ma come luogo di conflitto, vergogna, desiderio e controllo. Saccharine sembra stare dentro quella linea lì, ma con un’immagine di partenza così grottesca da restare impressa subito: l’idea di dimagrire mangiando letteralmente morte. Non è esattamente il tipo di metafora che ti scivola via addosso.
Poi c’è Midori Francis, che qui sembra portarsi addosso una parte bella pesante. Hana non è il classico personaggio che subisce l’orrore e basta. È una ragazza che lo accetta, lo alimenta, quasi lo cerca, almeno finché non le esplode addosso in modo incontrollabile. Questo rende tutto più scomodo da seguire, ma anche più interessante. Il personaggio non è lì per essere solo vittima. È qualcuno che scivola da sola in un meccanismo già sbagliato in partenza, e proprio per questo il film può permettersi di essere più duro.
Natalie Erika James, del resto, con Relic aveva già mostrato di saper lavorare bene su un orrore molto fisico ma mai gratuito. Là il corpo diventava il luogo del deterioramento e della perdita. Qui, almeno da quello che si vede, il discorso è diverso ma non meno crudele. Non c’è la decadenza lenta, c’è piuttosto l’ossessione di cambiare a ogni costo. Il che, se vogliamo, è ancora più contemporaneo e forse pure più cattivo.
La sensazione è che Saccharine sarà uno di quei film che o ti prendono parecchio o ti respingono quasi subito. Non sembra il classico horror da vedere in modo distratto, magari mentre controlli il telefono. Ha l’aria del film che ti costringe a stare lì e a guardare qualcosa che vorresti evitare, non tanto per paura in senso classico, ma per fastidio, per disagio, per quel tipo di repulsione che nasce quando una storia tocca un nervo già scoperto. E forse è proprio questo il suo punto di forza.
In poche parole, Saccharine non sembra il film che ti fa passare la voglia di mangiare. Sembra piuttosto il film che prende tutto quello che c’è di malato nel nostro rapporto con il corpo e lo restituisce in forma di incubo. E già questo, oggi, basta a renderlo molto più interessante di tanti horror costruiti meglio ma pensati peggio.


