Oggi Il Padrino è tornato in TV e rivederlo sapendo cosa accadde durante la lavorazione rende il film ancora più incredibile. Paramount non voleva Marlon Brando come Don Vito Corleone, guardava con enorme diffidenza Al Pacino e arrivò a pensare che Francis Ford Coppola non fosse l’uomo giusto per dirigere il progetto. Poi ci furono proteste, minacce, accordi per eliminare la parola “Mafia”, un gatto trovato per caso, una vera testa di cavallo e alcune delle battute più famose nate quasi sul momento.
Insomma, uno dei film che oggi sembra costruito con una precisione assoluta nacque in un clima in cui parecchie persone erano convinte che qualcosa stesse andando storto.
Ed è probabilmente questo il dettaglio più affascinante.
Il Padrino non è diventato un capolavoro perché tutti avevano capito immediatamente cosa fare. È diventato Il Padrino anche perché Coppola continuò a difendere idee che lo studio considerava sbagliate.
Paramount non voleva Marlon Brando
Oggi associare Don Vito Corleone a un attore diverso da Marlon Brando sembra quasi impossibile.
Nel 1971, invece, la situazione era completamente diversa.
Brando aveva già alle spalle film straordinari, ma attraversava un periodo professionale complicato. A Hollywood aveva inoltre la fama di attore difficile, imprevedibile e poco semplice da gestire sul set. Paramount non era quindi affatto entusiasta all’idea di affidargli il personaggio più importante del film.
Tra i nomi discussi per Don Vito comparvero anche Laurence Olivier, George C. Scott ed Ernest Borgnine. Coppola, però, continuava a pensare che Brando fosse la scelta giusta.
Mario Puzo era dello stesso parere.
Lo scrittore arrivò a contattare personalmente Brando perché lo considerava perfetto per il personaggio.
Per convincere definitivamente Paramount serviva però qualcosa di più.
Coppola organizzò così una specie di provino domestico.
Brando comparve davanti alla telecamera con i capelli lunghi e un aspetto lontanissimo da quello che conosciamo nel film. Cominciò lentamente a trasformarsi: si sistemò i capelli, li scurì, modificò la voce e si riempì le guance con dei fazzoletti per ottenere quella particolare forma della mascella.
Voleva che Don Vito avesse l’aspetto di un bulldog.
Il risultato impressionò gli executives.
Per il film vennero poi realizzate apposite protesi per la bocca al posto dei fazzoletti, ma il volto di Don Corleone era praticamente nato in quel momento.
E Brando non imparava nemmeno tutte le battute
Una volta ottenuto il ruolo, Brando portò sul set anche uno dei suoi metodi di lavoro più particolari.
Non amava memorizzare completamente i dialoghi.
Le sue battute venivano quindi scritte su cartelli sistemati fuori dall’inquadratura, in posizioni che gli consentissero di leggerle senza sembrare distratto.
Brando sosteneva che conoscere troppo bene il testo avrebbe reso la recitazione meno spontanea.
La cosa divertente è che il sistema funzionava.
Guardando Don Vito parlare lentamente, scegliere le parole e fermarsi per qualche secondo prima di rispondere, nessuno immaginerebbe che a pochi metri potesse esserci qualcuno con un grosso cartello contenente la battuta successiva.
Al Pacino rischiò seriamente di essere licenziato
Se Paramount era poco convinta di Brando, con Al Pacino la situazione fu persino peggiore.
Pacino era ancora relativamente poco conosciuto al cinema e lo studio non vedeva in lui il protagonista di un progetto tanto importante.
Robert Redford, Ryan O’Neal, Warren Beatty e altri attori più affermati furono presi in considerazione o discussi.
Uno dei problemi indicati dagli executives era persino l’aspetto fisico di Pacino.
Era considerato troppo basso, poco imponente e soprattutto poco “cinematografico” per interpretare Michael Corleone.
Coppola continuò comunque a insistere.
Poi iniziarono le riprese e la situazione non migliorò immediatamente.
Guardando i primi giornalieri, alcuni dirigenti non riuscivano a capire cosa stesse facendo Pacino. La sua interpretazione era troppo contenuta per chi si aspettava un protagonista più apertamente carismatico.
Pacino ha raccontato che Paramount provò più volte a sostituirlo.
A salvarlo fu soprattutto una scena.
Quella del ristorante.
Michael incontra Sollozzo e il capitano McCluskey, entra in bagno, recupera la pistola nascosta e torna al tavolo.
Fino a quel momento Pacino aveva costruito il personaggio quasi trattenendo ogni emozione.
Poi arriva l’esplosione.
Coppola ricordò che proprio quella sequenza convinse gli executives che Pacino fosse finalmente il Michael Corleone che serviva al film.
Una delle interpretazioni più famose della storia del cinema rischiò quindi di interrompersi dopo pochi giorni.
Anche Coppola pensava di poter essere cacciato da un momento all’altro
Neppure il regista viveva giornate particolarmente tranquille.
Coppola aveva appena 32 anni e Paramount continuava a mettere in discussione molte delle sue decisioni.
Lo studio aveva inizialmente valutato altri registi, tra cui Peter Yates, Richard Brooks e Costa-Gavras. Coppola venne scelto anche perché italoamericano e perché poteva dare alla storia quella dimensione familiare che interessava ai produttori.
Poi iniziarono gli scontri.
Brando.
Pacino.
L’ambientazione.
La fotografia.
Il ritmo.
A circa tre settimane dall’inizio delle riprese, la paura di essere sostituito era diventata talmente forte che Coppola raccontò di essere arrivato vicino a un crollo nervoso.
Pensate alla situazione.
Stai dirigendo Il Padrino.
Ma nessuno sa ancora che stai dirigendo Il Padrino.
Per molti sei semplicemente il giovane regista che sta spendendo soldi facendo recitare un attore che lo studio non voleva accanto a un protagonista che lo studio vorrebbe licenziare.
Paramount voleva persino spostare la storia negli anni Settanta
Le divergenze non riguardavano soltanto il cast.
Paramount voleva tenere bassi i costi e prese in considerazione una modifica oggi quasi inconcepibile: ambientare il film negli anni Settanta, cioè nel presente dell’epoca, invece di ricostruire gli anni Quaranta e Cinquanta del romanzo.
Fu valutato anche di girare in una città meno costosa di New York.
Kansas City venne menzionata tra le possibilità.
Coppola si oppose.
Voleva New York.
Voleva il dopoguerra.
Voleva automobili, vestiti, ambienti e atmosfere coerenti con il libro di Mario Puzo.
Alla fine riuscì a ottenere ciò che chiedeva e le riprese vennero effettuate principalmente a New York mantenendo l’ambientazione storica.
Provate per un secondo a immaginare Michael Corleone con l’abbigliamento del 1971.
Probabilmente basta questo per ringraziare Coppola per essere stato testardo.
Il gatto di Don Vito non era previsto
Poi ci sono quelle decisioni nate senza alcun piano.
Una delle più famose riguarda il gatto che Don Vito tiene in braccio nella prima scena.
Non era scritto nella sceneggiatura.
Coppola raccontò di aver visto un gatto randagio girare negli studi Paramount. Lo prese e, senza particolari spiegazioni, lo mise sulle ginocchia di Marlon Brando.
Brando amava gli animali e iniziò immediatamente ad accarezzarlo.
Il risultato è perfetto.
Don Vito ascolta Bonasera mentre accarezza tranquillamente il gatto, creando un contrasto quasi inquietante tra la delicatezza del gesto e il potere dell’uomo che abbiamo davanti.
La scena è talmente famosa che viene spontaneo pensare sia stata progettata così fin dall’inizio.
Invece quel gatto era semplicemente capitato nel posto giusto.
Luca Brasi era realmente terrorizzato da Brando
Un altro momento che sembra recitato con enorme precisione nacque dall’imbarazzo reale di Lenny Montana, interprete di Luca Brasi.
Montana era un ex wrestler professionista e non aveva l’esperienza cinematografica degli altri protagonisti. L’AFI ricostruisce che venne notato sul set e scelto perché aveva esattamente la presenza fisica necessaria per interpretare Brasi.
Trovarsi poi davanti a Marlon Brando non lo aiutò a rilassarsi.
Durante la scena in cui Luca parla con Don Vito al matrimonio di Connie, Montana era realmente nervoso e inciampava nelle parole.
Coppola capì che quell’insicurezza rendeva il personaggio persino migliore.
Luca Brasi è un uomo che terrorizza gli altri, ma davanti al Padrino diventa improvvisamente impacciato.
L’effetto funzionò così bene che venne rafforzato con una scena precedente in cui lo vediamo provare il discorso da solo.
Il personaggio stava esercitandosi.
In realtà, probabilmente, anche l’attore ne avrebbe avuto bisogno.
“Lascia la pistola, prendi i cannoli” nacque quasi per caso
Tra le frasi più celebri del film c’è:
«Leave the gun. Take the cannoli.»
La battuta arriva dopo l’omicidio di Paulie Gatto.
Clemenza lascia il luogo del delitto e ricorda al suo compagno una cosa essenziale: la pistola può rimanere lì.
I cannoli no.
La seconda parte della frase non era prevista esattamente in quella forma.
Secondo l’American Film Institute, Richard Castellano la improvvisò partendo da un suggerimento di Ardell Sheridan, che interpretava sua moglie nel film ed era sua moglie anche nella vita. Poco prima il personaggio gli aveva infatti chiesto di non dimenticare i cannoli.
Da un dettaglio domestico nasce così una battuta che riassume benissimo il tono del film.
Puoi avere appena ucciso qualcuno.
Ma tua moglie aspetta il dolce.
Meglio ricordarselo.
La testa di cavallo era vera
La curiosità più macabra riguarda naturalmente Khartoum, il cavallo appartenente al produttore Jack Woltz.
Woltz rifiuta di concedere a Johnny Fontane la parte richiesta da Don Corleone.
La mattina seguente si sveglia e trova nel letto la testa mozzata del proprio cavallo.
La testa che vediamo nel film era vera.
La produzione aveva preparato una versione artificiale, ma Coppola riteneva che non fosse abbastanza convincente. Una vera testa venne ottenuta da un impianto che lavorava animali già destinati alla macellazione; il cavallo non venne quindi ucciso appositamente per il film.
Persino Coppola ha raccontato nel tempo come avesse costruito la scena per confondere inizialmente lo spettatore.
Woltz sente qualcosa nel letto.
Vede il sangue.
Per qualche secondo non capiamo cosa sia successo.
Poi solleva le lenzuola.
E arriva una delle immagini più famose della storia del cinema.
C’è inoltre un dettaglio interessante nella struttura del film: secondo l’AFI, quella è la prima vera esplosione di violenza dopo circa 45 minuti.
Coppola passa quindi quasi tre quarti d’ora a mostrarci matrimoni, incontri, affari, famiglia e minacce.
Poi mette una testa di cavallo nel letto.
Da quel momento il livello di violenza cresce progressivamente fino al finale.
La parola “Mafia” non viene mai pronunciata
Forse la curiosità più incredibile non riguarda ciò che vediamo.
Riguarda una parola che non sentiamo mai.
“Mafia”.
Nel film non viene pronunciata.
Nemmeno “Cosa Nostra”.
La scelta fu legata alle fortissime proteste della Italian-American Civil Rights League, organizzazione fondata da Joseph Colombo, capo dell’omonima famiglia criminale newyorkese.
La League sosteneva che il film avrebbe alimentato gli stereotipi contro gli italoamericani.
Il produttore Albert S. Ruddy ricevette pressioni e minacce e alla fine raggiunse un accordo: quelle parole sarebbero state rimosse dalla sceneggiatura.
La cosa quasi surreale è che la modifica fu relativamente semplice.
Non serviva continuare a dire “Mafia” per far capire esattamente di cosa stesse parlando Il Padrino.
Il film poteva raccontare per quasi tre ore una famiglia criminale organizzata senza utilizzare nemmeno una volta la parola più ovvia.
La produzione riuscì così a proseguire con meno ostacoli e ricevette anche maggiore collaborazione in alcune aree di New York.
Gordon Willis girò un film talmente scuro da preoccupare lo studio
Un altro elemento che oggi riconosciamo immediatamente è la fotografia.
Gli interni della famiglia Corleone sono spesso immersi nell’ombra.
Gli occhi di Brando quasi scompaiono.
La luce arriva dall’alto.
Le stanze hanno tonalità calde e marroni, mentre molti volti rimangono parzialmente nascosti.
Il direttore della fotografia Gordon Willis spinse l’illuminazione molto più in là rispetto a quanto fosse comune nelle grandi produzioni hollywoodiane dell’epoca.
Quella scelta gli valse successivamente il soprannome di “Prince of Darkness”.
Oggi quella fotografia viene indicata come uno degli elementi che cambiarono l’aspetto del cinema americano, tanto che l’Academy parla esplicitamente del lavoro di Willis come qualcosa che contribuì a modificare il linguaggio visivo di Hollywood.
Eppure sul set era un altro motivo di tensione.
Ancora una volta, ciò che sembrava rischioso divenne uno dei motivi per cui il film è inconfondibile.
Una delle scene più belle non fu scritta interamente da Coppola e Puzo
C’è anche un contributo meno conosciuto.
Lo sceneggiatore Robert Towne, che poco dopo avrebbe scritto Chinatown, intervenne sul copione.
Il suo contributo più famoso riguarda la scena in giardino tra Vito e Michael.
Don Corleone parla con il figlio e gli confessa di aver immaginato per lui una vita completamente diversa. Non voleva che Michael diventasse come lui. Avrebbe voluto vederlo senatore, governatore, qualcuno capace di ottenere un potere legittimo.
È uno dei momenti più malinconici del film perché Vito capisce che ciò che voleva evitare è già accaduto.
Secondo l’AFI, quella scena venne sviluppata proprio con l’aiuto di Towne.
Coppola lo ricordò pubblicamente anche al momento dell’Oscar per la sceneggiatura.
Sofia Coppola era già nel primo Padrino
Molto prima di interpretare Mary Corleone ne Il Padrino – Parte III e molto prima di diventare una regista premiata, Sofia Coppola era già comparsa nel primo film.
Aveva poche settimane di vita.
È infatti il neonato utilizzato nella sequenza del battesimo verso la fine del film.
La scena è una delle più famose montate da Coppola.
Michael diventa padrino del bambino mentre i suoi uomini eliminano contemporaneamente i principali avversari della famiglia.
Il sacerdote gli chiede se rinuncia a Satana.
Michael risponde di sì.
Nel frattempo vengono compiuti omicidi su suo ordine.
E il bambino tra le braccia degli adulti era proprio la figlia del regista.
La famiglia Coppola, in effetti, prese il concetto di “film di famiglia” abbastanza seriamente.
Il successo fu enorme e agli Oscar accadde un’altra scena storica
Alla fine tutte quelle battaglie produssero qualcosa che Paramount difficilmente avrebbe potuto prevedere.
Il Padrino divenne un enorme successo commerciale e culturale.
Il film dura circa 175 minuti e vinse tre Oscar importanti: miglior film, miglior attore per Marlon Brando e miglior sceneggiatura adattata per Mario Puzo e Francis Ford Coppola.
Anche la vittoria di Brando diventò storia.
L’attore non si presentò alla cerimonia e inviò Sacheen Littlefeather per rifiutare il premio come protesta contro il trattamento dei nativi americani nel cinema e nella televisione.
Al Pacino, James Caan e Robert Duvall erano tutti candidati come attori non protagonisti.
Pacino contestò però la scelta della categoria, ritenendo che Michael avesse una presenza nel film tale da renderlo protagonista.
Pensare che pochi mesi prima Paramount voleva cacciarlo rende la situazione ancora più ironica.
Il film che sembrava pieno di decisioni sbagliate finì per cambiare Hollywood
Alla fine rimane questa impressione.
Paramount non voleva Brando.
Non era convinta di Pacino.
Temeva le scelte di Coppola.
Voleva risparmiare sull’ambientazione.
La fotografia sembrava troppo scura.
Una parte del mondo italoamericano protestava.
Il produttore doveva gestire contemporaneamente Hollywood e personaggi legati al vero crimine organizzato.
Brando leggeva le battute dai cartelli.
Luca Brasi balbettava perché l’attore era realmente nervoso.
Un gatto randagio entrò per caso nella prima scena.
Una battuta sui cannoli venne aggiunta quasi sul momento.
La produzione utilizzò una vera testa di cavallo.
E da questo caos è uscito uno dei film più influenti mai realizzati.
Nel 1990 Il Padrino è stato inserito nel National Film Registry della Library of Congress e nel 2007 l’American Film Institute lo ha collocato al secondo posto tra i più grandi film americani, dietro soltanto a Quarto potere.
Forse è proprio questo che rende ancora così affascinante rivederlo.
Sul grande schermo sembra non esserci nulla fuori posto.
Dietro le quinte, invece, sembra che qualcuno stesse continuamente cercando di impedire al film di diventare esattamente ciò che sarebbe diventato.
E per fortuna Francis Ford Coppola, su parecchie cose, decise semplicemente di non ascoltare.
Voi conoscevate questi retroscena de Il Padrino? Quale vi ha sorpreso di più tra il quasi licenziamento di Al Pacino, il gatto improvvisato, la vera testa di cavallo e le battaglie di Coppola con Paramount? Scrivetecelo nei commenti.


