Sei anni. Sei lunghi anni sono passati da quando “L’ufficiale e la spia” di Roman Polanski ha conquistato il Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia 2019, e solo ora il film sta per approdare negli Stati Uniti. Una storia che sa di thriller giudiziario, ma stavolta la suspense non è solo sullo schermo – è dietro le quinte di un’industria che continua a fare i conti con il passato controverso del suo regista.
Il Film Forum di New York ospiterà dal 8 agosto una proiezione limitata di due settimane, in quella che rappresenta la prima vera occasione per il pubblico americano di vedere l’opera che in Europa ha fatto incetta di riconoscimenti. Quattro César su dodici nomination nel 2020, quattro candidature agli European Film Awards: numeri che raccontano di un film che ha saputo convincere critica e pubblico, almeno dall’altra parte dell’Atlantico.
Ma cosa rende così particolare questa pellicola che Louis Garrel e Jean Dujardin hanno portato sullo schermo con la maestria che li contraddistingue? E soprattutto, perché ci è voluto così tanto tempo per attraversare l’oceano?
L’affare Dreyfus: quando la storia si ripete
L’ufficiale e la spia non è solo un film storico – è un mirror che riflette dinamiche di potere, pregiudizio e giustizia che sembrano tristemente attuali. La vicenda del capitane dell’esercito francese Alfred Dreyfus, interpretato con intensità da Garrel, è una di quelle storie che ti fanno tremare le mani mentre reggi il popcorn.
Siamo alla fine del XIX secolo, la Francia respira un’aria pesante di antisemitismo, e Dreyfus finisce nel tritacarne di un processo farsa. Tradimento, spionaggio per la Germania, l’Isola del Diavolo come destinazione finale. Tutto falso, tutto costruito sulla sua fede ebraica più che su prove concrete. È Jean Dujardin nei panni di Georges Picquart, capo del controspionaggio francese, a scoprire la verità e a pagarne il prezzo con l’arresto.
La cinematografia di Polanski costruisce un affresco claustrofobico dove ogni inquadratura sembra stringere un cappio invisibile attorno al collo della giustizia. Il suo uso del campo-controcampo durante gli interrogatori crea una tensione palpabile, mentre la palette cromatica dominata da toni seppia e grigi riflette l’atmosfera opprimente dell’epoca.
Il peso del passato: Polanski e i suoi fantasmi
Qui arriviamo al nodo gordiano della questione. Polanski stesso ha tracciato paralleli espliciti tra la sua situazione personale e quella di Dreyfus nelle note stampa distribuite a Venezia. “Vedo la stessa determinazione nel negare i fatti e condannarmi per cose che non ho fatto”, ha scritto il regista.
È una dichiarazione che divide, inevitabilmente. Da una parte c’è l’artista che rivendica la propria innocenza su alcune accuse, dall’altra c’è l’uomo che ha ammesso di aver abusato di Samantha Geimer nel 1977, quando lei aveva tredici anni. La vittima stessa lo ha perdonato e difeso negli anni, ma questo non cancella la complessità morale della situazione.
I distributori nordamericani hanno mantenuto le distanze, comprensibilmente. Il cinema è anche business, e il business americano ha le sue regole non scritte quando si tratta di figure controverse.
Una scommessa coraggiosa del Film Forum
Il Film Forum non si occuperà della distribuzione oltre le proprie sale – è stato il produttore Alain Goldman a prenotare direttamente le proiezioni. Una mossa che sa di guerriglia cinematografica, di chi vuole far arrivare un’opera al pubblico nonostante gli ostacoli.
È interessante notare come questa notizia sia stata “sepolta” nell’annuncio della programmazione estiva del cinema, quasi nascosta tra le altre proposte. Un approccio low-profile che forse riflette la delicatezza della situazione.
Il confronto con “The Palace”: quando anche i maestri inciampano
Vale la pena ricordare che “L’ufficiale e la spia” non è nemmeno l’ultimo lavoro di Polanski. “The Palace” del 2023, con Mickey Rourke e John Cleese, è stato un disastro critico e commerciale tale da far sembrare un capolavoro qualsiasi film degli Asylum. Le recensioni stroncanti per questa satira sui ricchi hanno praticamente garantito che non vedesse mai le sale americane.
Il contrasto è stridente: da una parte un film premiato e riconosciuto, dall’altra un flop clamoroso che ha confermato come anche i registi più celebrati possano inciampare spettacolarmente.
Cosa ne pensi di questa situazione? Credi che l’arte debba essere separata dall’artista, o che il passato di un regista influenzi inevitabilmente la ricezione delle sue opere? Lascia un commento e dimmi la tua: in un’epoca in cui il dibattito su cancel culture e seconda chance è più acceso che mai, come dovremmo approcciarci a casi come questo?
