Quando un prete giovane, riconoscibile, seguito da migliaia di persone sui social, decide di sospendere il ministero e di fare un passo di lato, la notizia fa rumore. Non solo perché “fa notizia”, ma perché mette in piazza una domanda che tanti, in fondo, si portano dietro da anni: il modello di prete che abbiamo oggi regge ancora oppure sta scricchiolando?
Il caso di don Alberto Ravagnani è diventato, volenti o nolenti, uno specchio. Lui ha raccontato la scelta con parole che suonano più come un cambio di vita che come un gesto di rabbia: “il treno è lo stesso, ma sono cambiati i binari”, e ha parlato di motivi tanti e complessi, con l’idea di restare fedele a un percorso, ma in un modo diverso.
E qui arriva il punto: una storia personale non è mai “un referendum” sulla Chiesa. Però può diventare un pretesto, sì. Un pretesto buono, persino sano, per fare una cosa che spesso si evita: guardare i numeri in faccia e chiedersi se certe regole, certe abitudini, certi equilibri, oggi aiutano davvero.
Perché mentre discutiamo del singolo caso, fuori c’è un fatto enorme e molto concreto: in Italia i preti diminuiscono. Non è una sensazione, è una curva che scende. In trent’anni i preti diocesani sono passati da circa 38.000 (nel 1990) a 31.800 (nel 2020). Tradotto: 6.200 in meno.
E se qualcuno pensa: “Vabbè, ma magari entrano nuove leve”, anche lì i dati sono duri. Le ordinazioni sacerdotali sono scese: nel 2013 erano 436, nel 2023 sono diventate 323. E nei primi sei mesi del 2024 erano 121, quindi non si andava verso un rimbalzo spettacolare.
Non è solo “meno preti”, è anche un altro fenomeno che si vede già in tante diocesi: più parrocchie che sacerdoti. In alcuni territori del Centro-Nord il rapporto è talmente sbilanciato che un prete si trova a seguire più comunità, con la conseguenza che la presenza quotidiana si riduce e la parrocchia, piano piano, diventa una cosa “a incastro”. Un esempio riportato spesso è quello della diocesi di Tortona: 91 sacerdoti per 309 parrocchie.
E allora, la domanda diventa scomoda ma inevitabile: che cosa succede a una Chiesa di territorio quando il prete non c’è o passa “a giorni alterni”? Succede che tante attività si spengono. Succede che la comunità regge se ha laici forti, motivati, preparati. Altrimenti resta la messa della domenica quando si riesce, due sacramenti messi in fila, e poco altro. E in mezzo ci finiscono le persone normali: anziani che cercano una parola, famiglie che vorrebbero un punto fermo, ragazzi che avrebbero bisogno di una guida vera e non solo di un “evento”.
Ora, attenzione: non è un’accusa ai preti. Anzi, spesso è il contrario. Molti sacerdoti sono stanchi, caricati di responsabilità amministrative, di burocrazia, di urgenze continue. E qui entra la riflessione che, secondo me, la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di fare senza paura di “perdere la faccia”: se la struttura non sta più in piedi come prima, ha senso continuare a comportarsi come se fosse tutto uguale?
Dentro questa crisi ci sono due parole che tornano sempre, anche se qualcuno fa finta di non sentirle: celibato e solitudine.
Non sto dicendo “aboliamo tutto domani mattina”. Sto dicendo una cosa più semplice: se mancano preti, se i seminari si svuotano, se le parrocchie si accorpano, se la gente si allontana, forse è il momento di chiedersi se certe regole, nate in un altro mondo, oggi non stiano diventando un peso aggiuntivo. Anche perché i candidati al sacerdozio non sono infiniti: nei seminari maggiori italiani i seminaristi diocesani erano circa 1.804 (dato 2021). Non sono numeri che fanno dormire tranquilli.
E non è solo l’Italia. A livello mondiale il numero totale dei sacerdoti tende a scendere, e il calo è particolarmente marcato in Europa.
Quindi sì, il caso Ravagnani può essere un pretesto. Non per fare gossip, ma per aprire un discorso che riguarda tutti: che tipo di prete serve oggi? Un uomo solo, schiacciato tra catechismo, conti della parrocchia e funerali? Oppure un ministro che lavora in squadra, con laici e diaconi che hanno un ruolo reale, riconosciuto, stabile?
E poi: siamo sicuri che l’unica forma possibile di vita sacerdotale sia quella che conosciamo? In altre tradizioni cristiane esistono preti sposati, e non mi pare che l’idea di “famiglia” abbia distrutto la fede. Qui non si tratta di fare la rivoluzione per moda. Si tratta di fare una scelta di realismo: se il sistema non regge più, o lo si adatta, o si finge che vada tutto bene finché non crolla da solo.
C’è anche un altro punto che spesso viene ignorato: i preti “influencer” non sono un capriccio. Sono, nel bene e nel male, un segnale che la comunicazione religiosa tradizionale non raggiunge più tutti. Uno come Ravagnani ha intercettato giovani, curiosi, persone lontane. Ha parlato con un linguaggio diretto, senza troppe sovrastrutture. E quando una figura così decide di fermarsi, la Chiesa dovrebbe chiedersi non “chi ha torto”, ma che fatica c’è dietro. Perché se anche un prete che sembra forte, visibile, sostenuto dall’affetto del pubblico, arriva a quel punto, allora il problema non è solo individuale.
Magari la risposta non è una sola. Magari non sarà “sposiamo i preti” e fine. Magari sarà un insieme di cose: meno burocrazia, più comunità, più formazione per i laici, più responsabilità condivisa, più ascolto vero di chi sta dentro il ministero e non solo di chi lo commenta da fuori.
Però una cosa, secondo me, è chiara: il ruolo del prete moderno va ripensato, perché il contesto è già cambiato. E se la Chiesa vuole restare davvero vicina alla vita delle persone, deve avere il coraggio di fare scelte concrete, anche quando fanno discutere.
Perché altrimenti succede questo: si piange la mancanza di preti, si chiudono parrocchie di fatto, si accorpano comunità, e si continua a dire “andrà meglio”. Ma senza un cambio di passo, non va meglio. Va solo più silenzioso.
E tu come la vedi: la Chiesa dovrebbe dare più libertà ai sacerdoti, oppure pensi che certe regole vadano difese così come sono? Scrivilo nei commenti e dimmi la tua.



Ottima riflessione che condivido in pieno anche perchè sono 40 anni – da quando ho lasciato il servizio ministeriale attivo – che scrivo e dico queste cose quando sono invitato dai media. Non so le ragioni per cui don Alberto lasci il ministero (sapremo se si sposerà e, se così sarà, alla fine il motivo è sempre quello, il celibato obbligatorio), ma lo ringrazio della scelta: è l’ultima “influenzata” dell’influencer di Dio che provoca reazioni e riflessioni su scala molto più vasta di quella di un singolo prete che lascia il ministero per sposarsi. Oltre a don Alberto, in questo mese di gennaio, altri tre preti lasciano il ministero.
Il celibato non è tutto, nè in un senso, nè nell’altro. Non è tutto per quanto riguarda la soluzione della mancanza di vocazioni al ministero ordinato e non è tutto per la soluzione dei problemi della solitudine del clero. Il celibato è un grande, gigantesco baobab che impedisce alla luce di illuminare veri problemi che, sostanzialmente, attengono ad una chiesa (volutamente con “c” minuscola) ancora troppo autoreferenziale, incapace di ascolto non solo di chi la pensa diversamente, ma anche della Parola.
Grazie per quanto ha scritto