Il sarto di Panama è tornato in tendenza su Netflix Italia e rivederlo oggi fa emergere subito una cosa che nel 2001 poteva sembrare quasi una provocazione: Pierce Brosnan interpreta una spia britannica che assomiglia a James Bond solo in superficie. Elegante, sicuro di sé, affascinante. Poi basta aspettare qualche minuto e si capisce che Andy Osnard è praticamente il contrario di 007: corrotto, manipolatore, opportunista, pieno di debiti e disposto a usare chiunque pur di salvarsi la pelle.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più divertenti del film di John Boorman.
Brosnan, nel 2001, era ancora James Bond a tutti gli effetti. Aveva già girato GoldenEye, Il domani non muore mai e Il mondo non basta, mentre La morte può attendere sarebbe arrivato l’anno successivo.
Quindi il pubblico vedeva Pierce Brosnan entrare negli uffici dell’MI6 e pensava automaticamente a 007.
Solo che questa volta qualcosa era storto.
Molto storto.
Andy Osnard è quasi il James Bond che Bond non potrebbe permettersi di essere
La prima scena con Brosnan gioca già con questa aspettativa.
Andy Osnard viene mandato a Panama dopo essersi cacciato nei guai a Madrid. Non è un eroe mandato a salvare il mondo. È un agente con debiti di gioco, una reputazione compromessa e una discreta quantità di problemi personali.
Arrivato a Panama, individua immediatamente Harry Pendel, interpretato da Geoffrey Rush.
Harry è un sarto.
Ma non un sarto qualsiasi.
Ha clienti importanti, veste politici e uomini influenti e soprattutto possiede una qualità molto utile per una spia: sa inventare storie.
Osnard scopre anche che Pendel ha un passato che preferirebbe non raccontare e problemi economici abbastanza seri.
Perfetto.
Lo ricatta.
E da quel momento Il sarto di Panama diventa una specie di James Bond visto attraverso uno specchio deformante.
Bond usa il fascino per ottenere informazioni.
Osnard usa sesso, minacce e ricatti.
Bond salva il mondo.
Osnard rischia quasi di provocare una crisi internazionale per guadagnarci.
Bond beve Martini.
Osnard probabilmente controllerebbe prima se qualcun altro paga il conto.
Brosnan sembra divertirsi parecchio a distruggere la propria immagine
Non è difficile leggere il personaggio come una presa in giro del Bond che Brosnan interpretava contemporaneamente.
Già all’uscita diversi commentatori notarono quanto Andy Osnard fosse costruito come una versione sporca e moralmente disgustosa dell’agente segreto britannico. Persino il suo modo di muoversi e sedurre conserva qualcosa di 007, soltanto privato di qualsiasi nobiltà.
Ed è probabilmente questo che rende la sua interpretazione ancora divertente oggi.
Brosnan aveva passato anni a entrare in camere d’albergo perfettamente vestito.
Adesso può entrare nella stessa stanza e comportarsi malissimo.
Aveva passato anni a sedurre donne come parte del mito Bond.
Osnard lo fa in maniera molto meno romantica.
Aveva interpretato un agente dell’MI6 che, nonostante tutto, lavorava per il proprio Paese.
Questo utilizza il servizio segreto soprattutto come opportunità personale.
È come se Brosnan avesse preso James Bond, gli avesse tolto la musica di Monty Norman e avesse chiesto:
“Vediamo quanto rimane elegante adesso”.
Geoffrey Rush è il vero motore del film
Se Brosnan si diverte a rovinare James Bond, Geoffrey Rush costruisce invece un personaggio meravigliosamente tragico.
Harry Pendel si presenta come un raffinato sarto proveniente da Savile Row.
Non è vero.
È un ex detenuto.
Ha imparato il mestiere con lo zio Benny e ha costruito attorno a se stesso una versione più rispettabile della propria vita. Sua moglie Louisa, interpretata da Jamie Lee Curtis, non conosce neppure tutta la verità sul suo passato.
Quando Osnard gli chiede informazioni, Harry comincia quindi a fare ciò che sa fare meglio.
Inventare.
All’inizio sono piccole bugie.
Poi le bugie devono diventare più interessanti.
Così un suo amico diventa improvvisamente una figura fondamentale dell’opposizione politica.
Una semplice conversazione con il presidente di Panama viene trasformata in un complotto internazionale.
E a un certo punto Harry sostiene che il Canale di Panama potrebbe essere venduto alla Cina.
Osnard gli chiede quale Cina.
Pechino o Taiwan?
Harry risponde sostanzialmente: entrambe.
Probabilmente è il momento in cui qualsiasi agente serio avrebbe capito di avere un problema.
Osnard invece pensa che la storia potrebbe funzionare.
La parte più assurda è che le bugie vengono credute
Ed è questo che rende il film molto più cattivo di una semplice spy comedy.
Osnard manda le informazioni a Londra.
Londra le prende sul serio.
La storia arriva agli americani.
E improvvisamente una serie di invenzioni costruite da un sarto indebitato rischia di provocare un intervento militare.
È qui che si sente maggiormente John le Carré.
Il film deriva infatti dal suo romanzo del 1996 e lo stesso le Carré partecipò alla sceneggiatura insieme a John Boorman e Andrew Davies.
L’autore degli intrighi di George Smiley questa volta sceglie un tono quasi farsesco.
Le persone che dovrebbero possedere le informazioni migliori sono spesso quelle più facili da manipolare.
Gli agenti segreti non controllano necessariamente la verità.
Controllano se la bugia è abbastanza utile.
Ventuno? Venticinque anni dopo, questa parte non sembra esattamente invecchiata male.
Il romanzo nasce anche da un altro classico dello spionaggio
C’è poi una curiosità letteraria molto bella.
Il sarto di Panama di John le Carré è apertamente debitore di Il nostro agente all’Avana, romanzo di Graham Greene del 1958.
Anche lì un uomo comune viene reclutato dai servizi britannici e, non avendo vere informazioni da fornire, comincia a inventarsele.
Il problema è che i servizi segreti gli credono.
Le Carré prende quell’idea e la porta nella Panama degli anni Novanta, subito dopo un periodo politicamente delicatissimo per il Paese.
Boorman, nel film, sposta invece l’ambientazione nel nuovo millennio.
Il risultato è una satira dello spionaggio molto diversa dai thriller serissimi che solitamente associamo al nome di le Carré.
Daniel Radcliffe è nel film prima di Harry Potter
Poi c’è la curiosità che oggi probabilmente sorprende di più.
Nel cast c’è Daniel Radcliffe.
Non Harry Potter.
Non ancora.
Radcliffe interpreta Mark Pendel, il figlio di Harry e Louisa. Il sarto di Panama rappresenta il suo debutto cinematografico, nello stesso 2001 in cui sarebbe arrivato Harry Potter e la pietra filosofale.
Aveva già lavorato in televisione in David Copperfield, ma sul grande schermo questo fu il primo passo.
Guardarlo oggi provoca inevitabilmente quella sensazione:
“Aspetta un attimo… ma quello è Harry Potter”.
Sì.
Solo molto prima che qualcuno gli desse una bacchetta.
Il bello è che Radcliffe compare accanto a Pierce Brosnan, Geoffrey Rush e Jamie Lee Curtis in un film sullo spionaggio internazionale.
Pochi mesi dopo era a Hogwarts.
Cambio di ambiente piuttosto deciso.
Il film fu girato davvero a Panama
Molti esterni non sono ricostruzioni.
La produzione lavorò realmente a Panama City, sul Lago Gatún e nella zona di Gamboa, mentre altre parti vennero realizzate agli Ardmore Studios in Irlanda.
Questo aiuta parecchio il film.
Panama non sembra una città generica alla quale qualcuno ha aggiunto due palme.
Il Canale, i quartieri, il clima e il contrasto tra ambienti ricchi e zone più popolari diventano parte integrante della storia.
John Boorman voleva che il luogo avesse un’identità precisa.
E non era semplicemente uno sfondo esotico per Pierce Brosnan.
Il finale originale era molto più cattivo
Un altro retroscena riguarda proprio gli ultimi minuti.
Nella versione che conosciamo, Osnard riesce sostanzialmente a scappare con i soldi, lasciandosi dietro il disastro che ha contribuito a provocare.
Non doveva finire così.
Nel finale originale, Harry Pendel sparava a Osnard. Quella conclusione venne poi cambiata e furono girate nuove scene per permettere al personaggio di Brosnan di sopravvivere e lasciare Panama.
Personalmente trovo la versione definitiva quasi più cattiva.
Osnard non riceve una punizione cinematograficamente soddisfacente.
Non arriva la morale.
Non arriva Bond a sistemare la situazione.
Il peggior individuo della storia può semplicemente andarsene.
E considerando il tipo di satira che il film sta costruendo, è una conclusione piuttosto adatta.
Il film non fu un enorme successo, ma non fu nemmeno il disastro che molti ricordano
Il sarto di Panama costò circa 21 milioni di dollari e ne incassò circa 28 milioni nel mondo. Non fu quindi un grande successo commerciale, ma nemmeno una catastrofe paragonabile ad altri flop dell’epoca.
Le reazioni furono generalmente positive soprattutto per Brosnan e Rush.
E con il tempo il film ha acquisito una posizione curiosa nella carriera di Brosnan.
È uscito esattamente durante la sua epoca Bond.
Non dopo.
Non quando cercava di liberarsi del personaggio.
Mentre era ancora 007.
Ed è questo che lo rende molto più interessante da riscoprire oggi.
Rivederlo su Netflix cambia completamente la percezione di Brosnan
Nel 2001 molte persone probabilmente guardavano Andy Osnard e pensavano:
“Pierce Brosnan sta facendo qualcosa di strano”.
Oggi, conoscendo molto meglio la sua carriera successiva, possiamo leggerlo quasi come uno dei primi segnali della sua voglia di allontanarsi dall’immagine perfetta dell’agente segreto.
Brosnan ha dimostrato negli anni di essere molto bravo proprio quando può interpretare personaggi meno eleganti, più ambigui o apertamente sgradevoli.
Andy Osnard rimane uno dei primi esempi.
Ha il volto di James Bond.
Il completo di James Bond.
Il mestiere di James Bond.
E praticamente nessuna delle qualità che dovrebbero renderlo James Bond.
Forse è proprio per questo che oggi Il sarto di Panama è ancora così divertente da riscoprire.
Soprattutto ora che è tornato tra i titoli più visti su Netflix Italia.
Voi avevate mai notato quanto Pierce Brosnan stesse giocando contro la propria immagine di 007 ne Il sarto di Panama? E ricordavate che nel film compariva anche un giovanissimo Daniel Radcliffe prima di Harry Potter? Scrivetecelo nei commenti.


