C’è un tipo di film che ancora prima di uscire riesci a descrivere quasi perfettamente senza averlo visto. Non perché sia banale, anzi. Ma perché tutti gli ingredienti sono talmente riconoscibili che il cervello li assembla automaticamente mentre guardi il trailer. Leviticus è esattamente quel tipo di film: horror queer, ambientato in una piccola comunità religiosa australiana, con una metafora soprannaturale che rappresenta il trauma della repressione sessuale, acquistato al Sundance per sette cifre, già indicato come Critic’s Pick da Variety. Se stai annuendo lentamente mentre leggi, sappi che lo sto facendo anche io.
Il che non significa necessariamente che sia brutto. Significa che è un film che sa esattamente dove sta andando e non ha nessuna intenzione di sorprenderti con scelte coraggiose in senso contrario. È woke nel senso più classico del termine, costruito intorno a un messaggio preciso, con una premessa che è già una dichiarazione politica prima ancora che una storia. Il titolo viene dal libro della Bibbia usato da alcune comunità religiose per condannare l’omosessualità, per cui anche quello è già un manifesto. Chiarella non fa mistero di cosa vuole dire, lo mette nel titolo, il che tecnicamente si chiama coraggio ma in certi circoli cinematografici si chiama anche “ottima strategia per il Sundance.”
La trama, spiegata a chi non frequenta i festival
Naim e Ryan sono due adolescenti in una piccola città dell’Australia profonda, cristiana e chiusa quanto basta per rendere la vita complicata a chiunque non si conformi. Si innamorano, il che sarebbe già un problema sufficiente in quel contesto, ma il film aggiunge uno strato soprannaturale: c’è un’entità che assume la forma della persona che desideri di più. Per Naim il mostro ha la faccia di Ryan, e viceversa. Il pericolo letterale coincide con il pericolo emotivo, l’horror esterno rispecchia quello interno, e la metafora è talmente esplicita che il film avrebbe potuto tranquillamente accompagnarla con una didascalia.
È una trovata narrativa che funziona, sia chiaro. Il problema è che funziona nel modo in cui funzionano molte cose al Sundance: tematicamente solido, emotivamente costruito con cura, capace di far scrivere recensioni entusiaste che usano parole come “rilevante” e “necessario.” Se questo ti convince a comprare il biglietto, ottimo. Se invece appartieni alla categoria di persone che al cinema vogliono essere sorprese invece di confermate, potrebbe essere una serata un po’ prevedibile nonostante il mostro.
Mia Wasikowska e il cast, che almeno sono una garanzia
Joe Bird è Naim, Stacy Clausen è Ryan, e Mia Wasikowska compare come madre di Naim, descritta come “emotivamente bloccata”, che nel linguaggio del cinema indie significa che il personaggio ha subito qualcosa e lo porta addosso in modo non risolto per tutta la durata del film. Wasikowska è anche produttrice esecutiva, il che suggerisce che ci credesse abbastanza da mettere il nome oltre che la faccia. Quando un attore produce il film in cui recita, di solito non è perché gli hanno offerto un ottimo contratto.
La regia è di Adrian Chiarella, al suo primo lungometraggio, che ha convinto qualcuno a dargli i soldi per realizzarlo e poi ha convinto qualcun altro a comprarlo per sette cifre, il che in termini pratici significa che ha già fatto meglio della maggior parte dei registi esordienti indipendentemente da come andrà al botteghino.
Cosa ne pensa chi l’ha già visto
Variety lo ha definito “un horror queer teso e avvincente che raggiunge una brillantezza inaspettata.” La parola “inaspettata” è interessante, perché suggerisce che anche chi lo ha recensito positivamente si aspettava qualcosa di più ordinario e si è dovuto ricredere. È il tipo di sorpresa piacevole che fa bene ai film con premesse così dichiarate, perché abbassa le aspettative abbastanza da renderle superabili.
Nella sezione Midnight del Sundance 2026 ha fatto abbastanza rumore da giustificare l’acquisto a sette cifre da parte di Neon, che distribuisce film con una certa selettività e non butta cifre del genere su prodotti che ritiene puramente di nicchia. Questo è forse l’indicatore più affidabile di tutti: i soldi veri, spesi da persone che poi devono giustificarli, sono un termometro più preciso delle recensioni entusiaste scritte alle due di notte in una sala di Park City.
Il 19 giugno, al cinema, non in streaming
Esce il 19 giugno in sala, non direttamente sulle piattaforme, e anche questa è già una presa di posizione. I film che sanno di poter funzionare solo nel contesto controllato dello streaming di solito ci vanno direttamente. Quelli che escono in sala credono di avere qualcosa che funziona nel buio collettivo, con il suono che ti entra nelle ossa e le persone intorno che respirano nella stessa scena che stai guardando tu.
Se appartieni alla categoria di persone che trovano che l’horror sia il modo più efficace per affrontare certi temi sociali, questo film è probabilmente per te e probabilmente lo adorerai. Se invece trovi che certe storie meritino di essere raccontate senza il filtro del soprannaturale, potresti passare novanta minuti ad apprezzare la fattura tecnica mentre una parte di te vorrebbe che il film si fidasse di più della storia senza il mostro.
In ogni caso, il 19 giugno è lontano abbastanza da darti tempo per decidere. Nel frattempo il trailer è disponibile ovunque e dura il tempo sufficiente per farti capire se sei il pubblico giusto o meno, che è già un servizio che molti trailer non riescono a fare.
Lo andrete a vedere? E soprattutto, preferite l’horror come strumento di critica sociale o trovate che a un certo punto la metafora diventi più ingombrante della storia che vuole raccontare?

