Prima di Oceania, prima della Vaiana Disney e molto prima del live action con Catherine Lagaʻaia e Dwayne Johnson, esisteva già un film chiamato Moana. Non era un musical, non aveva canzoni da cantare in macchina e non raccontava la storia di una ragazza scelta dall’oceano. Era un film muto del 1926, girato a Samoa da Robert Flaherty, il regista di Nanuk l’eschimese. E oggi, a un secolo di distanza, qualcuno si chiede se quel vecchio film dimenticato abbia lasciato un’ombra lunga sul successo Disney che in Italia conosciamo come Oceania.
La precisazione sul titolo è importante. Da noi, il film animato Disney del 2016 si chiama Oceania, mentre in molti altri Paesi è noto come Moana. Anche il nuovo live action, in arrivo nei cinema italiani il 19 agosto 2026, mantiene il titolo Oceania. Il nome Moana, però, non nasce con Disney. Era già stato usato da Flaherty cento anni fa per un’opera che oggi sembra lontanissima dal cinema pop contemporaneo, ma che ha avuto un peso enorme nella storia del documentario.
Il Moana del 1926 raccontava la vita di un giovane samoano e della sua comunità. Flaherty era arrivato nelle isole del Pacifico dopo il successo di Nanuk l’eschimese, il film che lo aveva reso famoso per il modo in cui portava sullo schermo culture lontane dal pubblico occidentale. Per il nuovo progetto aveva immaginato qualcosa di più avventuroso, forse una grande storia marina, magari con pericoli e creature leggendarie. Poi, una volta arrivato a Samoa, si trovò davanti una realtà diversa: vita quotidiana, famiglia, riti, lavoro, natura, corpi, mare.
Così costruì un film più contemplativo. Non un racconto pieno di colpi di scena, ma una serie di scene dedicate alla vita sull’isola: la raccolta del taro, le noci di cocco, le tradizioni locali, il rapporto con la comunità. Per girarlo rimase sul posto a lungo, affrontando difficoltà tecniche enormi. Si parla anche di un laboratorio improvvisato in una grotta d’acqua dolce per sviluppare la pellicola, in condizioni climatiche complicatissime.
Il risultato non fu il successo sperato su larga scala. Dopo alcune proiezioni promettenti, Moana non conquistò davvero il grande pubblico. Un critico dell’epoca lo sintetizzò in modo spietato: più che intrattenere, interessava. Una frase che oggi fa quasi sorridere, perché sembra descrivere il destino di tanti film importanti ma poco popolari.
La sua eredità, però, fu enorme. Il critico John Grierson, parlando di Moana, usò l’espressione “valore documentario”. Da lì sarebbe nata una parola destinata a cambiare il cinema: documentario. Paradossale, perché Moana era sì legato alla realtà samoana, ma non era un documentario nel senso moderno e rigoroso del termine. Molte scene erano ricostruite, i personaggi erano scelti in base alla presenza scenica e non tutti i legami familiari mostrati nel film corrispondevano alla realtà.
Ed è proprio da questa ambiguità che nasce la parte più interessante. Flaherty voleva documentare o costruire un’immagine poetica? Voleva mostrare Samoa com’era negli anni Venti o ricreare un passato che stava già sparendo? Diverse studiose e studiosi hanno sottolineato che alcuni aspetti culturali rappresentati nel film non erano più praticati nello stesso modo. Anche l’immagine delle donne samoane, riprese spesso secondo codici pensati per il pubblico occidentale, oggi solleva domande legittime.
Eppure il film non viene ricordato solo come un’opera problematica. In Samoa, secondo alcune testimonianze raccolte nel tempo, molti lo considerano anche una finestra preziosa su un passato familiare, su gesti, luoghi e volti che altrimenti sarebbero andati perduti. Non è una questione semplice: un film può essere filtrato da uno sguardo coloniale e allo stesso tempo conservare tracce importanti per la comunità che ha contribuito a realizzarlo.
Il collegamento con Oceania nasce proprio da qui. Il film Disney del 2016, e ora il live action, raccontano una storia completamente diversa. La protagonista è una giovane donna, Vaiana, scelta dall’oceano per riportare equilibrio al suo popolo. C’è Maui, c’è la musica di Lin-Manuel Miranda, c’è l’avventura mitologica, c’è il linguaggio spettacolare della Disney moderna. Però lo scenario del Pacifico, il nome originale Moana e l’idea di guardare alle culture polinesiane attraverso il cinema creano un filo curioso con il film del 1926.
Alcuni storici del cinema, come Bruce Posner, vedono una possibile influenza. Non nel senso che Disney abbia rifatto il vecchio Moana, perché sarebbe una forzatura. Piuttosto, l’idea è che quel film muto abbia aperto una strada: portare sullo schermo una cultura del Pacifico, trasformarla in immaginario cinematografico e renderla visibile a un pubblico globale. La differenza è enorme: oggi Disney lavora con gruppi di consulenti culturali provenienti dalle isole del Pacifico, proprio per evitare gli errori e le semplificazioni del passato.
Questa evoluzione è forse la parte più bella della storia. Nel 1926 un regista occidentale arrivava a Samoa con la sua telecamera, i suoi desideri narrativi e il suo modo di guardare. Un secolo dopo, persone legate a quelle culture partecipano alla costruzione dei racconti, correggono, suggeriscono, proteggono dettagli, suoni, gesti e significati. Non tutto diventa perfetto, certo. Disney resta Disney, quindi trasforma ogni materiale in grande spettacolo per famiglie. Però il salto rispetto al passato è evidente.
Il nuovo Oceania arriva quindi con una storia doppia alle spalle. Da una parte c’è il successo animato del 2016, amato da milioni di spettatori. Dall’altra c’è questo antenato quasi dimenticato, Moana del 1926, che non ha generato direttamente Vaiana, ma ha partecipato a una storia più lunga: quella della rappresentazione delle culture del Pacifico sullo schermo.
Forse il pubblico che andrà a vedere il live action non penserà a Robert Flaherty, a John Grierson o alla nascita del documentario. Penserà alle canzoni, a Maui, all’oceano, alla nuova protagonista Catherine Lagaʻaia. Però sapere che il nome Moana ha viaggiato nel cinema per cento anni rende tutto più affascinante. Dietro un grande blockbuster Disney può nascondersi una traccia antica, fragile, piena di contraddizioni.
E magari il remake di Oceania servirà anche a far riscoprire quel vecchio film muto del 1926. Non come “vero originale” della storia Disney, ma come una gemma complicata della storia del cinema. Un’opera nata prima che il documentario avesse davvero le sue regole, e prima che Hollywood imparasse almeno in parte ad ascoltare le culture che raccontava.
Voi conoscevate il Moana del 1926 o per voi il nome resta legato solo a Oceania della Disney? Scrivetelo nei commenti e diteci se andrete a vedere il live action al cinema.


