Per interpretare Rose Feller in In Her Shoes – Se fossi lei, Toni Collette ha messo su quasi undici chili, perdendoli poi progressivamente nel corso delle riprese stesse. Non fu una scelta imposta dalla produzione né un vezzo registico fine a sé stesso: Curtis Hanson voleva che il disagio di Rose si leggesse anche nel corpo dell’attrice, nella postura, nel modo di occupare lo spazio, e che la telecamera ne registrasse la trasformazione senza sottolinearla. Il personaggio si alleggerisce man mano che il film avanza, e quella scelta fisica accompagna in modo discreto ma preciso la trasformazione interiore del personaggio.
Ma quella del peso di Collette è solo la più nota di una serie di curiosità che si nascondono dietro un film spesso liquidato come commedia leggera da divano, quando in realtà ha una storia di produzione ben più interessante di quanto sembri.
Sarah Michelle Gellar doveva essere Rose
Il cast che conosciamo non era quello previsto. Il ruolo di Rose era stato assegnato a Sarah Michelle Gellar, all’epoca reduce da Buffy l’ammazzavampiri e desiderosa di una svolta cinematografica più matura. Quando Gellar lasciò il progetto per ragioni mai rese pubbliche, tutto si rimescolò: Toni Collette accettò di interpretare la sorella avvocata e Cameron Diaz prese il ruolo di Maggie, la più scapestrata delle due.
Fu un ribaltamento che migliorò il film in modo sostanziale. Collette portò a Rose una profondità e una credibilità fisica che l’avrebbero resa irriconoscibile in mani diverse; Diaz costruì Maggie con una leggerezza e una fisicità lontane dal solito registro della commedia romantica, riuscendo a rendere simpatico un personaggio oggettivamente difficile da amare. Uno di quei casi in cui il piano di riserva si rivela più solido di quello originale, anche se nessuno lo ammette volentieri.
La dislessia di Maggie, il dettaglio che cambia tutto
Quello di Maggie è un personaggio più stratificato di quanto appaia a prima vista. Sotto la bellezza ostentata e le scelte di vita caotiche si nasconde una donna con una dislessia mai diagnosticata, che negli anni ha imparato a compensare quella difficoltà con tutto ciò che le veniva più facile: l’aspetto fisico, la seduzione, il movimento perpetuo. Cameron Diaz ha lavorato con attenzione su questo aspetto per evitare di consegnare allo schermo la solita figura della bella senza cervello, costruendo invece un personaggio la cui superficialità ha una spiegazione precisa e dolorosa.
La scena in cui Maggie legge ad alta voce una poesia di e.e. cummings per le anziane ospiti della casa di cura dove lavora è tra le più toccanti del film, proprio perché arriva dopo che lo spettatore ha capito quanto quella lettura le costi fatica. La lentezza con cui Diaz pronuncia le parole non è recitazione: è il peso di qualcuno che ha imparato a fare i conti con qualcosa che gli altri danno per scontato.
L’autrice del romanzo compare nel film
Jennifer Weiner, la scrittrice da cui il film è tratto, ha un brevissimo cameo che i suoi lettori cercano ancora oggi: insieme alla propria agente letteraria, appare alle spalle di Rose e della sua amica Amy durante una scena girata nell’Italian Market di Philadelphia, il mercato storico della città che fa da sfondo a una delle sequenze più quotidiane del personaggio di Collette. Non è una presenza casuale: la Weiner è profondamente legata a Philadelphia, dove ha lavorato come giornalista prima di diventare scrittrice, ed è lì che ha ambientato quasi tutti i suoi romanzi.
Il romanzo da cui il film è tratto, pubblicato nel 2002 e uscito in Italia col titolo inequivocabile “A letto con Maggie”, ha radici parzialmente autobiografiche. La Weiner è cresciuta con una sorella, ha conosciuto l’abbandono paterno da adolescente, e ha costruito il rapporto tra Rose, Maggie e la nonna Ella attingendo a esperienze personali rielaborate dalla narrativa. La complessità del legame tra sorelle, la figura materna perduta precocemente, il rapporto con una nonna che nessuno sapeva di avere: niente di tutto ciò viene da un soggetto inventato a tavolino.
Il riferimento nascosto a Eminem
Durante la scena in cui Maggie si presenta a un provino per MTV, il testo su un prompter annuncia l’anteprima esclusiva di un video di Eminem. È un dettaglio che quasi nessuno nota al primo passaggio, ma ha un senso preciso: il regista Curtis Hanson aveva diretto nel 2002 proprio 8 Mile, il film ispirato alla vita del rapper che aveva sorpreso critica e pubblico, consacrando Hanson come uno dei registi più versatili della sua generazione. Quel nome sul prompter è un saluto discreto al lavoro precedente, nascosto nel mezzo di una scena comica senza alcuna enfasi.
Uno dei primi film distribuiti solo in DVD
In Her Shoes – Se fossi lei detiene un primato tecnico dimenticato: è tra i primissimi film del cinema americano a non essere mai uscito in VHS, distribuito esclusivamente in DVD. Nel 2005 la transizione tra i due formati era ancora in corso e molte famiglie conservavano il videoregistratore in salotto. La scelta di Fox di saltare interamente il nastro fu un segnale preciso sulla direzione che stava prendendo la distribuzione domestica, arrivato con qualche anno di anticipo rispetto alla progressiva scomparsa del VHS dai negozi.
Curtis Hanson e un percorso artistico difficile da classificare
Per capire il film occorre capire chi l’ha diretto. Curtis Hanson è uno dei registi più irregolari e affascinanti del cinema americano degli ultimi trent’anni, autore di una filmografia in cui ogni titolo sembra provenire da una mano diversa. Il suo capolavoro riconosciuto è L.A. Confidential (1997), il noir con Russell Crowe e Guy Pearce che vinse due Oscar e ridefinì il genere poliziesco. Negli anni successivi firmò Wonder Boys (2000), commedia sofisticata con Michael Douglas scrittore in crisi permanente, e poi 8 Mile (2002), su cui pochissimi avrebbero scommesso.
In Her Shoes segnò un ulteriore cambio di registro, e una parte della critica lo accolse con distacco per questa ragione. Chi conosce però il metodo di Hanson ritrova nel film la stessa cura per i personaggi secondari, la stessa capacità di non spiegare ciò che può essere semplicemente mostrato. La sceneggiatura era di Susannah Grant, che aveva scritto Erin Brockovich, e la produzione portava la firma di Ridley Scott: un pedigree che spiega perché il film regga la visione meglio di quanto la sua reputazione di commediola femminile lascerebbe supporre.
Shirley MacLaine a settantuno anni
Accanto a Collette e Diaz c’è un terzo pilastro che sorregge il film: Shirley MacLaine, settantuno anni al momento delle riprese, nel ruolo di Ella, la nonna che le due sorelle non sapevano di avere. MacLaine è un’attrice la cui carriera abbraccia decenni di cinema americano, dall’Oscar per Voglia di tenerezza (1983) ai grandi ruoli degli anni Sessanta accanto ai nomi più importanti di Hollywood. Portare sullo schermo una donna anziana in una comunità per pensionati in Florida senza scivolare nella caricatura né nel personaggio simbolico della nonna saggia richiedeva qualcuno capace di abitare quella condizione con naturalezza. Le scene tra Ella e le nipoti che la scoprono per la prima volta sono tra le più riuscite dell’intero film, e la candidatura ai Golden Globe che ne seguì non colse nessuno di sorpresa.
Perché il film funziona ancora oggi
In Her Shoes – Se fossi lei uscì in Italia nel novembre del 2005, incassando poco più di un milione di euro nelle prime settimane. Con un budget di 35 milioni di dollari e un incasso mondiale di circa 83 milioni, non fu il successo commerciale che Fox si aspettava. Nel corso degli anni, però, ha costruito un pubblico solido e affezionato, come accade spesso alle storie che parlano di relazioni femminili senza ridurle a stereotipi né risolverle con una colonna sonora allegra e un finale a sorpresa.
Che oggi sia in cima alle classifiche di Netflix Italia dice qualcosa di chiaro sulla sua tenuta. Rose e Maggie Feller non sono invecchiate come certi personaggi degli anni Duemila: il loro conflitto è riconoscibile, i loro difetti sono specifici, e la storia di una famiglia che si ritrova attorno a una nonna scoperta per caso funziona oggi come allora. Alcune storie hanno bisogno di qualche anno per trovare davvero il pubblico che meritano, e questo è uno di quei casi.
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