Guy Ritchie è uno di quei registi che o ami o non capisci, e se sei nel primo gruppo In the Grey ti darà esattamente quello che stai cercando. Io sono nel primo gruppo, il che rende difficile fingere distacco critico, ma ci provo.
Rachel recupera denaro per conto di chi ha i mezzi per pagarsela. Una banca newyorkese la ingaggia per riprendersi un miliardo prestato a Manny Salazar, dittatore con poca voglia di saldare i debiti. Per farlo Rachel si appoggia a Sid e Bronco, due mercenari che trattano la violenza come uno strumento di lavoro tra gli altri, con la stessa freddezza con cui un avvocato firma un ricorso o un giudice emette un provvedimento di sequestro. Sid ha la faccia di Henry Cavill e il fisico di chi ha sempre lavorato con le mani. Bronco ha la faccia di Jake Gyllenhaal e il corpo nervoso e asciutto di chi macina chilometri ogni giorno e considera i semafori una proposta.
Gyllenhaal, Cavill ed Eiza González hanno già lavorato con Ritchie, e si vede. Entrano in questo mondo come certi attori di un’altra epoca entravano nei western o nei film di guerra: senza spiegare niente, perché bastava il modo in cui camminavano. Il rapporto tra Sid e Bronco ha qualcosa di più di una semplice complicità tra colleghi, e Ritchie lascia che emerga senza mai nominarlo. Una vicinanza fisica istintiva, il tono di voce con cui Bronco parla quando le cose stanno per mettersi male, un “ti voglio bene” detto sulla soglia di una missione rischiosa che non è una battuta, anche se potrebbe sembrarlo. Gyllenhaal aveva già percorso un territorio simile, e quella memoria lavora sotto la superficie senza che il film la tiri mai fuori.
La trama è più densa del solito per questo genere di produzione. I meccanismi con cui il denaro sparisce nei circuiti finanziari e poi viene forzato a riemergere sembrano studiati davvero, non inventati per fare scena. Ritchie proietta sullo schermo nomi, luoghi, titoli di coda dei personaggi e persino gli ingredienti di un cocktail, e il montaggio di Martin Walsh – cinquanta film alle spalle, Chicago compreso – tiene tutto in ordine senza che ci si perda mai. Le riprese tra Spagna, Arabia Saudita e Canarie danno al film una dimensione visiva che nessuno studio avrebbe potuto costruire.
I costumi meritano un discorso a parte. Loulou Bontemps non veste i personaggi: li definisce. Rachel ha un completo da donna d’affari temibile nei toni del prugna e del rosa, poi un abito bianco da deserto con un mantello che si apre nel vento, e ogni personaggio anche marginale ha un’estetica riconoscibile. C’è un tizio che sembra un professore universitario capitato per sbaglio in un film dei fratelli Coen, con la camicia di seersucker bianca e il pashmina color paglia che rimangono asciutti anche mentre lui suda di paura.
La cosa più difficile che Ritchie abbia fatto qui è tenere insieme due film in uno senza che si annullino: da un lato un inseguimento adrenalinico tra auto e moto per strade strette, dall’altro un racconto credibile di finanza criminale internazionale. Funzionano entrambi, e non si intralciano mai. Come ci riesca è una domanda che lascio agli studiosi.
Ritchie è tra i pochi registi rimasti convinti che fare intrattenimento di qualità sia un obiettivo nobile in sé, senza bisogno di altre giustificazioni. Novantotto minuti senza un attimo di respiro, tre protagonisti che funzionano e una storia che sotto la superficie ha più di una cosa da dire. Per me è più che sufficiente.
Sei già un fan di Guy Ritchie o stai ancora cercando di capire se fa per te?
La Recensione
In the Grey
In the Grey è un film d'azione di Guy Ritchie con Henry Cavill, Jake Gyllenhaal ed Eiza González, ambientato nel mondo opaco del recupero crediti internazionale e della finanza criminale. Ritchie fa quello che sa fare meglio: montaggio serrato, location spettacolari, personaggi che non si spiegano ma si capiscono, azione costruita con mestiere. La trama è più densa del solito per il genere, il rapporto tra i tre protagonisti ha una profondità inaspettata, e il film riesce nell'impresa di essere contemporaneamente credibile e adrenalinico senza che le due cose si pestino i piedi. Non è un film che cambia il modo in cui guardi il cinema, ma è esattamente il tipo di produzione in cui l'artigianato di alto livello vale quanto qualsiasi ambizione autoriale.
PRO
- Cavill e Gyllenhaal formano una coppia che funziona, con una dinamica tra i personaggi che il film lascia volutamente aperta e proprio per questo rimane in testa
- Il montaggio è tra i più precisi che si trovino in un film d'azione recente: non si perde mai il filo nonostante la densità della trama
- Le location tra Spagna, Arabia Saudita e Canarie danno al film una dimensione visiva che si sente in ogni scena
- La trama finanziaria è costruita con una credibilità rara nel genere, senza semplificazioni eccessive
CONTRO
- Se Ritchie non è il tuo regista, questo film non farà niente per convincerti


