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In TV si riscopre Mission: Impossible III: il film che tre registi diversi hanno rifiutato e che alla fine ha diretto uno che non aveva mai girato un lungometraggio in vita sua

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
28 Aprile 2026
in Film, Film & Serie TV
Tempo di lettura 6 minuti
In TV si riscopre Mission Impossible III il film che tre registi diversi hanno rifiutato e che alla fine ha diretto uno che non aveva mai girato un lungometraggio in vita sua

Oggi su Mediaset 20 c’è Mission Impossible III, film che sta dicendo la sua anche in streaming. È disponibile su Paramount+ e anche su Netflix per gli utenti senza piano pubblicità.

C’è una categoria di film che finisci per guardare quasi per caso, di solito di sera tardi, quando stai facendo zapping e ti dici “dai, giusto dieci minuti.” Poi arriva la scena del ponte di Shanghai, o quella del Vaticano, e i dieci minuti diventano due ore. Mission: Impossible III è esattamente quel tipo di film. Uscito nel 2006, spesso messo in ombra dai capitoli precedenti o successivi della saga, è in realtà uno dei più solidi dell’intera serie, con un villain che ancora oggi fa venire i brividi (nel senso buono del termine) e una storia che funziona proprio perché si prende il tempo di costruire qualcosa prima di far esplodere tutto quanto.

Ma la cosa più interessante di questo film non è quello che vedi sullo schermo. È quello che è successo prima che qualcuno gridasse “ciak.”

Il primo regista voleva un film completamente diverso

Prima ancora di parlare di J.J. Abrams, bisogna fare un passo indietro e parlare di David Fincher. Sì, quello di Seven e Fight Club. Fincher era il primo nome in lista per dirigere il terzo capitolo della saga, e il suo progetto era… diciamo così, piuttosto diverso da quello che abbiamo visto. Voleva un film vietato ai minori di 17 anni, con una trama incentrata su un traffico di organi in Africa. Ethan Hunt contro i trafficanti di organi. Con una sceneggiatura di Fincher. Sarebbe stato un film bellissimo e probabilmente avrebbe incassato la metà, perché il pubblico delle saghe action non va al cinema per ritrovarsi a guardare qualcosa che gli ricorda quanto può essere oscuro il mondo. Alla fine, Fincher e i produttori non riuscirono a trovare un accordo sulla sceneggiatura, e ognuno andò per la propria strada.

Il secondo regista ci provò per quindici mesi

Dopo Fincher arrivò Joe Carnahan, regista con un buon curriculum e, evidentemente, una soglia di pazienza molto alta. Carnahan lavorò al progetto per oltre un anno, sviluppò la sua versione del film, poi alla fine mollò anche lui per divergenze creative con la produzione. Quindici mesi. Immagina di passare quindici mesi su un progetto e poi alzarti un giorno e dire “no, grazie.” Una scena che la maggior parte di noi riesce a immaginare solo come fantasia dal vivo, ma che Carnahan evidentemente riuscì a mettere in pratica.

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Il terzo regista non aveva mai diretto un film

A questo punto, con due abbandoni eccellenti alle spalle, i produttori si trovarono davanti a una scelta complicata. Trovare un terzo nome di peso, oppure rischiare qualcosa di diverso. Fu Tom Cruise in persona a risolvere la questione, offrendo la regia a J.J. Abrams, all’epoca noto soprattutto per aver creato Lost e Alias. Mai diretto un lungometraggio in vita sua, però. Primo film: budget da 150 milioni di dollari, uno dei franchise più redditizi di Hollywood, e Tom Cruise come protagonista. Non è che normalmente funziona così, ma in questo caso ha funzionato benissimo.


Scarlett Johansson era quasi nel cast

Il ruolo dell’agente Lindsey Farris – quello che nel film dura il tempo di qualche scena prima di uscire di scena in modo piuttosto definitivo – ha avuto una lista di candidate che fa quasi venire le vertigini. Prima scelta: Scarlett Johansson, che rifiutò per altri impegni. Poi vennero considerate Katie Holmes, Lindsay Lohan e Jessica Alba. Alla fine il ruolo andò a Keri Russell, che lo ha recitato benissimo. Ma pensare a tutte le versioni alternative di quello stesso personaggio, con quattro attrici così diverse tra loro, è uno di quei giochini mentali che possono tenerti sveglio più del caffè delle tre di pomeriggio.

Kenneth Branagh era già stato scritturato come villain

Philip Seymour Hoffman nei panni di Owen Davian è probabilmente il miglior cattivo dell’intera saga. Freddo, controllato, senza un grammo di teatralità inutile. Eppure quel ruolo era stato pensato per Kenneth Branagh, scritturato ufficialmente prima che i ritardi di produzione lo costringessero a rinunciare. Branagh aveva altri impegni cinematografici e non riuscì ad aspettare. Il resto lo conosciamo: Hoffman entrò in scena e consegnò una performance che ha reso Owen Davian uno dei villain più memorabili del cinema d’azione degli anni duemila. Una di quelle situazioni in cui i ritardi si rivelano, col senno di poi, un colpo di fortuna.

Maggie Q non aveva mai guidato un’auto

Maggie Q, nel film, interpreta Zhen Lei con una disinvoltura tale che non viene mai il sospetto di nulla. Eppure l’attrice ha ammesso candidamente di non aver mai guidato un’automobile prima delle riprese. Dovette imparare da zero apposta per il film. E sul set, com’è prevedibile, non mancarono piccoli incidenti – inclusa almeno un’occasione in cui premette troppo sull’acceleratore e finì per tamponare una macchina parcheggiata. Una scena che chiunque abbia imparato a guidare in età adulta può immaginare molto bene.

Il Vaticano era in Campania

Una delle sequenze più spettacolari del film è ambientata nella Città del Vaticano, con Ethan Hunt che si muove tra palazzi e corridoi carichi di storia. Peccato che quegli interni siano stati girati interamente alla Reggia di Caserta. Il che, se ci pensi, ha una sua logica: la Reggia è uno dei complessi architettonici più imponenti d’Italia, con sale e gallerie che si prestano benissimo a fare da doppio per ambienti nobiliari e vaticani. Detto questo, fa sempre un certo effetto scoprire che una location che sembra inconfondibile è in realtà qualcos’altro. Succede spesso con i film, e ogni volta la reazione è la stessa: un misto di stupore e di leggero senso di tradimento.

Nei titoli di coda c’è un regalo per i fan di Lost

Questo dettaglio è per chi, nel 2006, seguiva Lost con la dedizione di un ricercatore universitario. Nei titoli di coda del film, tra le organizzazioni ringraziate dalla produzione, compare la Hanso Foundation, ovvero la misteriosa organizzazione al centro di tutta la mitologia della serie televisiva. Un easter egg piazzato lì da Abrams per i suoi fan, senza clamore e senza spiegazioni. Se non sai cos’è la Hanso Foundation, scorre via senza che tu noti niente. Se invece hai passato ore su forum e siti a decifrare i misteri di Lost, a quel punto quella riga nei crediti ti ferma il cuore.

Brad Pitt come protagonista: un rumor che aveva una sua logica

Dopo l’enorme successo del secondo capitolo, cominciò a circolare con una certa insistenza l’ipotesi che il terzo film avrebbe potuto avere Brad Pitt come protagonista al posto di Tom Cruise. Non era del tutto campato per aria: i due erano tra gli attori più popolari di Hollywood, e l’idea di un cambio di protagonista per “svecchiare” la saga aveva una sua logica commerciale. Alla fine rimase solo un rumor, Cruise rimase al suo posto, e la storia finì lì. Ma per qualche settimana, da qualche parte, qualcuno ci aveva pensato sul serio.

Un tecnico finì dentro una palla di fuoco

Tra tutte le curiosità legate al film, questa è la meno divertente ma forse la più significativa per capire quanto le produzioni di questo livello comportino rischi reali. Durante le riprese di uno stunt pirotecnico, il tecnico degli effetti speciali Steven Scott Wheatley finì per errore all’interno di una palla di fuoco, riportando ustioni di terzo grado sul 60% del corpo. Citò poi in giudizio Paramount e la società di produzione di Cruise. È uno di quei retroscena che tende a passare inosservato quando si parla di film d’azione, ma che ricorda che dietro ogni esplosione spettacolare c’è un lavoro ad alto rischio svolto da persone reali.

È il film meno visto della saga, e questa è un’ingiustizia

Con circa 398 milioni di dollari d’incasso globale, Mission: Impossible III è il capitolo meno redditizio dell’intera saga fino a quel momento. Considerando che i film successivi hanno stabilito record su record, questo terzo capitolo viene spesso percepito come il “minore” della serie. È un giudizio sbagliato. Ha un ritmo che non si ferma mai, un villain costruito in modo intelligente, e una storia che per una volta dà a Ethan Hunt qualcosa di personale da proteggere oltre alla missione. Se non lo rivedi da un po’, la prossima volta che passa in TV potresti fare peggio che fermarti quei dieci minuti. I dieci minuti, come al solito, diventeranno due ore. E non te ne pentirai.

E tu cosa ne pensi di questo film? Dì la tua nei commenti.

Tags: Mission ImpossibleTom Cruise
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