Ink apre oggi, 2 settembre, l’83ª Mostra del Cinema di Venezia e parte da una storia realmente accaduta che sembra scritta apposta per il presente. Danny Boyle racconta l’acquisto di The Sun da parte di Rupert Murdoch nel 1969 e la trasformazione del quotidiano in una macchina capace di conquistare milioni di lettori con titoli aggressivi, scandali, sesso, cronaca e una nuova idea di informazione popolare.
Il film dura 116 minuti, è in concorso per il Leone d’Oro e mette insieme un cast notevole: Jack O’Connell, Guy Pearce e Claire Foy. La sceneggiatura è di James Graham, autore anche dell’opera teatrale da cui il film è tratto.
La scelta di aprire Venezia con Ink non è casuale. In un’edizione che guarda molto alla politica, alla guerra, alla comunicazione e ai rapporti di potere, Boyle porta al Lido una storia sul momento in cui il giornalismo britannico ha iniziato a cambiare pelle.
Rupert Murdoch compra The Sun e decide di stravolgerlo
Nel 1969 Murdoch acquistò The Sun e affidò la direzione a Larry Lamb, interpretato nel film da Jack O’Connell. L’obiettivo era semplice e quasi brutale: battere il rivale Daily Mirror e conquistare il pubblico che gli altri giornali stavano sottovalutando.
La strategia non consisteva soltanto nel raccontare meglio le notizie. Bisognava capire cosa volesse leggere la gente e servirglielo nel modo più diretto possibile.
Titoli enormi. Linguaggio semplice. Cronaca nera. Gossip. Sport. Sesso. Polemiche.
Il risultato fu una rivoluzione commerciale che trasformò The Sun nel tabloid più venduto del Regno Unito e uno dei giornali più influenti al mondo. La Biennale descrive il film proprio come il racconto di un gruppo di outsider convinti di poter creare un nuovo tipo di informazione capace di dare al pubblico ciò che desiderava.
Letta nel 2026, questa idea suona parecchio familiare.
Prima dei clickbait c’erano già Murdoch e Lamb
Danny Boyle ha spiegato il collegamento con il presente in modo molto chiaro.
Il regista ricorda che il 1969 fu l’anno dello sbarco sulla Luna, ma anche quello in cui Murdoch e Lamb lanciarono una formula editoriale destinata a cambiare la comunicazione. Tutto questo accadeva decenni prima di Facebook, Twitter, Google, Truth Social e del clickbait.
La domanda che rende Ink così attuale è quindi quasi inevitabile: quanto del nostro modo di consumare notizie è nato proprio lì?
Oggi gli algoritmi misurano ogni clic e ogni secondo trascorso su una pagina. Nel 1969 non esistevano dashboard in tempo reale, ma la filosofia poteva essere sorprendentemente simile: osservare cosa attira il pubblico, insistere su ciò che funziona e trasformare l’attenzione in copie vendute.
Boyle non sembra interessato a fare una lezione universitaria sulla stampa britannica. La Biennale parla di una “sarabanda cinematografica”, e conoscendo il regista di Trainspotting e The Millionaire possiamo aspettarci ritmo, montaggio veloce e parecchia energia.
Guy Pearce diventa Rupert Murdoch
Uno degli elementi più curiosi è vedere Guy Pearce nei panni di Rupert Murdoch.
Pearce arriva da un periodo particolarmente felice della sua carriera dopo The Brutalist e affronta uno dei personaggi più potenti e discussi della storia dei media contemporanei.
Accanto a lui Jack O’Connell interpreta Larry Lamb, l’uomo incaricato di tradurre l’ambizione di Murdoch in un giornale capace di sconfiggere il Mirror. Claire Foy completa il trio principale.
Il rapporto tra Murdoch e Lamb dovrebbe essere uno degli aspetti più interessanti del film: da una parte l’imprenditore che vede un mercato ancora inesplorato, dall’altra il giornalista disposto a cambiare le regole per conquistarlo.
Ink nasce prima come spettacolo teatrale
Il film non nasce direttamente per il cinema.
Ink è tratto dall’omonima opera di James Graham, candidata ai Tony Awards e già molto apprezzata a teatro. Graham ha adattato personalmente la propria storia per il grande schermo, mentre Boyle si occupa della regia.
Questo potrebbe essere un vantaggio importante.
La vicenda è piena di dialoghi, scontri di personalità e decisioni editoriali che sulla carta sembrerebbero poco cinematografiche. Boyle è però uno dei registi meno adatti a trasformare una redazione in un luogo tranquillo.
Se riesce a fare con giornalisti, rotative e prime pagine quello che ha fatto con tossicodipendenti, quiz televisivi e zombie, le due ore potrebbero scorrere molto rapidamente.
Perché Ink è un film perfetto per aprire Venezia
Ink parla del passato, ma è impossibile guardarlo senza pensare al presente.
Il giornalismo vive oggi una crisi enorme, i social hanno cambiato il modo in cui le persone scelgono le notizie e il confine tra informazione e intrattenimento diventa sempre più sottile. Murdoch e The Sun rappresentano uno dei momenti in cui quella trasformazione ha iniziato a prendere una forma riconoscibile.
Il film arriva inoltre a Venezia già accompagnato da aspettative importanti. Reuters lo inserisce tra i titoli potenzialmente interessanti anche per la futura corsa agli Oscar, mentre il Guardian lo ha indicato tra i film da non perdere dell’edizione.
La prima mondiale è prevista stasera nella Sala Grande del Palazzo del Cinema, dopo la cerimonia inaugurale.
A rendere Ink affascinante non è soltanto scoprire come nacque il successo di un tabloid. È vedere il momento in cui qualcuno capì che per conquistare milioni di lettori non bastava più decidere quali notizie fossero importanti: bisognava capire quali notizie le persone avrebbero voluto leggere.
Cinquantasette anni dopo, basta aprire qualsiasi social network per capire quanto quell’intuizione sia ancora con noi.
Tu sei curioso di vedere Ink e pensi che il giornalismo di oggi abbia ereditato più di quanto immaginiamo dalla rivoluzione dei tabloid? Scrivicelo nei commenti.


