Il 18 febbraio 2026 è arrivato su Netflix Italia il film Io sono Rosa Ricci, prequel cinematografico della serie Mare Fuori. Nel giro di poche ore è schizzato in cima alle classifiche dei contenuti più visti sulla piattaforma in Italia. Migliaia di fan si sono precipitati a guardarlo, i social si sono riempiti di commenti, le storie di Instagram hanno esploso di clip con la scena della frase iconica. E allora bisogna fare una domanda scomoda: come fa un film così mediocre a diventare il più visto su Netflix Italia?
La risposta è più semplice e più triste di quanto sembri. Io sono Rosa Ricci non è diventato il più visto perché è bello. È diventato il più visto perché Mare Fuori è un fenomeno culturale, e tutto ciò che porta quel nome viene consumato dai fan con una fedeltà quasi incondizionata. Non importa se il prodotto è all’altezza delle aspettative. Importa che ci sia Rosa Ricci, che ci sia Maria Esposito, che ci sia la musica giusta di sottofondo e quella sensazione familiare che solo quel mondo sa dare. Netflix lo sa benissimo, e ci ha costruito sopra una strategia di distribuzione studiata nei minimi dettagli: il film è uscito esattamente tre settimane prima del debutto della sesta stagione di Mare Fuori su RaiPlay, previsto per il 4 marzo 2026. Non è una coincidenza. È un calcolo commerciale preciso, progettato per riaccendere l’attenzione del pubblico nel momento di maggiore attesa.
E qui arriviamo al punto più spinoso di tutta la questione. Io sono Rosa Ricci non è stato prodotto solo da Picomedia e Rai Cinema con la distribuzione Netflix. È stato finanziato anche con fondi pubblici, attraverso il Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo del Ministero della Cultura. Significa che una parte dei soldi che gli italiani pagano come tasse è finita dentro questo film. Un film che Netflix distribuisce a livello globale, che serve a mantenere vivo un franchise televisivo già di per sé redditizio, e che di culturalmente rilevante ha assai poco. Il cinema italiano d’autore fatica ogni anno a trovare finanziamenti per raccontare storie nuove, originali, difficili. Questo prequel commerciale, invece, ha trovato sostegno statale senza problemi. Ci si chiede davvero quale criterio sia stato usato per decidere che questo progetto meritasse il contributo pubblico.
Detto questo, parliamo del film per quello che è. La storia è ambientata a Napoli nel 2020. Rosa Ricci ha quindici anni ed è la figlia di Don Salvatore, interpretato da Raiz, uno dei boss più temuti della camorra napoletana. Rosa cresce nella gabbia dorata di una famiglia criminale: tutto il lusso che vuole, nessuna libertà vera. La sua vita viene stravolta quando il padre accetta l’invito a cena sul lussuoso yacht del narcotrafficante boliviano Agustín Torres, interpretato da Jorge Perugorría. Quello che sembra un incontro d’affari è in realtà una trappola. Don Salvatore viene gettato in mare aperto e Rosa viene rapita e portata prigioniera su un’isola remota, in attesa che qualcuno paghi un riscatto di venti milioni di euro. Durante la prigionia, Rosa stringe un legame con Victor, il suo carceriere, interpretato da Andrea Arcangeli. Da lì in poi, la ragazza inizia la sua trasformazione nella donna spietata che i fan della serie già conoscono.
Il problema è che questa trasformazione non convince. All’inizio del film Rosa appare come una ragazza ingenua, fragile, quasi sprovveduta. Fin qui ci si può stare: ha quindici anni. Ma il salto da quella bambina viziata e piagnucolante all’assassina senza scrupoli avviene in modo talmente rapido e privo di gradualità da sembrare una scorciatoia narrativa piuttosto che una scelta drammaturgica. Non si vede davvero il momento in cui qualcosa dentro di lei si rompe e si ricompone in modo diverso. Succede, e basta. La sceneggiatura firmata da Maurizio Careddu e Luca Infascelli non riesce a giustificare questo salto con la profondità che meriterebbe. Il punto più imbarazzante è la scena in cui Rosa pronuncia la frase “Io so’ Rosa Ricci” con un’enfasi che strappa più di una risata involontaria. È il momento che avrebbe dovuto chiudere il cerchio, sancire la nascita della vera Rosa. Invece suona falso, posticcio, come se qualcuno avesse guardato troppi film americani sulle origini degli eroi e avesse copiato la formula senza capirne l’anima.
Nel mezzo del film, tra una sparatoria e l’altra, la storia si trasforma in un melodramma adolescenziale con tanto di storia d’amore proibita tra la prigioniera e il carceriere. Una dinamica che strizza l’occhio alla sindrome di Stoccolma senza avere il coraggio di esplorarla davvero, e che ricalca quasi esattamente il rapporto tra Rosa e Carmine già visto nella serie. La regia di Lyda Patitucci dimostra competenza nelle scene d’azione, con alcune inquadrature visivamente efficaci, ma non basta a compensare le lacune di una storia troppo prevedibile. Il tentativo di ispirarsi a Gomorra è evidente e rispettabile, ma il confronto è impietoso.
Maria Esposito fa del suo meglio e ha una presenza scenica indiscutibile. Il problema non è lei: il problema è che il copione non le dà abbastanza materiale su cui lavorare. Andrea Arcangeli fa il possibile con un personaggio che avrebbe potuto essere interessante ma che rimane una macchietta con accento spagnolo. Raiz nel ruolo del boss è efficace ma troppo scolastico, e la sua interpretazione segue i binari di un cliché già visto mille volte nel cinema criminale napoletano.
Il film era già uscito al cinema il 30 ottobre 2025, dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma il 23 ottobre e un’anteprima a Napoli il 28 ottobre. Al botteghino italiano ha incassato circa 1,3 milioni di euro, un risultato modesto che dice già qualcosa. Su IMDb il film ha un voto di 4,3 su 10. Eppure su Netflix, il giorno del suo arrivo sulla piattaforma, è diventato il contenuto più visto in Italia. Questo racconta qualcosa di molto preciso sul rapporto tra il pubblico di Mare Fuori e il franchise: c’è una fedeltà affettiva che prescinde completamente dalla qualità del prodotto. I fan guardano perché amano il mondo, i personaggi, quella Napoli raccontata in un certo modo. E l’amore, si sa, è spesso cieco.
Io sono Rosa Ricci è un’operazione commerciale confezionata con abilità, distribuita nel momento strategicamente perfetto, e sostenuta da un pubblico che l’avrebbe guardata comunque. Non è un brutto film da odiare: è un film mediocre da dimenticare, il che è forse peggio. E il fatto che sia stato realizzato anche con i soldi di tutti noi lo rende ancora più difficile da mandare giù.
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