IT: Welcome to Derry continuerà oltre la prima stagione con un cambio di prospettiva piuttosto forte: dopo aver raccontato la paura come arma, la serie HBO ispirata all’universo di Stephen King userà le prossime stagioni per affrontare anche altri temi, come la fede e l’amore, mostrando come possano essere manipolati per controllare le persone. A dirlo è stato Andy Muschietti, co-creatore e regista dello show insieme alla sorella Barbara Muschietti.
E già così capisci che Welcome to Derry non vuole essere solo “la serie con Pennywise che spunta quando meno te lo aspetti”. Certo, il clown resta lì, minaccioso, sporco, inquietante, pronto a farti venire voglia di non passare mai più vicino a un tombino. Però la direzione sembra più ambiziosa. L’orrore non serve solo a farti saltare sul divano. Serve a parlare di ciò che spaventa davvero una comunità.
La prima stagione, ambientata nel 1962, ha raccontato una Derry attraversata da tensioni sociali molto concrete: razzismo, violenza, declino economico, sospetto, paura dell’altro. Non era solo lo sfondo. Era il terreno perfetto per Pennywise. Perché il male, in IT, non arriva mai nel vuoto. Trova sempre qualcosa a cui aggrapparsi. Una ferita, un pregiudizio, una rabbia già presente. E poi la gonfia fino a farla esplodere.
Secondo Muschietti, la prima stagione si è concentrata sulla strumentalizzazione della paura. In pratica: qualcuno prende le paure delle persone, le organizza, le amplifica e le usa per ottenere qualcosa. Potere, controllo, profitto, divisione. Non è un discorso così lontano da noi, purtroppo. Basta accendere la TV, aprire un social o leggere certi titoli urlati per capire che la paura è ancora una merce molto redditizia.
Muschietti lo ha detto in modo abbastanza chiaro: viviamo in un’epoca in cui si usa spesso l’allarmismo, e non tutto ciò che arriva “dall’alto” va preso come verità assoluta. Alcune paure possono essere costruite, alimentate, orchestrate per dividerci. Dentro una serie horror questa idea funziona benissimo, perché Pennywise è proprio questo: una creatura che non inventa sempre la paura da zero, ma la annusa, la trova e la trasforma in un’arma.
La novità, però, riguarda il futuro. Le prossime stagioni dovrebbero spostare il discorso anche su fede e amore. Due parole che, in teoria, associamo a qualcosa di positivo. La fede può dare forza, l’amore può salvare, tenere insieme, dare senso. Ma Welcome to Derry sembra voler mostrare anche l’altro lato: cosa succede quando queste cose vengono usate male? Quando qualcuno prende il bisogno di credere, di appartenere, di essere amato, e lo trasforma in uno strumento di controllo?
È un terreno molto interessante per una serie legata a IT. Perché Stephen King ha sempre raccontato l’orrore come qualcosa che entra nelle crepe della vita quotidiana. Non è mai solo il mostro. Il mostro è la parte più visibile. Sotto ci sono famiglie rotte, adulti assenti, comunità che fingono di non vedere, ragazzini lasciati soli, colpe collettive seppellite sotto una facciata tranquilla.
Ed è proprio qui che Welcome to Derry può distinguersi dai film. I film di IT avevano il compito di raccontare una storia enorme in tempi più compressi. La serie, invece, può respirare di più. Può tornare nel passato della città, scavare nei cicli di violenza, mostrare come Derry sia diventata quel posto malato che conosciamo. E può farlo senza limitarsi a ripetere quello che abbiamo già visto.
La struttura pensata per la serie prevede tre stagioni, con la prossima ambientata intorno al 1935. Questo è un dettaglio molto importante, perché significa tornare ancora più indietro, in un’America segnata da ferite diverse rispetto agli anni Sessanta. Se la prima stagione ha usato il 1962 per parlare di discriminazione, paura sociale e tensioni cittadine, il 1935 potrebbe aprire altre porte: crisi economica, fanatismi, disperazione, bisogno di credere in qualcosa o in qualcuno.
E in tutto questo c’è anche Stephen King, più coinvolto rispetto a quanto accaduto con le versioni cinematografiche. Barbara Muschietti ha spiegato che King legge tutto prima che venga realizzato e che ha sostenuto molto il team creativo. Questo non significa che ogni scelta sarà identica al romanzo del 1986, anzi. La serie sta aggiungendo elementi nuovi e sta espandendo il mondo di Derry. Però il fatto che King segua il lavoro da vicino è un segnale rassicurante per chi teme una deviazione troppo libera.
C’è però un dettaglio curioso: la seconda stagione non è stata ancora annunciata ufficialmente con il classico comunicato definitivo. HBO ha spiegato che il ritardo dipende dalla necessità di trovare la storia giusta, visto che non esiste un libro preciso da adattare per questa parte. Non sarebbe quindi un progetto bloccato, ma una serie che vuole procedere solo quando la trama sarà abbastanza solida. Barbara Muschietti ha confermato che la stagione si farà, aggiungendo che l’annuncio arriverà quando tutto sarà pronto.
Onestamente, meglio così. Con un universo come IT, correre solo per sfruttare il successo sarebbe un errore. Derry non è un posto che puoi raccontare con due spaventi messi in fila e una risata inquietante in sottofondo. Serve una storia forte. Serve capire perché Pennywise torna, cosa trova nelle persone e perché quella città continua a essere il suo banchetto preferito.
Se Welcome to Derry riuscirà davvero a usare il mito di Pennywise per parlare di paura, fede, amore e manipolazione, allora potremmo trovarci davanti a qualcosa di più interessante del semplice prequel. Una serie horror che non vuole solo spiegare il mostro, ma raccontare perché gli esseri umani gli rendono il lavoro così facile.
E tu cosa ne pensi? Ti convince questa direzione più politica e psicologica per IT: Welcome to Derry o preferiresti una serie più fedele all’orrore puro di Pennywise? Scrivilo nei commenti.


