Il re delle arti marziali ha appena lanciato una bomba che farà tremare i grattacieli di Hollywood. Al Festival di Locarno, dove ha ricevuto il prestigioso Pardo alla Carriera per i suoi 64 anni di carriera cinematografica, Jackie Chan ha puntato il dito contro l’industria americana con una dichiarazione che suona come una sentenza di morte: “I vecchi film erano migliori di quelli di oggi. Ora molti grandi studi non sono guidati da registi, ma da uomini d’affari”.
L’attore 71enne, che sabato sera ha scatenato il delirio tra i fan della Piazza Grande con il suo carisma immutato (“Sono vecchio ma posso ancora combattere!”), ha spiegato senza mezzi termini quello che nel gergo cinematografico chiamiamo il “corporate takeover” dell’industria: quando le decisioni creative vengono subordinate al profitto immediato. “Investono 40 milioni e pensano solo: come posso recuperarli? E non puoi sforare. È molto difficile fare un buon film ora”, ha tuonato durante il Q&A con il direttore artistico Giona Nazzaro.
Ma quello che rende questa critica particolarmente tagliente è che arriva da qualcuno che ha vissuto la golden age di due diverse industrie cinematografiche. Chan ha dominato il box office asiatico negli anni ’80 e ’90 con capolavori come Project A e Police Story (entrambi proiettati al festival), per poi conquistare Hollywood con la saga Rush Hour. È uno dei pochi artisti al mondo che può permettersi di criticare il sistema dall’interno, forte di una carriera che ha ridefinito le regole del cinema d’azione mondiale.
La filosofia del cinema artigianale contro l’industria
Durante la masterclass, Chan ha rivelato la sua filosofia lavorativa che spiega perché i suoi film degli anni ’80 e ’90 rimangono iconici: “In tutta l’Asia, solo due registi sanno fare tutto: scrivere, dirigere, recitare, coordinare le acrobazie, combattere e montare. Solo due: Sammo Hung e Jackie Chan”. E poi, con la sua proverbiale ironia: “E io sono migliore perché so anche cantare”.
Questa versatilità creativa rappresenta l’antitesi dell’approccio hollywoodiano moderno, dove ogni aspetto della produzione è compartimentalizzato e sottoposto al controllo di executive che raramente hanno competenze cinematografiche. Nel cinema di Chan, ogni scena nasce dalla passione artistica, non da market research e focus group.
L’attore ha raccontato come abbia imparato ogni mestiere sul set, dalla regia al suono, dalle acrobazie al montaggio. È quello che chiamiamo “total filmmaker” – un approccio che oggi è praticamente scomparso nell’industria mainstream, dove la creatività viene spesso sacrificata sull’altare della “bankability”.
L’esperienza americana e il disincanto
Particolarmente illuminante è stato il racconto del suo rapporto con Hollywood. Chan ha spiegato come nei primi anni 2000 avesse praticamente abbandonato l’America perché “non riusciva a connettersi con il pubblico americano” e detestava “la qualità delle sceneggiature” che gli venivano proposte. Solo la voglia di tentare un ultimo progetto lo aveva portato a Rush Hour, che è diventato un successo planetario.
Ma il vero problema, secondo Chan, è strutturale. Gli studios moderni applicano quella che nell’industry chiamiamo “risk-averse management”: investimenti calcolati al centesimo, controllo maniacale sui costi, zero margine per la sperimentazione creativa. È l’esatto opposto dell’approccio che ha reso leggendari i suoi film hongkonghesi, dove la libertà creativa era totale.
Durante le sue apparizioni nei talk show americani, Chan veniva sempre invitato per fare “pugni e calci”, mai per discutere del suo lavoro artistico. “Non posso fare questo per sempre, è troppo pericoloso”, ricordava di aver pensato. Da qui la decisione di imparare a cantare e di puntare sulla longevità artistica: “Volevo diventare il Robert De Niro dell’Asia”.
La rivoluzione creativa che manca a Hollywood
Quello che Chan descrive è il contrasto tra due filosofie cinematografiche: da una parte il “cinema d’autore” dove l’artista controlla ogni aspetto della propria visione, dall’altra il “cinema industriale” dove ogni decisione passa attraverso comitati di marketing e analisti finanziari.
Nel cinema hongkonghese degli anni ’80, Chan aveva la libertà di sperimentare, di rischiare, di inventare sequenze d’azione che nessuno aveva mai visto prima. In Hollywood, ogni acrobazia deve essere approvata da legali, assicuratori e produttori esecutivi che spesso non capiscono nemmeno cosa stiano valutando.
Il festival di Locarno, dedicato al cinema indipendente, rappresenta esattamente il tipo di ambiente che Chan considera ideale per la creatività. Come ha sottolineato il direttore Nazzaro: “Jackie Chan è un genio totale. C’è un prima e un dopo Jackie Chan nel cinema”.
L’eredità di un rivoluzionario
A 71 anni, ricevendo il Pardo alla Carriera (lo stesso riconoscimento che l’anno scorso è andato a Shah Rukh Khan), Chan rappresenta un’epoca del cinema che rischia di scomparire. La sua critica a Hollywood non è nostalgica ma lungimirante: avverte di un’industria che sta perdendo la propria anima artistica.
La standing ovation di sabato sera in Piazza Grande, con fan che urlavano “Jackie! Jackie!” e sventolavano cartelli “I Love Jackie Chan”, dimostra che il pubblico riconosce ancora l’autenticità quando la vede. In un’era di franchise calcolati e sequel preconfezionati, Chan rappresenta quello spirito pionieristico che ha reso grande il cinema.
La sua dichiarazione finale dal palco – “Love and peace. Ti amo!” – suona come un manifesto: il cinema deve tornare ad essere veicolo di emozioni autentiche, non solo di profitti calcolati. Una lezione che Hollywood farebbe bene ad ascoltare, prima che sia troppo tardi.
Un modello per il futuro
La carriera di Chan dimostra che è possibile essere commercialmente di successo senza sacrificare l’integrità artistica. I suoi film hanno incassato miliardi pur mantenendo una visione autoriale precisa. È la prova che il pubblico mondiale apprezza l’autenticità più dei prodotti confezionati.
Il suo monito contro gli “uomini d’affari” che hanno sostituito i “registi” nei posti di comando dovrebbe far riflettere un’industria sempre più omologata. Perché, come ha dimostrato Chan per sessant’anni, il cinema migliore nasce dalla passione, non dai spreadsheet.
E tu cosa ne pensi delle parole di Jackie Chan? Credi che Hollywood abbia davvero perso la sua anima artistica o è solo nostalgia per i tempi passati? Raccontaci la tua nei commenti!


