Kevin McHale non ne può più di vedere le morti dei suoi amici trasformate in una teoria da social. L’attore che interpretava Artie Abrams in Glee ha attaccato chi continua a parlare di “maledizione” o persino di “sacrifici” riferendosi a Cory Monteith, Naya Rivera e Mark Salling, i tre membri del cast principale morti dopo il successo della serie.
Il suo messaggio è stato durissimo. McHale ha definito questi discorsi diabolici, privi di umanità e scollegati dalla realtà. Dietro la sua rabbia c’è una distinzione spesso dimenticata online: per il pubblico sono tre nomi legati allo stesso telefilm, per lui erano persone conosciute sul set, amici e colleghi con storie completamente diverse.
La cosiddetta “maledizione di Glee” nasce proprio dall’accostamento di quelle tre tragedie. Tre giovani attori della stessa serie, morti nel giro di sette anni, mentre il programma continuava a essere visto e riscoperto da nuove generazioni. Una coincidenza impressionante, certo. Le informazioni disponibili, però, non mostrano alcun collegamento concreto tra le loro morti.
Cory Monteith morì mentre Glee era ancora in onda
La prima tragedia arrivò il 13 luglio 2013. Cory Monteith, volto di Finn Hudson e tra i protagonisti più amati della serie, fu trovato morto in una camera d’albergo a Vancouver. Aveva 31 anni.
L’attore aveva raccontato pubblicamente di aver avuto problemi con le sostanze fin dall’adolescenza. Pochi mesi prima della morte era entrato nuovamente in un centro di riabilitazione. Gli accertamenti stabilirono che a ucciderlo fu un’intossicazione provocata dall’assunzione combinata di eroina e alcol.
La sua morte colpì Glee nel pieno della produzione. Finn non era un personaggio secondario da eliminare con poche righe di sceneggiatura: rappresentava uno dei volti della serie e il principale legame sentimentale di Rachel Berry, interpretata da Lea Michele, compagna di Monteith anche nella vita privata.
Gli autori decisero di salutarlo con The Quarterback, episodio nel quale i personaggi affrontavano la morte di Finn senza spiegare come fosse avvenuta. Il dolore mostrato sullo schermo era inevitabilmente vicino a quello vissuto dagli interpreti. Proprio questa sovrapposizione contribuì a rendere la tragedia parte della storia stessa di Glee.
Non c’era però alcun mistero soprannaturale. C’era una dipendenza reale, precedente alla serie, che Monteith aveva provato ad affrontare e che alla fine gli fu fatale.
La morte di Mark Salling appartiene a una vicenda completamente diversa
Mark Salling interpretava Noah “Puck” Puckerman. Morì il 30 gennaio 2018, a 35 anni, togliendosi la vita mentre attendeva la sentenza per un grave procedimento penale.
Nel 2017 aveva ammesso davanti a un tribunale federale di possedere circa 25 mila immagini di abusi sessuali su minori. L’accordo raggiunto con l’accusa prevedeva una pena compresa tra quattro e sette anni di carcere, seguita da vent’anni di libertà vigilata. Morì alcune settimane prima dell’udienza nella quale sarebbe stata decisa la condanna.
Inserire la sua morte nella stessa narrazione utilizzata per Monteith e Rivera crea un paragone molto problematico. Le circostanze non erano simili, così come non lo erano le vicende personali che le avevano precedute.
Salling era coinvolto in un caso giudiziario gravissimo, con vittime reali rappresentate nei materiali che possedeva. Parlare genericamente di “tragedia del cast” rischia di cancellare questo elemento e di trasformare la sua storia in un altro tassello misterioso di una leggenda televisiva.
Naya Rivera morì in un incidente durante una giornata con suo figlio
La morte di Naya Rivera fu ancora diversa. L’8 luglio 2020 l’attrice noleggiò una barca sul lago Piru, in California, insieme al figlio Josey, che aveva quattro anni. Alcune ore dopo il bambino fu trovato da solo sull’imbarcazione, con il giubbotto di salvataggio.
Il corpo di Rivera venne recuperato il 13 luglio, dopo cinque giorni di ricerche. Le autorità stabilirono che era morta per annegamento accidentale. Secondo la ricostruzione, madre e figlio si erano trovati in difficoltà mentre nuotavano e Naya sarebbe riuscita a riportare Josey sulla barca prima di non avere più la forza necessaria per salvarsi.
La data del ritrovamento alimentò ulteriormente le teorie: era il settimo anniversario della morte di Cory Monteith. Una coincidenza dolorosa, ma pur sempre una coincidenza. Non furono trovati elementi che indicassero un gesto volontario o il coinvolgimento di altre persone.
Rivera aveva 33 anni e aveva interpretato Santana Lopez, personaggio diventato particolarmente importante per molti spettatori LGBTQ+. La sua morte ebbe quindi un impatto enorme su una comunità già molto legata alla serie e al cast.
Perché si continua a parlare di una maledizione?
La spiegazione più semplice riguarda il modo in cui la mente umana cerca collegamenti. Tre attori giovani appartenenti alla stessa serie sono morti in circostanze drammatiche. Il titolo Glee, associato a colori, canzoni e leggerezza, crea inoltre un contrasto particolarmente forte con ciò che avvenne fuori dal set.
Internet ha poi fatto il resto. Video, raccolte di coincidenze e documentari hanno unito decessi, scandali, accuse sul clima durante le riprese e problemi personali dei protagonisti. Inserendo ogni fatto nella stessa sequenza, si ottiene l’impressione di una storia unica. In realtà si tratta di eventi differenti, avvenuti in anni diversi e senza un rapporto causale dimostrato.
Anche la definizione di “membri del cast morti” viene talvolta allargata per rendere l’elenco più impressionante. Dentro finiscono interpreti apparsi in pochi episodi, attori anziani morti molti anni dopo la partecipazione o lavoratori della produzione. È un metodo che permette di aumentare il numero, ma non dimostra l’esistenza di uno schema.
Glee aveva un cast enorme. Tra protagonisti, personaggi ricorrenti, ospiti, ballerini e tecnici, centinaia di persone lavorarono alla serie durante sei stagioni. Considerare ogni decesso successivo come una conseguenza dello show significa partire dalla conclusione e cercare soltanto i casi utili a sostenerla.
Il successo può aver creato pressioni, ma non una maledizione
Negare l’esistenza di una maledizione non significa fingere che il set fosse sempre sereno. Negli anni sono emersi racconti su rivalità, ritmi di lavoro pesanti, pressioni dovute alla fama e comportamenti poco piacevoli. Alcuni ex collaboratori hanno descritto un ambiente competitivo, mentre il successo improvviso rese il cast oggetto di un’attenzione difficile da gestire.
Questi aspetti meritano di essere discussi, ma con precisione. La dipendenza di Monteith era iniziata molto prima di Glee. Rivera morì in un incidente. Il caso Salling riguardava reati e decisioni personali che non possono essere attribuiti alla produzione di una serie televisiva.
Kevin McHale ha già spiegato che alcuni membri del cast utilizzano tra loro un umorismo molto nero per affrontare il lutto. Ridere in privato può essere un modo per non crollare, ma è diverso dal vedere sconosciuti trasformare gli amici morti in pedine di una teoria cospirazionista.
La verità è meno misteriosa e molto più dolorosa. Glee non richiese sacrifici e non esistono prove di una maledizione. Tre persone legate alla stessa serie morirono giovani per cause diverse: una dipendenza, un suicidio avvenuto durante un procedimento penale e un incidente in acqua.
Chiamarle coincidenze può sembrare freddo. Inventare un legame soprannaturale, però, non rende quelle morti più comprensibili. Le trasforma soltanto in intrattenimento, cancellando le vite che esistevano dietro Finn, Santana e Puck.
Secondo te parlare della “maledizione di Glee” è un modo innocuo per ricordare le tragedie oppure manca di rispetto alle persone coinvolte? Scrivilo nei commenti e dicci cosa ne pensi.


