Ci sono film che preferiresti non dover guardare. Film che sai già ti lasceranno con un peso addosso. La scomparsa di Josef Mengele è uno di questi, e arriva nei cinema italiani il 29 gennaio grazie a Europictures per ricordarci che alcuni mostri della storia sono riusciti a morire di vecchiaia, indisturbati, dall’altra parte del mondo.
Kirill Serebrennikov e l’Angelo della morte
Il regista russo Kirill Serebrennikov – quello di Limonov e Petrov’s Flu – ha deciso di raccontare trent’anni di fuga del medico nazista più famigerato della storia. Josef Mengele, l’“Angelo della morte” di Auschwitz, l’uomo che usava i prigionieri come cavie per i suoi esperimenti disumani, soprattutto sui gemelli. Esperimenti che non avevano nulla di scientifico e tutto di sadico.
Il film, tratto dal romanzo di Olivier Guez, segue Mengele dal 1949 al 1979, anno della sua morte. Trent’anni passati a saltare tra Argentina, Paraguay e Brasile, cambiando nome, cambiando pelle, costruendosi nuove identità mentre il mondo cercava di dargli la caccia. Spoiler: non l’hanno mai preso. È morto annegato in Brasile, a 67 anni, senza mai aver pagato per quello che aveva fatto.
La rotta dei ratti che salvò i nazisti
August Diehl (che hai visto ne Il maestro e Margherita) interpreta Mengele, e dando un volto a questo personaggio affronta una delle sfide attoriali più complicate: rendere umano un mostro senza mai farcelo sembrare simpatico. Perché sì, Mengele era un essere umano. Aveva paure, paranoie, momenti di debolezza. E questo è ancora più inquietante.
Il film racconta la cosiddetta “rotta dei ratti”, quella rete di protezione che permise a migliaia di criminali nazisti di scappare in Sud America dopo la guerra. Organizzazioni, preti, politici compiacenti: tutti complici nel permettere a questi uomini di rifarsi una vita. Mengele non è stato l’unico, ma è sicuramente il più famoso tra quelli che sono riusciti a farla franca.
Faccia a faccia con il figlio
Uno dei momenti più potenti del film è l’incontro tra Mengele ormai anziano e suo figlio Rolf. Immagina la scena: tuo padre è uno dei peggiori criminali di guerra della storia, e ti ritrovi seduto davanti a lui che cerca di giustificare l’ingiustificabile. Come reagiresti? Cosa diresti? Il film non ti dà risposte facili, ti mette solo di fronte alla verità scomoda: i mostri hanno famiglie, figli, vite normali prima e dopo i loro crimini.
Perché questo film doveva esistere
Serebrennikov è stato chiaro sulla ragione per cui ha voluto fare questo film: “Ci sono ancora oggi intellettuali che mettono in dubbio l’Olocausto. È per tale ragione che questo film doveva esistere”. E ha maledettamente ragione. Nel 2025, con internet e l’accesso a tutte le informazioni del mondo, ci sono ancora persone che negano, minimizzano, relativizzano. Ancora gente che pensa che i campi di sterminio siano un’invenzione.
La scomparsa di Josef Mengele non è un film sul passato. È un film sul presente, su come trattiamo (o non trattiamo) la memoria storica, su come permettiamo che certi crimini vengano dimenticati o peggio, negati. È un film necessario proprio perché scomodo.
Non è un documentario, è peggio
La scelta di Serebrennikov di raccontare tutto dal punto di vista di Mengele è geniale quanto disturbante. Non vedi il film attraverso gli occhi delle vittime, vedi il mondo attraverso gli occhi del carnefice. Lo segui mentre scappa, mentre si nasconde, mentre cerca di ricostruirsi una vita come se niente fosse. E questo ti fa incazzare ancora di più, perché capisci quanto fosse facile per questi criminali sparire.
Il film è stato presentato fuori concorso a Cannes 78 e sarà in anteprima nazionale il 20 gennaio al Trieste Film Festival con la presenza del regista. Un’occasione per confrontarsi direttamente con chi ha avuto il coraggio di raccontare questa storia.
Perché dovresti andarlo a vedere
Perché ci sono storie che vanno raccontate anche quando – anzi, soprattutto quando – fanno male. Perché dimenticare significa permettere che succeda di nuovo. Perché Mengele è morto libero, e questo è qualcosa con cui dobbiamo fare i conti come società.
E tu, pensi che sia importante continuare a raccontare queste storie o è ora di voltare pagina? Dicci la tua nei commenti, ma ricorda: chi dimentica la storia è condannato a ripeterla.

