La notizia della nomina di Luigi Di Maio come professore onorario al King’s College di Londra ha suscitato sorpresa, ironia e anche parecchio fastidio. Non perché il King’s College non sia un’università di altissimo livello, anzi. Proprio per questo, in molti si sono fermati a riflettere e a farsi una domanda semplice ma legittima: dopo una carriera politica così deludente, come si arriva a un incarico di questo tipo?
Di Maio non arriva dal mondo accademico. Non ha una carriera universitaria, non ha una produzione scientifica riconosciuta, non ha mai insegnato geopolitica in senso stretto. Il suo percorso è interamente politico. Entra in Parlamento nel 2013 con il Movimento 5 Stelle e, nel giro di pochi anni, ottiene ruoli enormi per peso e responsabilità. Vicepresidente del Consiglio, Ministro del Lavoro, Ministro dello Sviluppo economico e infine Ministro degli Esteri. Una crescita rapidissima, quasi senza tappe intermedie.
Il problema è che questa ascesa non è stata accompagnata da risultati altrettanto solidi. Anzi, per molti cittadini italiani il suo nome è legato a promesse non mantenute, a frequenti cambi di posizione e a una gestione politica spesso percepita come incerta. Durante i governi di cui ha fatto parte, l’Italia non ha rafforzato in modo evidente il proprio peso internazionale. Al contrario, diversi passaggi hanno lasciato l’impressione di una politica estera poco incisiva e di una leadership fragile.
Il periodo alla Farnesina è stato uno dei più discussi. Di Maio ha rappresentato l’Italia in momenti complessi, ma senza lasciare un segno chiaro o riconoscibile. Le sue uscite pubbliche sono state spesso oggetto di critiche, così come alcune scelte diplomatiche giudicate deboli o contraddittorie. Questo ha contribuito a costruire un’immagine di scarsa autorevolezza, soprattutto se confrontata con quella di altri ministri degli Esteri europei.
Il passaggio politico più evidente arriva nel 2022. Di Maio lascia il Movimento 5 Stelle, dando vita a una nuova formazione. La scelta viene raccontata come una rottura necessaria, ma sul piano elettorale si rivela un disastro. Alle elezioni politiche perde nel collegio uninominale di Napoli e resta fuori dal Parlamento. Il progetto politico che porta il suo nome si ferma subito, senza consenso e senza futuro. Per molti, quello è il segnale definitivo di una carriera politica fallita sul piano democratico.
Ed è proprio da qui che nasce lo stupore attuale. Come si passa da una sconfitta elettorale così netta a una nomina prestigiosa in uno degli atenei più importanti del Regno Unito?
La risposta sta nel cambio di piano. Di Maio, dopo l’uscita dal Parlamento, non torna alla vita privata. Viene nominato Rappresentante speciale dell’Unione Europea per la regione del Golfo. Un incarico tecnico e diplomatico, lontano dalle urne e dal giudizio diretto degli elettori. In questo ruolo si occupa di dialogo politico, sicurezza, energia e rapporti strategici con una delle aree più delicate del mondo.
Ed è proprio questa esperienza istituzionale che il King’s College decide di valorizzare. Il titolo di professore onorario, va chiarito, non equivale a una cattedra classica. Non è una carriera universitaria tradizionale. È un incarico che spesso viene affidato a figure con esperienza diretta nelle istituzioni, per portare agli studenti un punto di vista pratico su negoziati, crisi internazionali e dinamiche geopolitiche reali.
Tutto corretto, dal punto di vista formale. Ma resta il nodo politico e morale. È giusto che una figura così contestata in patria venga premiata all’estero? È normale che chi perde consenso e credibilità interna trovi spazio in contesti internazionali di alto profilo?
Qui il dibattito si fa più ampio. Da una parte c’è chi sostiene che, nel mondo della diplomazia, contino i contatti, le riunioni, i tavoli a cui si è seduti. Dall’altra c’è chi vede l’ennesimo esempio di una distanza enorme tra cittadini e potere. La sensazione, per molti, è che esista una sorta di circuito chiuso, dove le responsabilità politiche non hanno conseguenze reali e dove le sconfitte elettorali non impediscono nuove opportunità prestigiose.
La nomina di Di Maio al King’s College diventa così un simbolo. Non tanto della sua competenza, quanto di un sistema che sembra premiare l’esperienza di ruolo più dei risultati ottenuti. Un sistema che, agli occhi di molti, appare autoreferenziale e scollegato dalla realtà quotidiana delle persone.
Ed è forse questo il punto che più fa discutere. Non il titolo in sé, ma quello che rappresenta. La sensazione che la carriera politica possa continuare senza il consenso dei cittadini, spostandosi semplicemente su un altro livello.
E tu cosa ne pensi? Questa nomina ti sembra giustificata oppure ti lascia l’amaro in bocca? Scrivilo nei commenti e racconta il tuo punto di vista.



Indipendentemente da quello che ha fatto fino a questo momento questo nuovo incarico è un oltraggio a chi ha lavorato tutta la vita sacrificandosi per lo stato con azioni , opere, riconoscimenti che nulla hanno a che fare con la pregressa vendita di coca-cola negli stadi.
Nella sua mediocrità e meschinità credo rappresenti quelli (e solo quelli) che lo hanno elevato a queste posizioni e riconoscimenti