Netflix ha pubblicato il primo trailer del reboot di La casa nella prateria, e la data di uscita è il 9 luglio 2026. La notizia in sé sarebbe già sufficiente ad agitare chiunque sia cresciuto con quella serie, ma c’è un dettaglio che dice ancora di più sulla fiducia della piattaforma nel progetto: la seconda stagione è già stata confermata, prima ancora che la prima vada in onda. Non è una mossa frequente, e quando succede di solito significa che i vertici hanno visto il girato e sono rimasti soddisfatti abbastanza da non voler aspettare i dati di ascolto.
La serie originale è andata in onda tra il 1974 e il 1983 per nove stagioni, con Michael Landon nei panni di Charles Ingalls e Melissa Gilbert in quelli della piccola Laura. È diventata un classico della televisione americana, esportato in tutto il mondo, e in Italia ha una generazione intera che la ricorda con affetto. Per capire quanto sia ancora popolare, basta sapere che nel 2024 la serie originale ha accumulato oltre 13 miliardi di minuti di visione sulla piattaforma Peacock solo negli Stati Uniti. Non è nostalgia passiva: c’è ancora un pubblico enorme che la guarda.
Il reboot parte da una premessa precisa: essere più fedele ai libri rispetto alla serie anni Settanta. Linwood Boomer, che aveva lavorato alla serie originale, lo ha detto esplicitamente: la versione con Michael Landon aveva preso una direzione propria, costruita attorno alla personalità del protagonista, ed era una cosa grandiosa per quello che era, ma non rifletteva l’atmosfera più dura e realistica dei romanzi. Il creatore ha usato la parola “cupa”, e non come critica alla serie originale, ma come descrizione di qualcosa che oggi il pubblico sa già come ricevere. La showrunner Rebecca Sonnenshine, che in curriculum ha The Boys e Vampire Diaries, ha dichiarato di essersi innamorata di questi libri a cinque anni, e di aver aspettato tutta la carriera per poterli adattare.
Il cast porta volti meno noti al grande pubblico, ma la scelta sembra deliberata. Alice Halsey interpreta Laura Ingalls, Skywalker Hughes è la sorella maggiore Mary, Luke Bracey è Pa Charles Ingalls e Crosby Fitzgerald è Ma Caroline. Al fianco del nucleo familiare principale c’è una serie di personaggi che introduce prospettive culturali diverse, con attori indigeni americani in ruoli che nella serie originale erano stati praticamente ignorati o trattati in modo superficiale. È uno degli aspetti che distingue più nettamente questo adattamento da quello precedente.
Vale la pena ricordare da dove viene la storia originale. Laura Ingalls Wilder è nata nel 1867 in Wisconsin e ha vissuto l’infanzia tra spostamenti nel Midwest americano insieme alla famiglia, in un periodo in cui quella parte del paese era ancora una frontiera vera. Ha iniziato a pubblicare la sua saga semi-autobiografica negli anni Trenta, quando aveva già superato i sessant’anni. Gli otto libri principali, più un nono postumo, hanno venduto oltre 73 milioni di copie nel mondo e sono ancora tra i testi più letti nelle scuole americane.
La serie di Netflix non è una copia aggiornata della versione anni Settanta. Si descrive come un progetto in tre parti: dramma familiare, racconto epico di sopravvivenza e storia delle origini del West americano. La prima stagione segue la famiglia Ingalls mentre lascia il Kansas per stabilirsi in Minnesota, con tutte le difficoltà pratiche che questo comporta, tra raccolti distrutti, isolamento, tensioni con gli altri coloni e la costruzione di qualcosa da zero. È il tipo di storia che funziona quando è raccontata bene, perché parla di cose semplici che non invecchiano mai: la famiglia, la fatica, il senso di appartenenza a un posto.
Alla regia della prima stagione ci sono cinque registe diverse, tra cui Sarah Adina Smith per il primo episodio, Julie Anne Robinson, Kat Candler, Erica Tremblay e Sydney Freeland. La produzione è di CBS Studios in collaborazione con Anonymous Content, e l’accordo con Netflix arriva in un contesto piuttosto interessante: è la prima transazione pubblica tra CBS Studios e Netflix da quando Paramount ha versato 2,8 miliardi di dollari a Netflix come penale di risoluzione di un altro contratto.
Il trailer è uscito oggi e dà già un’idea abbastanza precisa del tono: più grezzo, meno rassicurante, più attento alla durezza concreta della vita di frontiera. Se vi ricordate la serie originale come qualcosa di luminoso e rassicurante, questo reboot proverà probabilmente a farvi cambiare un po’ prospettiva. Non per sminuire quello che era, ma per raccontare qualcosa di più vicino a quello che quei libri contenevano davvero.
Voi la guarderete, o la serie originale era già perfetta così?


