La coda del diavolo sta girando parecchio su Netflix e in tanti lo stanno recuperando adesso, spinti dal nome di Luca Argentero, dalla Sardegna cupa e da una trama che sulla carta promette un thriller sporco, teso, con fuga, omicidi e segreti criminali. Il problema è che il film di Domenico De Feudis, tratto dal romanzo di Maurizio Maggi, parte con una buona idea e poi si sgonfia quasi subito. Si guarda, certo. Ma più passa il tempo, più sembra una fiction allungata, con qualche scena più dura messa lì per farlo sembrare cinema di genere.
La premessa non era male. Sante Moras, interpretato da Argentero, è un ex poliziotto diventato guardia carceraria. Durante il suo turno, un detenuto viene trovato morto e lui finisce incastrato per un omicidio che non ha commesso. Da quel momento scappa, cerca di dimostrare la propria innocenza e prova a capire chi lo ha messo in trappola. Sky lo presenta come un action thriller ambientato in una Sardegna fredda e oscura, con Argentero affiancato da Cristiana Dell’Anna e Francesco Acquaroli.
Il punto più forte del film è l’inizio. La scena iniziale ha un impatto diverso dal resto: è più cattiva, più tesa, più sporca. Ti illude che La coda del diavolo voglia davvero andare fino in fondo, costruire un thriller duro, meno televisivo, più vicino a un noir fisico. In quei primi minuti sembra esserci una direzione precisa. Poi però il film prende la strada più comoda: fuga, inseguimenti, sospetti, rivelazioni, personaggi funzionali e dialoghi che spesso sembrano scritti per spiegare allo spettatore quello che dovrebbe intuire da solo.
La parte che salvo davvero, oltre all’apertura, è quella con il vecchio sardo esperto di barche, l’uomo che aiuta Sante durante la fuga e parla in sardo. In quelle scene il film respira meglio. C’è una faccia più credibile, una lingua che porta dentro il territorio, una Sardegna meno da cartolina cupa e più concreta. Sono momenti brevi, ma hanno più vita di molte sequenze costruite per sembrare tese.
Proprio lì, però, arriva anche una delle cose più fastidiose: Argentero non si degna di imparare o dire qualche parola in sardo. Il personaggio capisce l’uomo, segue quello che gli dice, si muove dentro quella situazione come se la lingua non fosse un problema. Ma il film non si prende nemmeno la briga di renderlo credibile. Bastava una risposta minima, una parola, una frase semplice, un segnale che Sante appartiene davvero a quel mondo. Invece nulla. Il sardo diventa colore locale, non parte viva del personaggio. E questo indebolisce una delle poche scene che avevano qualcosa da dire.
Il resto è piatto. Non brutto in modo clamoroso, ma banale, prevedibile, senza una vera personalità. La Sardegna dovrebbe pesare sulla storia, invece spesso resta un fondale scuro. La cospirazione criminale dovrebbe disturbare, invece rimane generica. L’indagine dovrebbe creare tensione, invece procede con passaggi abbastanza telefonati. Anche la figura della giornalista interpretata da Cristiana Dell’Anna sembra più utile alla trama che davvero necessaria come personaggio.
Alcune critiche online sono state più generose, soprattutto verso l’ambientazione e la confezione. Cinematografo parla di una Sardegna livida e insolita e sottolinea la fisicità di Argentero. Movieplayer lo legge come una fuga dentro una Sardegna sospesa e diversa dal solito. Però non mancano giudizi molto più duri: su MYmovies, tra le recensioni del pubblico, c’è chi lo definisce un thriller “mediocre, banale e inverosimile”, paragonandolo agli sceneggiati televisivi italiani a basso budget. E, sinceramente, è una definizione severa ma non lontana dalla sensazione che lascia.
Perché il vero problema è quello: La coda del diavolo sembra voler essere cinema, ma ragiona troppo spesso da fiction. La fotografia è curata, gli inseguimenti provano a dare ritmo, il cast ha nomi riconoscibili. Ma la scrittura resta pigra. I personaggi non hanno abbastanza spessore, i cattivi non fanno paura, le svolte arrivano senza colpire. Si capisce dove vuole andare, e quasi sempre ci arriva nel modo più prevedibile.
Luca Argentero fa il suo, ma non basta. Ha presenza fisica, regge la parte dell’uomo braccato, però il film non gli costruisce attorno un personaggio abbastanza ruvido. Sante dovrebbe essere disperato, colpevole agli occhi degli altri, ferito, incastrato in qualcosa più grande di lui. Invece spesso sembra solo il protagonista di una serie crime da prima serata, uno che corre, si nasconde, stringe la mascella e aspetta la prossima scena d’azione.
Ed è un peccato, perché gli ingredienti c’erano. Un delitto brutale. Un uomo accusato ingiustamente. La Sardegna d’inverno. Il mare, le barche, i paesi, il sardo, le zone meno patinate. Il materiale per fare un thriller più secco, più cattivo e più radicato c’era. Invece il film sceglie la strada più sicura e alla fine resta addosso pochissimo.
La coda del diavolo spopola su Netflix perché è facile da guardare e ha un protagonista popolare. Ma il successo in piattaforma non lo rende un grande thriller. Per me resta un’occasione sprecata: salvo l’inizio e le scene con il vecchio sardo in barca. Il resto è un prodotto piatto, convenzionale e molto meno potente di quanto vorrebbe sembrare.


