Ed Gein, l’uomo che ha alimentato metà dell’immaginario horror del Novecento, torna al centro della scena con la nuova stagione antologica di Ryan Murphy, “Monster: The Ed Gein Story”. La serie è arrivata su Netflix con Charlie Hunnam nei panni del famigerato assassino del Wisconsin. Accanto a lui spicca Adeline Watkins, interpretata da Suzanna Son: figura chiave nell’arco emotivo del protagonista e, al tempo stesso, nodo gordiano del rapporto tra finzione e realtà. Il punto è semplice, e scomodo: Adeline c’è davvero nei documenti storici, ma il suo legame con Gein è controverso. Le fonti dell’epoca parlano di una relazione durata vent’anni, poi ridimensionata dalla stessa Adeline poche settimane dopo l’arresto del “macellaio di Plainfield”.
Insomma: un terreno perfetto per un racconto televisivo che lavora su ambiguità, silenzi e allusioni. E tu, giustamente, vuoi capire se la serie rispetta i fatti o se spinge sull’acceleratore del melodramma.
Prima di entrare nei dettagli, mettiamo in fila i dati essenziali.
La stagione è composta da otto episodi e inquadra la deriva psichica di Gein, il rapporto malato con la madre Augusta (Laurie Metcalf) e la famigerata fattoria piena di reperti umani che gli investigatori scoprirono nel 1957. Sul fronte storico, Gein ha ammesso due omicidi – Bernice Worden e Mary Hogan – ed è stato internato a vita; è morto nel 1984. Queste sono pietre miliari narrative su cui la serie costruisce la propria “messa in scena” della mostruosità. Tutto il resto – soprattutto il privato di Gein – è un varco narrativo dove la drammaturgia si prende spazio, spesso legittimamente, talvolta con scelte che richiedono prudenza interpretativa.
Adeline nella serie: ruolo, funzione narrativa, limiti del verosimile
Nel racconto di Murphy, Adeline è un’àncora affettiva: un contrappunto umano al gelo della fattoria e alla cappa opprimente dell’educazione materna. È una scelta coerente sul piano drammaturgico: dare un volto alla “normalità” che sfiora il mostro permette alla regia di calibrare ritmo e tensione, alternando l’horror degli oggetti macabri alla sospensione di scene più intime. Gli interpreti contano: Hunnam costruisce un Gein trattenuto, quasi dimesso; la Son lavora per sottrazione, evitando stereotipi. Sullo sfondo, gli autori ampliano l’orizzonte culturale – compaiono figure come Alfred Hitchcock e Anthony Perkins – per mostrare il riflesso di Gein nel cinema: Norman Bates, Leatherface, Buffalo Bill sono eredi indiretti, e la serie lo dichiara senza giri di parole.
Che cosa dicono davvero le fonti su Adeline
Qui serve precisione. Adeline Watkins esiste nei resoconti coevi: dopo l’arresto di Gein, dichiarò ai giornali di avere avuto con lui una relazione ventennale, addirittura con una proposta di matrimonio nel 1955. Pochi giorni dopo, però, ridimensionò tutto, parlando di conoscenza limitata e frequentazione intermittente, e negando di essere mai entrata nella casa di Gein.
In sostanza: le sue affermazioni restano ambigue e non corroborate da prove indipendenti; Gein non confermò pubblicamente un legame di quella portata. Questa oscillazione è fondamentale per leggere la serie: ciò che vediamo sullo schermo non è un falso, ma una drammatizzazione di testimonianze contraddittorie.
Le libertà della sceneggiatura: quando la fiction allarga il campo
Una delle linee più discusse è il collegamento “culturale” tra Gein e Ilse Koch, la famigerata “lupa di Buchenwald”. La serie accenna a un possibile influsso, suggerendo come Adeline possa fargli conoscere quella storia. È un’ipotesi narrativa: la cronaca non offre prove di contatto diretto, anche se la vicenda Koch fu ampiamente riportata dai media negli anni Quaranta. Qui la serie gioca sul plausibile, non sul documentato. È lecito in termini artistici, purché lo spettatore mantenga il giusto filtro critico.
Fedeltà storica: quanto “rispetta” la realtà il racconto su Adeline
Tiriamo le somme, da cronista e da spettatore. Sui fatti documentati, la serie è aderente: contesto, luogo, tempistica degli omicidi, scoperta della fattoria, rilievi forensi, esiti giudiziari. Sul rapporto con Adeline, l’aderenza è parziale: esiste la figura, esistono dichiarazioni, ma la durata ventennale e l’intensità romantica sono materia scivolosa. La serie accentua quel legame per dare una controparte emotiva a Gein, funzione narrativa comprensibile, ma non pienamente dimostrata dalle fonti. Laddove entra in gioco Ilse Koch, siamo nel campo del plausibile speculativo: storicamente possibile che Gein conoscesse la storia attraverso la stampa, non dimostrato che lo abbia influenzato in modo diretto. Morale della favola: se cerchi una ricostruzione “filologica”, non è questo il formato; se cerchi una drammaturgia che interroga il male con rigore e qualche licenza, sei nel posto giusto.
Linguaggio cinematografico: perché funziona (anche quando semplifica)
Dal punto di vista tecnico, il racconto adotta un realismo plumbeo che evita il sensazionalismo visivo: gli oggetti macabri compaiono, ma non diventano spettacolo. La messa in scena privilegia i vuoti e i silenzi, lasciando alla recitazione il compito di suggerire l’abisso. Il ritmo gioca su ellissi e ritorni, una spirale di dettagli che accumulano senso più che shock. La sceneggiatura mantiene lo sguardo sul presente dei personaggi e usa i flashback come contrappunto, senza disperdere la linea principale. È un approccio che umanizza senza assolvere, e qui sta l’equilibrio più interessante: non per farci “empatizzare” con Gein, ma per capire come si costruisce – passo dopo passo – la sua ombra.
In conclusione: cosa devi portarti a casa
- Adeline Watkins è reale, ma la “grande storia d’amore” è stata ridimensionata dalla stessa protagonista delle interviste.
- La serie usa Adeline come leva drammaturgica, non come verità storica incontrovertibile.
- Il legame con Ilse Koch è un’ipotesi narrativa, priva di conferme documentali.
- Gli eventi principali della vita di Gein (omicidi ammessi, scoperta della casa, internamento, morte) sono raccontati in modo coerente con la cronaca.
- Se ami i racconti che “mettono in scena” il male senza compiacersene, questa stagione merita la visione. E poi, sì: preparati a notti poco serene.
Ti va di dire la tua? Hai percepito Adeline come personaggio “storico” o come scelta drammaturgica? Scrivilo nei commenti: la discussione è aperta.


