La Guerra dei Mondi di Steven Spielberg compie 21 anni e, visto oggi, resta uno dei blockbuster più cupi e strani della filmografia del regista. In Italia puoi recuperarlo in streaming su Paramount+ e Mediaset Infinity, ed è una buona occasione per rivedere un film che nel 2005 incassò tantissimo, ma che ancora oggi divide parecchio: spettacolare, angosciante, pieno di scene memorabili, ma con personaggi volutamente sgradevoli e una famiglia al centro della storia che non sembra mai costruita per farsi amare a tutti i costi.
Il film uscì nel 2005, diretto da Steven Spielberg e interpretato da Tom Cruise, Dakota Fanning, Justin Chatwin e Tim Robbins. È una rilettura moderna del romanzo di H.G. Wells, pubblicato alla fine dell’Ottocento, ma Spielberg non lo tratta come una semplice storia di invasione aliena. Non gli interessa farci vedere generali, presidenti, sale operative, mappe del mondo e discorsi solenni. La sua scelta è molto più cattiva: ci mette a terra, in mezzo alla gente comune, dentro il panico di una famiglia che scappa senza capire quasi nulla.
E questa, secondo me, è ancora oggi la forza più grande del film.
Tom Cruise interpreta Ray Ferrier, un operaio divorziato, padre poco presente, immaturo, nervoso, incapace di comunicare davvero con i figli. Non è il solito eroe da blockbuster che al primo rumore strano prende il controllo della situazione e diventa il salvatore dell’umanità. Ray è uno che sbaglia, urla, si impunta, fatica a essere padre anche quando il mondo sta letteralmente crollando. E infatti una parte del pubblico, all’epoca, non lo sopportò.
Però forse era proprio quello il senso.
La Guerra dei Mondi non racconta un uomo pronto a salvare il pianeta. Racconta un uomo che, messo davanti alla fine del mondo, deve almeno provare a salvare i suoi figli. Ed è una differenza enorme. Perché Ray non diventa mai davvero “grande”. Non fa il discorso eroico. Non capisce il piano degli alieni. Non guida la resistenza. Corre. Si sporca. Ha paura. Fa scelte discutibili. E in alcuni momenti fa anche paura lui.
Spielberg qui gira un film di fantascienza, ma con l’ansia di un thriller post-11 settembre. Il cielo non è più il luogo della meraviglia, come in E.T. o in Incontri ravvicinati del terzo tipo. Il cielo è minaccia. Il rumore dei tripodi è quasi un incubo industriale. Le strade si svuotano, le persone corrono, le auto vengono prese d’assalto, la folla diventa pericolosa quanto gli alieni. Non c’è quasi mai una sensazione di avventura. C’è sopravvivenza.
E poi ci sono alcune immagini che, a distanza di 21 anni, restano fortissime. Il primo attacco con il tripode che esce dal terreno. La polvere sui vestiti di Ray. Il treno in fiamme che passa nella notte. I vestiti che cadono dal cielo. La cantina con Tim Robbins, dove il film diventa quasi horror psicologico. Sono scene che dimostrano quanto Spielberg fosse ancora capace di costruire terrore con una chiarezza visiva impressionante.
Non tutto funziona, sia chiaro. La parte finale continua a essere discussa, e il destino di alcuni personaggi ha sempre lasciato molti spettatori perplessi. Anche il figlio Robbie, interpretato da Justin Chatwin, è uno di quei personaggi che mettono alla prova la pazienza. Vuole andare verso la guerra, si ribella, urla, sembra quasi cercare una morte spettacolare mentre il padre prova a tenere insieme i pezzi. È fastidioso, ma forse anche lì Spielberg stava raccontando una reazione diversa al trauma: c’è chi scappa, chi protegge, chi vuole buttarsi nel fuoco pur di sentirsi utile.
Dakota Fanning, invece, è uno dei cuori emotivi del film. La sua Rachel è una bambina intelligentissima, terrorizzata, spesso più lucida degli adulti. Urla molto, certo. Ma provaci tu a non urlare quando un tripode alieno sta disintegrando il quartiere. La sua presenza rende il film più fisico, più fragile. Ogni scena in cui Ray deve proteggerla funziona perché non sembra mai una missione eroica: sembra panico puro.
Dal punto di vista commerciale, La Guerra dei Mondi fu un successo enorme. Costato circa 132 milioni di dollari, incassò oltre 600 milioni nel mondo, con più di 12 milioni di euro in Italia. Numeri da blockbuster vero, altro che film minore. Eppure nella memoria collettiva viene citato meno spesso rispetto ad altri Spielberg di fantascienza. Forse perché è meno “amabile”. Non ha la poesia calda di E.T., non ha il fascino filosofico di Incontri ravvicinati, non ha la lucidità spettacolare di Minority Report. È più sporco. Più sgradevole. Più nervoso.
E forse proprio per questo merita di essere rivalutato.
Perché La Guerra dei Mondi non vuole farti uscire dalla visione con gli occhi pieni di meraviglia. Vuole lasciarti addosso l’odore del fumo, della paura, della gente che si calpesta per sopravvivere. È un film dove gli alieni contano, ma fino a un certo punto. La vera domanda è: cosa resta di noi quando il mondo smette di funzionare? Restiamo civili? Restiamo genitori? Restiamo umani? Oppure diventiamo subito predatori, anche senza tentacoli e macchine da guerra?
Rivisto oggi, nel 2026, colpisce anche per un altro motivo: è un blockbuster adulto travestito da film d’invasione aliena. Oggi molti film spettacolari sembrano dover essere sempre simpatici, sempre spiegati, sempre pieni di battute per non lasciare troppo disagio. Spielberg, invece, qui non consola quasi mai. Ti dà qualche momento di respiro, poi ti rimette dentro il caos.
Certo, non è il suo capolavoro assoluto. Ma è un film più interessante della sua reputazione. Ha difetti, sì. Ha scelte discutibili, sì. Però ha anche una personalità fortissima, e dopo 21 anni non sembra invecchiato male. Anzi, forse oggi si capisce meglio: non era solo Tom Cruise contro gli alieni. Era Spielberg che prendeva il cinema catastrofico e lo svuotava della parte più eroica, lasciando solo la paura.
E tu cosa ne pensi? La Guerra dei Mondi di Spielberg è uno sci-fi sottovalutato o resta uno dei suoi blockbuster meno riusciti? Scrivilo nei commenti.


