Attenzione: l’articolo contiene spoiler sulla terza stagione de La legge di Lidia Poët.
La terza stagione de La legge di Lidia Poët è anche l’ultima, e Netflix ha deciso di chiudere i conti con questa storia nel modo più coerente possibile: riportando tutto all’essenziale, ovvero la lotta di una donna per essere riconosciuta come professionista in un’epoca che non era ancora pronta ad accettarla. La serie, con Matilda De Angelis nel ruolo della protagonista, ha accompagnato il pubblico italiano e internazionale attraverso tre stagioni ambientate nella Torino di fine Ottocento, mescolando casi polizieschi, intrighi familiari e una costante riflessione sul posto delle donne nella società. Vale la pena capire come va a finire, soprattutto per chi ha seguito la storia dall’inizio.
Il caso di Grazia: il processo che tiene in piedi la stagione
Il filo conduttore di questa terza stagione è il processo a Grazia, la migliore amica di Lidia, accusata di aver ucciso il marito, Guido Fontana. Un caso che sembrava risolto, ma che si rivela molto più complicato man mano che emergono dettagli sul passato dell’uomo.
La difesa di Grazia subisce un colpo pesante quando il medico che avrebbe dovuto testimoniare a suo favore, Tullio Munari, viene prima arrestato per l’omicidio della sorella e poi, una volta scagionato, smascherato come innamorato di Grazia: la sua testimonianza diventa così inammissibile perché giudicata di parte. Munari avrebbe dovuto attestare la presenza di lividi sul corpo di Grazia, prova che stava agendo per autodifesa nel momento in cui uccise il marito.
Per trovare un’altra strada, Lidia e Jacopo scoprono che Fontana possedeva una villa ad Avigliana e che aveva riportato dall’Eritrea, durante il servizio navale ai tempi della prima colonia italiana, una ragazza di sedici anni di nome Amira. La storia che emerge è brutale: Fontana abusava di lei, e un uomo di nome Roberto Ronco, che si era innamorato di Amira e voleva portarla via, non aveva fatto in tempo a salvarla perché Fontana l’aveva uccisa prima. A coprire il delitto era stato il tenente dei carabinieri Povano, amico fidato di Fontana, che aveva persino nascosto il corpo.
Quando Lidia e Jacopo lo scoprono nel momento in cui sta cercando di spostare i resti, la situazione precipita: Povano li minaccia con una pistola, poi però la lascia cadere e finisce per rinchiuderli in una cantina. A liberarli ci pensano Enrico e Consuelo. La storia di Amira finisce sui giornali, ma al processo si rivela un vicolo cieco: quella prova non può essere ammessa perché non era stata presentata prima dell’inizio del dibattimento.
Il momento più basso arriva con la requisitoria dell’accusa. Fourneau, l’avvocato che ha una storia sentimentale con Lidia e che ricopre il ruolo di pubblico ministero, si trova a dover pronunciare parole che non condivide. Il giudice Davanzati lo ha ricattato: aveva in mano dei biglietti del treno prenotati da Fourneau per sé e Lidia, diretti a Vienna, e ha minacciato di renderli pubblici se lui non avesse seguito il copione dettato. Fourneau obbedisce, pronuncia un discorso dal sapore apertamente misogino sulla presunta impulsività delle donne e chiede la pena di morte per Grazia, una richiesta che Lidia definisce non applicata da vent’anni.
A quel punto prende la parola Enrico, fratello di Lidia, per le conclusioni della difesa. Il suo intervento è di tutt’altro timbro: smonta l’ipocrisia dell’accusa, fa notare quanto sia distorto un sistema in cui Grazia rischia la vita mentre suo marito, anche se fosse stato processato per quello che ha fatto ad Amira, avrebbe rischiato al massimo sei anni di prigione. Poi rivolge una domanda diretta alla giuria: cosa servirebbe perché provassero empatia per Grazia? La risposta implicita è che nulla basterebbe, in un sistema costruito per proteggere gli uomini. La sua arringa si conclude con un appello alle responsabilità storiche di chi ha il potere di decidere, ricordando che quella sentenza avrebbe segnato il futuro di tutte le figlie d’Italia. In aula ci sono molte donne, molte di orientamento femminista, e il pubblico risponde con un applauso fragoroso che il giudice cerca inutilmente di soffocare.
La giuria si ritira per deliberare. Grazia viene riaccompagnata in cella, dove la sua compagna Virginia, una femminista radicale che ha aspettato il momento giusto per evadere, riesce finalmente ad aprire un varco tra le sbarre. Grazia però rifiuta di fuggire e preferisce aspettare la sentenza. Virginia, sorprendentemente, resta anche lei. Il verdetto arriva: Grazia è assolta da ogni accusa. La scena del suo abbraccio con la figlia Mila è il punto emotivamente più alto dell’intera stagione.
Lidia e Jacopo: un finale prevedibile ma non per questo meno efficace
Sul piano sentimentale, la terza stagione costruisce un triangolo tra Lidia, Fourneau e Jacopo. La relazione con Fourneau era iniziata con premesse interessanti, ma entra in crisi nel momento stesso in cui lui diventa il pubblico ministero nel processo a Grazia, una contraddizione insanabile. Jacopo, dal canto suo, si presenta a inizio stagione con una nuova compagna, Consuelo, cantante lirica spagnola, e i due sembrano affiatati.
È evidente fin da subito, però, che tra Lidia e Jacopo non ci sia mai stato un addio definitivo. La serie ha costruito il loro rapporto sin dalla prima stagione come qualcosa di destinato a tornare, e il finale non cambia la rotta: i due si ritrovano, e la storia tra Lidia e Fourneau si chiude senza troppi rimpianti da parte di nessuno. La sceneggiatura lascia intendere che Lidia e Jacopo trascorreranno insieme il resto della loro vite, anche se il matrimonio non viene mostrato esplicitamente.
C’è però una nota interessante: la vera Lidia Poët non si sposò mai. Una scelta deliberata e strategica, perché nel contesto giuridico dell’epoca una donna sposata perdeva di fatto l’autonomia decisionale, sottoposta all’autorità del marito in ogni ambito della vita. Sposarsi, anche con un uomo dalla mentalità aperta come Jacopo, avrebbe significato esporre il suo lavoro a vincoli che lei aveva sempre rifiutato. La serie sceglie un finale più romantico rispetto alla realtà storica, il che è comprensibile per un prodotto di intrattenimento, ma vale la pena saperlo.
La visione e la risposta alla domanda che dà il titolo alla stagione
Mentre Lidia cerca di uscire dalla cantina in cui è stata rinchiusa da Povano, ha una sorta di visione: si vede anziana, finalmente ammessa all’albo degli avvocati, riconosciuta per quello che è sempre stata. È un momento sospeso tra il sogno e la lucidità, e la serie lo usa per dare alla protagonista la forza di continuare, anche nel momento in cui la sua vita è concretamente in pericolo.
La risposta alla domanda del titolo, dunque, è sì: Lidia diventerà avvocata. Ma non subito, e non facilmente. In linea con la storia reale, la serie suggerisce che dovranno passare ancora molti anni prima che quel riconoscimento arrivi. Nella realtà, Lidia Poët fu iscritta all’albo forense il 20 novembre 1920, a 65 anni, dopo decenni di battaglie legali e discriminazioni istituzionali. Continuò a lavorare per i diritti di donne, bambini e categorie emarginate fino alla fine della sua vita, morendo nel 1949 senza essersi mai sposata, fedele fino all’ultimo alle scelte che aveva fatto.
Il finale della serie non è particolarmente realistico, e probabilmente non vuole esserlo. Grazia assolta, Lidia che guarda avanti, Enrico che trova le parole giuste al momento giusto: è un epilogo costruito per lasciare una sensazione positiva, e in questo funziona. La storia vera di Lidia Poët era inevitabilmente più lunga, più faticosa e meno lineare, ma la serie ha avuto il merito di portarla all’attenzione di un pubblico molto più ampio di quanto sarebbe stato possibile attraverso i libri di storia.
Se hai seguito tutte e tre le stagioni, cosa ti ha convinto di più di questa storia? E soprattutto, avresti preferito un finale più fedele alla realtà o ti va bene così com’è?


