La mano di Dante è su Netflix, dura 103 minuti e ha un cast che sulla carta fa girare la testa: Oscar Isaac, Gerard Butler, John Malkovich, Gal Gadot, Jason Momoa, Al Pacino in un cameo e Martin Scorsese che recita. Sì, Scorsese che recita. Julian Schnabel ha costruito qualcosa di difficile da catalogare, un film in cui ogni cinque minuti accade qualcosa di inaspettato, e non sempre nel senso migliore del termine.
La storia si muove su due piani che si alternano per tutta la durata. Nel primo, ambientato in un presente cupo e girato in bianco e nero, Nick Tosches – scrittore realmente esistito, interpretato da Oscar Isaac – finisce sotto il controllo di un mafioso di nome Louie, con la faccia di Gerard Butler, e del suo capo Joe Black, che è John Malkovich con la stessa energia inquietante che porta in qualsiasi stanza entri. Il compito di Tosches è autenticare una copia rarissima della Divina Commedia, operazione che lo trascina prima nei meandri di una New York sotterranea e poi in Italia, con una tappa al Vaticano che non va esattamente come previsto. Nel secondo piano narrativo, girato a colori saturi e in widescreen, siamo nel Quattrocento: Oscar Isaac interpreta Dante Alighieri alle prese con la propria ricerca di senso, accompagnato da Martin Scorsese nei panni di Isaia, mentore filosofico con cui il dialogo è, oggettivamente, la cosa più bella dell’intero film.
L’idea di partenza ha una sua logica affascinante. Il passato a colori e il presente in bianco e nero non sono una scelta estetica fine a sé stessa: dentro c’è una riflessione sul modo in cui la vitalità del pensiero medievale abbia lasciato il posto alla cupidigia contemporanea, con la Divina Commedia come oggetto che attraversa i secoli perdendo progressivamente il proprio significato per diventare merce. Schnabel pone domande sul rapporto tra arte, violenza e fede, intreccia il Vaticano e la mafia come due istituzioni italiane per eccellenza e costruisce un parallelismo tra l’inferno dantesco e quello moderno che in certi momenti funziona davvero bene.
Il problema è che Schnabel non riesce quasi mai a restare su questi binari abbastanza a lungo. Ogni volta che il film imbocca una strada interessante, svolta in un vicolo da cui fatica a uscire. Ci sono sequenze che durano il doppio di quanto servirebbero, monologhi che sembrano esercizi di stile più che caratterizzazione, e una scena in cui Butler tiene una lunga dissertazione sull’odio per le donne che raccolgono i bisogni dei propri cani, seguita da una battuta sulla necrofilia, il cui scopo rimane oscuro dall’inizio alla fine. Non è che Schnabel sia incapace di disciplina: in questo film sembra aver scelto deliberatamente di non esercitarla, e in 103 minuti la cosa si fa sentire.
Il cast regge dove può. Oscar Isaac porta il film sulle spalle in entrambe le incarnazioni, passando da Tosches a Dante con una disinvoltura che ricorda quanto sia bravo quando il materiale gli dà qualcosa di concreto con cui lavorare. Butler mastica la scenografia con una vitalità volutamente incongruente rispetto all’ambientazione, e proprio per questo risulta spesso ipnotico. Malkovich è Malkovich, il che non è mai una cosa negativa. Scorsese regala la scena più memorabile del film con pochi minuti di presenza sullo schermo, e viene spontaneo chiedersi cosa avrebbe dato alla recitazione se avesse scelto quella strada invece della regia.
Gal Gadot invece è un problema concreto. Il suo personaggio, Giulietta, non funziona né sul piano drammatico né su quello narrativo, e la sua presenza nella storia pesa più di quanto contribuisca. Jason Momoa nel ruolo di Rosario, un duro di cartone tragicomico, non va molto meglio: alcune battute sembrano uscire da un film completamente diverso, e non nel senso voluto da Schnabel.
La mano di Dante è il tipo di film che fa venire voglia di difenderlo e di abbandonarlo quasi nello stesso momento. Dentro c’è ambizione genuina, immagini bellissime, idee che con più disciplina in fase di montaggio sarebbero potute diventare qualcosa di memorabile. Schnabel non ha voluto tagliare niente, e il risultato somiglia a un quadro dipinto con troppi colori sovrapposti: affascinante a distanza, confuso da vicino.
Se ami il cinema che prova cose improbabili e accetti di pagarne il prezzo in qualche decina di minuti di smarrimento, La mano di Dante merita la visione. Per tutti gli altri il consiglio è di sapere bene cosa si sta cercando prima di premere play.
Tu riesci a perdonare l’ambizione quando costa così cara in termini di coerenza?
La Recensione
La mano di Dante
La mano di Dante è il nuovo film di Julian Schnabel su Netflix, tratto dal romanzo di Nick Tosches, con Oscar Isaac in doppio ruolo nei panni dello scrittore contemporaneo e di Dante Alighieri. Il cast è straordinario sulla carta e in parte lo è anche sullo schermo: Isaac regge due performance distinte, Butler è sopra le righe in modo deliberato e contagioso, Scorsese attore ruba le poche scene in cui compare. Le idee di fondo sono ambiziose e la fotografia è tra le cose migliori che si trovino su Netflix quest'anno. Schnabel però non riesce a disciplinare il proprio materiale, insegue ogni possibile deviazione senza chiudere quasi nulla, e lascia Gal Gadot e Jason Momoa in ruoli in cui non convincono. Un film pieno di lampi e di noia, spesso nello stesso quarto d'ora.
PRO
- Oscar Isaac in doppio ruolo è una delle prove attoriali più complete che si trovino su Netflix in questo momento
- La fotografia è splendida in entrambe le epoche, con una differenza cromatica tra presente e passato che ha una sua logica visiva precisa
CONTRO
- Centotré minuti sono troppi per un film che non riesce a disciplinare sé stesso
- Gal Gadot è mal utilizzata e il suo personaggio non aggiunge niente alla storia
- Schnabel insegue ogni possibile deviazione narrativa senza chiuderne quasi nessuna


