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La mano di Dante su Netflix, il finale spiegato: Oscar Isaac è Dante, Nick Tosches o entrambi?

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
26 Giugno 2026
in Film, Film & Serie TV
Tempo di lettura 10 minuti
La mano di Dante su Netflix, il finale spiegato Oscar Isaac è Dante, Nick Tosches o entrambi

La mano di Dante è arrivato su Netflix e ha già diviso il pubblico. Il film di Julian Schnabel, con Oscar Isaac in doppio ruolo, parte da un’idea affascinante: intrecciare la vita di Dante Alighieri con quella dello scrittore Nick Tosches, coinvolto in una storia criminale attorno a un manoscritto della Divina Commedia. Il risultato è un oggetto strano, ambizioso, pieno di immagini potenti e momenti confusi. Soprattutto nel finale, dove le due linee temporali sembrano quasi toccarsi.

Avviso spoiler: da questo punto in poi parleremo della trama e del finale di La mano di Dante. Se non hai ancora visto il film su Netflix e vuoi arrivarci senza anticipazioni, fermati ora.

Il film dura oltre due ore e mezza e non prova mai a essere semplice. Julian Schnabel costruisce due mondi paralleli. Da una parte c’è Dante, interpretato da Oscar Isaac, alle prese con l’esilio, la scrittura, il peso dell’amore perduto per Beatrice e il rapporto difficile con la moglie Gemma. Dall’altra c’è Nick Tosches, sempre interpretato da Oscar Isaac, uno scrittore newyorkese del ventunesimo secolo chiamato da ambienti criminali a verificare l’autenticità di un presunto manoscritto originale della Divina Commedia.

Già così, la premessa è enorme. Poi Schnabel ci mette dentro mafia, arte, fede, reincarnazione, desiderio, tradimento, violenza, apparizioni quasi mistiche e un cast che sembra uscito da una scommessa impossibile: Oscar Isaac, Gal Gadot, Gerard Butler, John Malkovich, Jason Momoa, Al Pacino, Martin Scorsese, Sabrina Impacciatore e Benjamin Clementine.

Il problema, o il fascino, dipende da quanto sei disposto a seguirlo, è che il film non vuole spiegarsi troppo. Ti trascina dentro una specie di delirio letterario-criminale e ti chiede di accettare che Dante e Tosches non siano solo due uomini simili. Forse sono due versioni dello stesso viaggio.

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Due storie, due epoche, una stessa ossessione

La parte ambientata nel passato segue Dante Alighieri durante una fase tormentata della sua vita. È un uomo in esilio, ferito, ossessionato da Beatrice e incapace di vedere davvero ciò che ha davanti. La moglie Gemma, interpretata da Gal Gadot, resta spesso in una posizione dolorosa: è presente, fedele, concreta, ma Dante guarda altrove. Guarda verso un amore idealizzato, quasi sacro, che nella sua mente vale più della vita reale.

A guidarlo c’è anche Isaiah, figura spirituale interpretata da Martin Scorsese. La sua presenza è una delle scelte più bizzarre e affascinanti del film. Scorsese non appare come semplice cameo simpatico. Diventa una specie di mentore, una voce che spinge Dante a guardare il rapporto tra arte, fede e vita terrena.

Nel presente, invece, Nick Tosches viene coinvolto in un affare pericoloso. Un manoscritto che potrebbe essere l’originale della Divina Commedia passa tra criminali, collezionisti e figure ambigue. Nick dovrebbe verificarlo. Poi, come spesso accade in storie di avidità e arte, la cosa sfugge di mano.

La sua linea narrativa è molto più sporca. Non c’è la Firenze medievale, non c’è il tormento poetico in senso classico. C’è un mondo in bianco e nero, violento, popolato da gangster, doppi giochi e persone disposte a uccidere per possedere qualcosa che dovrebbe appartenere alla storia e alla cultura.

Il contrasto è voluto. Dante cerca un senso più alto. Tosches viene tirato dentro il lato più basso dell’avidità umana. Eppure entrambi girano attorno alla stessa domanda: cosa vale davvero una vita? L’opera, l’amore, il denaro, la gloria o la possibilità di salvarsi?

Oscar Isaac interpreta due uomini che si rispecchiano

La scelta di far interpretare a Oscar Isaac sia Dante sia Nick Tosches non è solo un vezzo da film d’autore. È il segnale più chiaro dell’idea di Schnabel. I due personaggi sono separati da secoli, ma il film li tratta come figure speculari.

Dante è l’uomo che sta dando forma a un’opera immortale, ma rischia di sacrificare la vita vera sull’altare dell’ideale. Tosches è lo scrittore moderno, disincantato, sporco, attratto dal manoscritto come da un oggetto capace di dargli potere, denaro e forse un’identità più grande.

Entrambi hanno un rapporto complicato con l’amore. Dante non riesce a liberarsi dall’immagine di Beatrice, mentre trascura Gemma. Tosches è travolto da Giulietta, anche lei interpretata da Gal Gadot. Il doppio ruolo di Gadot rafforza ancora di più l’idea che il film stia parlando di cicli, ritorni, reincarnazioni o ripetizioni emotive.

Non è detto che La mano di Dante voglia farci credere in modo letterale che Nick sia Dante reincarnato. Però semina indizi ovunque. Giulietta parla di un amore che sembra venire da lontano. Nick sente una familiarità inspiegabile. E nel finale, davanti a Susanna, lui sfrutta proprio questa suggestione per manipolarla.

È una reincarnazione? Una fantasia? Una trappola mentale? Una trovata poetica? Il film non chiude davvero la questione. E forse non vuole farlo.

Cosa succede nel finale

Nel finale, la linea contemporanea esplode nella parte più violenta. Tosches è ormai dentro una catena di tradimenti e sangue. Dopo aver ucciso Joe Black e Louie, pensa di tenere il manoscritto per sé. Non vuole più essere solo l’esperto chiamato a certificare un tesoro. Vuole possederlo. Vuole usarlo come via di fuga.

Con Giulietta immagina una vita nuova, lontana dal caos criminale. Ma Rosario, interpretato da Jason Momoa, vuole il manoscritto e prende Tosches in ostaggio. Giulietta viene costretta a portarglielo. La situazione precipita: Rosario le spara e prende il documento, ma viene a sua volta colpito da Susanna Pulice, interpretata da Sabrina Impacciatore.

Susanna crede che il manoscritto appartenga al museo, alla cultura italiana, alla nazione. In un certo senso è l’unica a pensare all’opera non come a un bottino personale, ma come a qualcosa che dovrebbe tornare alla collettività. Però anche lei viene attirata dentro il gioco di Tosches.

Nick la chiama Beatrice. E questa è una scena importante. Non perché dimostri automaticamente che Susanna sia davvero Beatrice reincarnata, ma perché mostra quanto Tosches sappia usare il mito per sopravvivere. Le fa credere, o almeno prova a farle credere, di essere dentro una storia più grande di loro. Una storia d’amore lunga secoli. Una storia in cui lei può avere un posto sacro.

Poi la spinge alla morte.

È un gesto durissimo, e anche uno dei momenti in cui il film mostra meglio la differenza tra arte e manipolazione. Nick conosce Dante, conosce il potere dei simboli, conosce la forza dei nomi. E usa tutto questo non per elevare qualcuno, ma per salvarsi.

Subito dopo torna da Giulietta. Ed è lì che la lettura del finale cambia.

Giulietta, non Beatrice, è la vera scelta di Tosches

Il film sembra dirci che Tosches, alla fine, non sceglie il mito. Sceglie Giulietta. Non sceglie l’immagine ideale, irraggiungibile, eterna. Sceglie la donna reale, ferita, presente. Questo lo avvicina al percorso di Dante, che nel passato inizia a capire l’errore di aver ignorato la vita concreta e la moglie Gemma per inseguire Beatrice come simbolo assoluto.

Il parallelismo è abbastanza chiaro. Dante deve smettere di vivere solo per un’idea di amore. Tosches deve smettere di usare l’arte e il desiderio come strumenti di potere. Entrambi, in modo diverso, devono guardare la persona che hanno davanti.

Per questo il finale fa convergere le due linee temporali più sul piano emotivo che su quello narrativo. Non è che Dante e Nick si incontrino davvero in una scena chiara e lineare. Le loro storie si rispondono. Dante arriva a un rapporto più pacificato con Gemma. Tosches sceglie Giulietta e prova a fuggire con lei.

La mano di Dante non cerca una chiusura realistica. Cerca una chiusura quasi da favola nera, dove il passato e il presente si specchiano e l’amore terreno diventa una possibilità di salvezza.

Il ruolo di Mephistopheles

A rendere il finale ancora più ambiguo c’è Mephistopheles, interpretato da Benjamin Clementine. Già il nome dice molto. Mephistopheles richiama la figura demoniaca legata alla tradizione faustiana, il patto, la tentazione, la promessa di una nuova vita in cambio di qualcosa.

Nel film, questo personaggio aiuta Tosches e Giulietta a ricominciare. I due finiscono su un’isola, come se avessero ottenuto una seconda possibilità fuori dal mondo. La scena può essere letta in diversi modi.

La lettura più semplice: Nick e Giulietta scappano con l’aiuto di un uomo misterioso e provano a vivere una vita felice lontano dal sangue e dal manoscritto.

La lettura più inquietante: quella pace è un’illusione, o il risultato di un patto oscuro. Se un personaggio chiamato Mephistopheles ti offre una fuga, forse il film non vuole farti dormire tranquillo. Non è detto che quella felicità sia pulita. Potrebbe essere un’altra forma di condanna.

La lettura più simbolica: Mephistopheles rappresenta la possibilità di uscire dal ciclo, ma a un prezzo. Tosches ha attraversato violenza, menzogna e morte. Arriva alla fine con Giulietta, ma non come innocente. La sua salvezza, se è salvezza, resta macchiata.

E questo rende il finale più interessante di una semplice fuga romantica.

Dante e Nick sono la stessa persona?

La domanda più discussa è questa: Nick Tosches è davvero la reincarnazione di Dante?

Il film suggerisce di sì, ma non lo conferma in modo definitivo. Oscar Isaac interpreta entrambi, le donne amate si ripetono attraverso i volti di Gal Gadot, alcune frasi sembrano indicare un legame lungo secoli e la presenza di Mephistopheles spinge verso una lettura soprannaturale.

Però Schnabel non costruisce una regola chiara. Non ci dice: ecco, Nick è Dante rinato. Non ci dà una spiegazione da fantasy. Non ci mostra un meccanismo preciso di reincarnazione. Lavora più per impressioni, rime visive, echi, corrispondenze.

Forse Nick è Dante. Forse Nick si convince di esserlo perché il manoscritto gli permette di sentirsi parte di una grandezza che non ha mai posseduto. Forse il film parla proprio di questo: l’arte può essere così potente da farci abitare identità non nostre.

Nick conosce talmente bene Dante da sentirsi quasi suo autore. A un certo punto sembra vivere la Divina Commedia non come un testo studiato, ma come un destino personale. Da qui nasce il cortocircuito più affascinante del film: chi legge un’opera con ossessione finisce per esserne posseduto?

La mano di Dante risponde con immagini, non con spiegazioni.

Perché il finale lascia molti spettatori insoddisfatti

Il finale, però, può irritare parecchio. Non perché sia aperto. I finali aperti possono essere meravigliosi. Il problema è che La mano di Dante arriva alla chiusura dopo un percorso molto disordinato. Ci sono troppe svolte, troppi personaggi, troppi registri diversi. Gangster movie, dramma storico, riflessione sull’arte, romance metafisico, commedia grottesca, thriller sul manoscritto perduto. Il film vuole essere tutto questo insieme.

A volte funziona. Alcune immagini sono bellissime. Oscar Isaac regge due personaggi difficili con una presenza magnetica. Gerard Butler, soprattutto nella parte contemporanea, ha un’energia sorprendente e quasi disturbante. Martin Scorsese attore è una scelta talmente strana da diventare memorabile.

Altre volte, però, il film sembra perdere il controllo. Alcuni passaggi sono confusi, certe motivazioni arrivano tardi, alcuni personaggi sembrano più simboli che persone. Jason Momoa e Gal Gadot, secondo molte recensioni americane, non sempre aiutano a rendere credibile la parte più emotiva.

Il finale chiede allo spettatore di accettare un salto poetico. Ma se durante il viaggio ti sei perso troppe volte, quel salto può sembrare meno liberatorio e più frustrante.

Cosa vuole dire davvero La mano di Dante

Al netto del caos, il film sembra parlare di tre cose: arte, amore e possesso.

Il manoscritto della Divina Commedia dovrebbe essere un’opera, una testimonianza, un oggetto culturale. Nel presente diventa merce. La mafia lo vuole. I collezionisti lo vogliono. Nick lo vuole. Susanna lo vuole per restituirlo al museo e all’Italia, ma anche lei finisce dentro un desiderio di controllo.

Dante, nel passato, cerca di scrivere qualcosa che superi la vita. Ma anche lui rischia di trasformare l’amore in possesso ideale. Beatrice diventa una figura così pura da cancellare Gemma, cioè la donna reale che gli sta accanto.

Nick fa lo stesso con il manoscritto e con il mito di Dante. Vuole possedere ciò che dovrebbe restare più grande di lui. E solo alla fine, forse, capisce che la salvezza non sta nel possedere l’opera, ma nel scegliere una vita concreta.

La mano di Dante è quindi un film su persone che scambiano i simboli per la vita. Dante guarda Beatrice e dimentica Gemma. Nick guarda il manoscritto e rischia di perdere Giulietta. Tutti inseguono qualcosa di enorme, ma la risposta, forse, è più semplice e più fragile: amare qualcuno che esiste davvero.

Un film pieno di crepe, ma difficile da ignorare

La mano di Dante non è un film equilibrato. Non è nemmeno un film facile da consigliare a tutti. Ha momenti splendidi e momenti quasi irritanti. Ha idee bellissime, ma anche tante crepe. Sembra un’opera che nessuno ha avuto il coraggio di tagliare davvero, forse perché dentro ogni scena c’era qualcosa che Schnabel voleva tenere a tutti i costi.

Però è anche un film raro. Nel bene e nel male, prova a fare qualcosa di enorme. Non vuole essere solo un thriller su un manoscritto. Non vuole essere solo un film storico su Dante. Non vuole essere solo un gangster movie d’autore. Vuole mischiare tutto e vedere cosa succede.

Il risultato è imperfetto, spesso confuso, a tratti affascinante. Un film che può farti alzare gli occhi al cielo e, cinque minuti dopo, regalarti un’immagine che resta.

Il finale non risolve ogni dubbio. Anzi, ne apre altri. Ma forse il senso sta proprio lì: Dante e Nick non si incontrano davvero perché non devono incontrarsi. Si riflettono. Uno scrive un viaggio attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso. L’altro lo vive in forma sporca, criminale, moderna.

Alla fine, entrambi cercano una via d’uscita. Uno nella poesia. L’altro nell’amore. O forse in un patto con il diavolo travestito da possibilità.

Tu cosa ne pensi? La mano di Dante ti ha convinto con il suo finale ambiguo o ti è sembrato un film troppo confuso per arrivare davvero a segno? Scrivilo nei commenti.

Tags: NetflixSpiegazione Finali Film e Serie TV
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