La mia brillante carriera è una di quelle serie che, nei primi minuti, sembrano avere già deciso come conquistarti: paesaggi australiani splendidi, costumi vissuti, una protagonista ribelle, musica moderna e quell’aria da period drama che però non vuole comportarsi troppo da period drama.
Netflix ha adattato il romanzo di Miles Franklin del 1901 in una miniserie di sei episodi ambientata nell’Australia di fine Ottocento, con Philippa Northeast nei panni di Sybylla Melvyn, una giovane che sogna di diventare scrittrice mentre tutti intorno a lei sembrano avere un piano molto più semplice: trovarle un marito e possibilmente farla smettere di avere troppe idee.
Premessa perfetta.
E infatti, per parecchio tempo, funziona.
Il problema è che La mia brillante carriera mi ha conquistato soprattutto con ciò che promette, un po’ meno con ciò che riesce davvero a costruire.
Sybylla è il motivo principale per continuare a guardare la serie
Philippa Northeast ha un compito tutt’altro che facile.
Sybylla deve essere intelligente, impulsiva, divertente, irritante, vulnerabile, egoista e molto più moderna delle persone che la circondano senza sembrare una ragazza del 2026 teletrasportata nell’Ottocento.
Per buona parte della serie ci riesce.
La sua Sybylla entra nelle stanze come se avesse già litigato mentalmente con tutti prima ancora di aprire bocca. Non vuole sposarsi, non vuole adattarsi, non vuole essere educata nel modo in cui gli altri pretendono.
Vuole scrivere.
Vuole vivere.
E soprattutto vuole poter sbagliare da sola.
La serie rende bene questa fame di libertà e la contrappone continuamente alle aspettative familiari. La nonna Mrs Bossier la porta nella tenuta di Caddagat anche con l’obiettivo molto evidente di migliorarne le prospettive matrimoniali, mentre Sybylla continua a insistere sulla propria ambizione letteraria.
La parte interessante è che la protagonista non viene trasformata nella classica eroina femminista perfetta che ha sempre ragione.
Sybylla può essere insopportabile.
A volte parecchio.
Fa scelte immature, reagisce male, si chiude, ferisce persone e cambia idea con quella velocità tipica di chi sta ancora cercando di capire chi vuole diventare.
Questo dovrebbe essere uno dei punti di forza.
A tratti però la scrittura spinge talmente tanto sulla sua impulsività che invece di sembrare complessa finisce per sembrare semplicemente capricciosa.
Ed è lì che la serie comincia a perdere qualcosa.
È una protagonista moderna, forse ogni tanto troppo moderna
L’adattamento non ha alcun interesse a comportarsi come un museo.
La musica contemporanea, il ritmo, alcune scelte di montaggio e soprattutto il linguaggio emotivo dei personaggi cercano deliberatamente di parlare anche allo spettatore di oggi. La serie amplia inoltre il mondo del romanzo con personaggi e prospettive legate alla comunità cinese-australiana, alle popolazioni First Nations e a relazioni queer.
Come idea mi piace.
Un adattamento del 2026 non deve per forza fingere che siano passati soltanto cinque minuti dal 1901.
Il problema arriva quando senti troppo chiaramente la mano degli sceneggiatori dietro alcune modernizzazioni.
Certe situazioni sembrano nascere naturalmente dal mondo della serie.
Altre hanno quasi un cartello appeso sopra con scritto: “Guardate quanto siamo contemporanei.”
La differenza si sente.
Anche la musica moderna funziona benissimo in alcuni passaggi perché dà energia a Sybylla e sottolinea la sua sensazione di essere fuori posto. In altri momenti mi ha tirato fuori dalla scena proprio mentre avrei voluto entrarci maggiormente.
È un equilibrio difficilissimo.
La serie qualche volta lo trova.
Qualche volta prende una chitarra elettrica e ci salta sopra.
Visivamente è una delle cose migliori che ha
Sul piano estetico, invece, ho pochissime riserve.
La mia brillante carriera è bellissima.
Ma non nel modo patinato di certi period drama in cui anche chi ha appena attraversato tre giorni di fango sembra pronto per una pubblicità di profumi.
Questa serie ha terra.
Ha polvere.
Ha capelli spettinati.
Ha vestiti che sembrano effettivamente indossati.
L’Australia rurale non viene trasformata in uno sfondo romantico perfetto: è bellissima ma anche dura, sporca, enorme e isolante.
La produzione è stata girata in South Australia, tra Adelaide, Penola e altre zone della regione, e il budget dichiarato di circa 17 milioni di dollari australiani l’ha resa una delle produzioni televisive più costose mai realizzate nello Stato.
I soldi si vedono.
Costumi, scenografie e fotografia danno alla serie un’identità precisa.
A volte sembra quasi che il paesaggio australiano stia facendo più recitazione di metà del cast.
E poi arriva il triangolo amoroso
Ed eccoci alla parte che mi ha convinto meno.
Sybylla si trova divisa soprattutto tra Harry Beecham e Frank.
Harry, interpretato da Christopher Chung, è il candidato che teoricamente dovrebbe avere maggior peso romantico. È affascinante, ha una presenza forte e il rapporto con Sybylla è legato anche alla tensione tra ciò che lei vuole diventare e la vita che potrebbe scegliere.
Chung funziona bene e riesce a dare ad Harry una certa malinconia sotto l’apparenza sicura. Per prepararsi al ruolo ha persino imparato a utilizzare la frusta, elemento che entra nella costruzione fisica del personaggio.
Eppure devo dire una cosa che forse farà discutere:
io ho creduto di più a Sybylla e Frank.
Tra loro ho percepito maggiore naturalezza.
Più leggerezza.
Più quella sensazione di due persone che potrebbero effettivamente piacersi invece di essere state messe nella stessa scena perché qualcuno ha scritto “tensione romantica” sul copione.
Con Harry, invece, alcuni momenti funzionano e altri mi sono sembrati molto più costruiti.
Il risultato è che il triangolo amoroso, che dovrebbe complicare veramente le decisioni di Sybylla, non raggiunge sempre l’intensità che la serie vorrebbe.
E se costruisci sei episodi anche attorno alla domanda “chi sceglierà?”, sarebbe utile farmi dubitare seriamente della risposta.
A volte invece ero più interessato a sapere se Sybylla avrebbe finalmente finito qualche pagina del libro.
L’episodio 4 è quello in cui la serie trova meglio la propria voce
La stagione migliora andando avanti.
In particolare, il quarto episodio è probabilmente quello che mi è piaciuto di più.
La serie sembra finalmente smettere di presentare continuamente idee e comincia a farle scontrare tra loro.
Sybylla viene messa davanti alle conseguenze delle proprie scelte, i rapporti diventano più interessanti e anche alcune battute trovano il ritmo giusto.
C’è una frase che riassume molto bene l’atteggiamento della serie: «Questo è un ostacolo, non il traguardo».
Ed è forse anche la descrizione perfetta della protagonista.
Ogni volta che la vita cerca di indicarle la strada, Sybylla prende quella indicazione, la guarda e decide che probabilmente preferisce andare dalla parte opposta.
A volte ammirevole.
A volte viene voglia di prenderla per le spalle.
Il cast secondario spesso ruba la scena
Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente è che il mondo non esiste esclusivamente in funzione di Sybylla.
Anna Chancellor, Genevieve O’Reilly e Kate Mulvany danno alla serie una solidità che diventa particolarmente preziosa nei momenti in cui la protagonista comincia a girare un po’ troppo intorno alle proprie crisi.
I personaggi femminili adulti sono particolarmente riusciti perché rappresentano modi diversi di convivere con le regole della società.
Alcune le hanno accettate.
Alcune hanno imparato a sfruttarle.
Altre ne vedono perfettamente l’ingiustizia ma sanno quanto possa costare ribellarsi.
Questa complessità rende il messaggio femminista della serie molto più interessante rispetto al semplice “le donne erano oppresse e Sybylla è diversa”.
Perché Sybylla può permettersi di urlare che non vuole quelle regole anche grazie alle donne che prima di lei hanno dovuto sopravvivere dentro quelle stesse regole.
Quando la serie ragiona su questo, funziona molto bene.
Il problema è che a volte è contemporaneamente lenta e frettolosa
Sembra una contraddizione.
Eppure è precisamente la sensazione che ho avuto.
Alcune puntate si prendono molto tempo per costruire atmosfera, conversazioni e rapporti familiari.
Poi improvvisamente succede qualcosa di importante e viene risolto in pochissimo tempo.
La serie ha sei episodi.
Non sono pochi per raccontare questa storia, ma la sceneggiatura sembra voler inserire così tanti elementi — crescita personale, famiglia, scrittura, classi sociali, razzismo, colonialismo, sessismo, sessualità, due relazioni romantiche e parecchi personaggi secondari — che alcuni passaggi finiscono inevitabilmente compressi.
Ed è un peccato perché diverse idee meriterebbero più spazio.
Il triangolo romantico è la vittima principale.
Alcune decisioni di Sybylla arrivano prima che io abbia avuto il tempo di capire perché per lei siano diventate inevitabili.
Non voglio una voce narrante che mi spieghi ogni emozione.
Ma almeno lasciatemi arrivare alla fermata prima di far ripartire il treno.
Philippa Northeast divide, ma per me funziona più di quanto non funzioni
Capisco perfettamente perché la sua interpretazione possa dividere.
Sybylla è scritta per essere eccessiva.
Ride troppo forte.
Si arrabbia.
Si comporta in maniera infantile.
Vuole essere considerata adulta mentre prende decisioni che spesso ricordano esattamente perché non lo sia ancora.
Philippa Northeast amplifica parecchio questi aspetti.
In alcuni momenti mi è piaciuta molto.
In altri avrei voluto che abbassasse il volume emotivo di due tacche.
Ma non posso dire che sia anonima.
E preferisco una protagonista che ogni tanto mi irrita a una che dimentico appena chiudo Netflix.
Il vero problema è forse l’età percepita del personaggio.
Sybylla dovrebbe attraversare una fase di formazione molto giovane, e alcune esplosioni infantili possono creare una piccola dissonanza vedendo un’interprete che appare più adulta.
Non mi ha distrutto la serie, ma qualche volta l’ho sentito.
Non è Bridgerton, anche se Netflix ogni tanto vorrebbe fartelo pensare
Inevitabile il confronto.
Costumi.
Epoca storica.
Romanticismo.
Protagonista femminile ribelle.
Musica moderna.
Ma La mia brillante carriera non è Bridgerton con più polvere e meno bagni.
Per fortuna.
Il sesso e il romanticismo esistono, ma il centro della storia resta l’identità di Sybylla.
Lei non deve semplicemente scegliere tra due uomini.
Deve capire se una relazione possa esistere senza inghiottire la persona che vuole diventare.
È una domanda molto più interessante.
La serie deriva da un romanzo scritto da Miles Franklin quando era giovanissima, e quella sensazione di urgenza adolescenziale rimane fortissima nell’adattamento. Il libro venne pubblicato nel 1901 e la storia è stata già portata al cinema nel 1979 da Gillian Armstrong, con Judy Davis e Sam Neill.
La nuova versione vuole chiaramente parlare alla generazione di oggi.
Non sempre lo fa con eleganza.
Ma almeno prova ad avere una propria personalità.
Alla fine mi è piaciuta, ma meno di quanto pensassi all’inizio
I primi episodi mi avevano fatto immaginare una serie che avrei probabilmente adorato.
Alla fine sono rimasto un po’ più freddo.
La mia brillante carriera è bella, intelligente, divertente in diversi momenti e guidata da una protagonista impossibile da ignorare.
Ma anche irregolare.
Il triangolo romantico è più debole di quanto dovrebbe.
Alcune modernizzazioni funzionano, altre sembrano infilate dentro con troppa evidenza.
La scrittura di Sybylla oscilla tra complessità e irritazione.
E soprattutto la serie sembra avere tantissime cose da dire senza sempre trovare il tempo necessario per dirle bene.
Nonostante questo, sei episodi scorrono facilmente.
L’ambientazione australiana la distingue da quasi tutti gli altri period drama recenti.
Il cast secondario è ottimo.
E Sybylla, anche nei momenti in cui vorresti dirle di sedersi cinque minuti e pensare prima di parlare, rimane un personaggio interessante.
Forse è proprio questo che voleva ottenere.
Di certo non sarebbe felice di sapere che l’abbiamo trovata educata.
Voi da che parte state: Team Harry, Team Frank oppure Team Sybylla-che-forse-dovrebbe-dimenticarsi-di-entrambi-e-finire-il-suo-libro? Scrivetecelo nei commenti.
La Recensione
La mia brillante carriera
La mia brillante carriera è un period drama bello da vedere e pieno di personalità, con un'ottima ambientazione australiana e una Sybylla ribelle che riesce contemporaneamente a conquistare e irritare. Il messaggio sull'indipendenza femminile funziona, così come molte modernizzazioni, ma il triangolo romantico è debole e alcune decisioni della protagonista sembrano poco motivate o troppo frettolose.
PRO
- Philippa Northeast costruisce una Sybylla energica e impossibile da ignorare.
- L'ambientazione australiana è splendida e molto diversa dai soliti period drama britannici.
- Costumi, fotografia e scenografie sono tra gli aspetti migliori della serie.
CONTRO
- Il triangolo amoroso sembra spesso costruito a tavolino.
- La chimica con Harry non sempre convince.
- Alcune modernizzazioni sono troppo evidenti.


