Odissea, il nuovo film di Christopher Nolan arrivato nelle sale italiane il 16 luglio 2026, è un’opera che si divide nettamente in due metà, una tecnica e una narrativa, e che porta a un giudizio altrettanto diviso su quale delle due abbia davvero funzionato.
Partiamo dal lato tecnico, perché è lì che il film convince fino in fondo. La fotografia, curata da Hoyte van Hoytema, storico collaboratore di Nolan fin da Interstellar, si basa su una scelta coraggiosa, quella di affidarsi quasi esclusivamente alla luce naturale per l’intera durata delle quasi tre ore di film. Una decisione che in alcuni momenti rende certe inquadrature più scure o meno definite del solito, ma che allo stesso tempo restituisce un senso di autenticità raro per un kolossal di questo tipo, soprattutto nelle sequenze più legate al sovrannaturale. La scena dell’incendio di Troia vista dall’alto, mostrata attraverso i ricordi di Ulisse, resta probabilmente il momento visivamente più riuscito dell’intero film, capace di restituire con grande forza la brutalità della guerra senza mai scadere nella spettacolarizzazione fine a se stessa. Non va dimenticato che Odissea è anche il primo lungometraggio della storia interamente girato con telecamere IMAX, senza schermi verdi, con riprese realizzate in appena 91 giorni tra Grecia, Sicilia, Regno Unito, Marocco, Scozia e Irlanda, un dettaglio produttivo che spiega bene la scala fisica e concreta di ogni singola inquadratura.
Anche sul fronte musicale il film convince. Le musiche, firmate da Ludwig Göransson e non da Hans Zimmer, storico collaboratore di Nolan rimasto fuori da questo progetto, accompagnano con efficacia il racconto, in particolare nelle sequenze di battaglia, restituendo quell’epicità che ci si aspetta da un’opera di questo respiro. Chi ha la fortuna di vederlo in una delle poche sale IMAX 70mm sparse nel mondo, appena quarantuno secondo le stime più recenti, riesce probabilmente a percepire questa componente sonora e visiva in una forma ancora più piena rispetto alla proiezione digitale standard.
Il problema, a mio avviso, nasce proprio nel passaggio dalla tecnica al racconto, ovvero nella rilettura dell’Odissea di Omero. Il film prende in prestito il nome e la struttura del poema, dichiarando anche un’ispirazione diretta alla traduzione del 2017 firmata dalla classicista Emily Wilson, ma finisce per allontanarsi proprio nei momenti in cui l’opera originale avrebbe più bisogno di essere rispettata. L’episodio dell’Ade ne è l’esempio più evidente. Dove Omero costruisce uno dei momenti più umani e commoventi dell’intero poema, l’incontro tra Ulisse e l’ombra della madre Anticlea, il film sceglie di trasformare tutto in una fuga quasi horror, con i morti che emergono dalla terra come zombie e inseguono Ulisse e i suoi uomini fino alle navi. È una scelta che snatura completamente il senso simbolico dell’episodio, riducendolo a un ennesimo inseguimento in una struttura narrativa già fin troppo affollata di fughe e scontri che, con il passare dei minuti, finiscono per assomigliarsi tutti.
Anche l’incontro con il Ciclope mi ha lasciato perplesso. Polifemo appare più come una caricatura mostruosa che come il terribile antagonista della tradizione, e soprattutto scompare del tutto il celebre inganno del falso nome “Nessuno”, uno dei passaggi più memorabili e astuti dell’intero poema, qui completamente assente insieme a qualsiasi vero dialogo tra i due. Discorso simile per i Lestrigoni, ridotti a guerrieri dall’aspetto quasi fantascientifico, lontanissimi dal popolo mostruoso descritto da Omero. Diversa la questione per Circe, interpretata da Samantha Morton, reinventata attraverso una lente più psicologica, capace di deformare i volti dei compagni di Ulisse con le proprie mani invece che con la magia, e raccontata come una donna segnata dalla paura della violenza. Una scelta narrativa distante dal mito classico, ma che devo riconoscere funziona meglio di altre reinvenzioni della sceneggiatura, complice un’interpretazione capace di dare vera profondità al personaggio. Meno convincente resta invece Calipso, affidata a Charlize Theron, che non riesce a restituire l’ambiguità seducente e pericolosa della ninfa capace di trattenere Ulisse con la promessa dell’eternità.
Il film sceglie inoltre di eliminare del tutto Nausicaa, figura centrale nel tessuto del mito, insieme ad Alcinoo, alla regina Arete e all’intero popolo dei Feaci, sostituendo la loro funzione narrativa con altri espedienti. Compare invece un personaggio come Sinone, affidato a Elliot Page, che pur avendo un peso importante nell’inganno del cavallo di Troia non fa parte né dell’Odissea né dell’Iliade originali, una vera e propria invenzione della sceneggiatura di Nolan. Anche la scelta di affidare a Lupita Nyong’o il doppio ruolo di Elena e Clitennestra, presentate nel film come sorelle gemelle, si allontana dal mito, che le vuole sorellastre, figlie rispettivamente di Zeus e del re Tindaro, un dettaglio che poteva essere corretto con facilità senza intaccare la scelta di casting in sé.
Sul piano della scrittura, la sensazione complessiva è quella di un film che parla a un pubblico digiuno di mito, esplicitando verbalmente l’astuzia di Ulisse invece di lasciarla emergere dall’azione, e caricando il protagonista di sensi di colpa e rimorsi che appartengono più alla sensibilità contemporanea che alla mentalità degli eroi omerici, da sempre più legati al concetto di onore che a quello di pentimento. Anche la struttura narrativa, che gioca con continui salti temporali tra passato e presente, richiama da vicino la costruzione di Tenet, una scelta che rischia di sfilacciare il racconto invece di rafforzarlo. Va invece riconosciuto al film un merito, quello di aver costruito, nella rievocazione finale del saccheggio di Troia, un apologo sulla crudeltà della guerra più vicino alla nostra sensibilità contemporanea che a quella degli uomini di quasi tremila anni fa, forse la scelta più riuscita di tutta la rilettura.
Quello che manca, in definitiva, è la profondità, quell’indagine nell’animo umano che rende l’Odissea un’opera capace di essere riletta all’infinito trovando sempre qualcosa di nuovo. Il film di Nolan, tecnicamente ineccepibile e visivamente memorabile, sembra a tratti più interessato a stupire che a scavare, e proprio in questo scarto si perde gran parte della forza degli episodi più significativi del poema.
Sul fronte del cast, resto piuttosto d’accordo con chi ha fatto notare quanto molti degli interpreti scelti risultino fin troppo giovani per i ruoli ricoperti, un dettaglio che pesa soprattutto nel confronto con adattamenti precedenti del mito, primo fra tutti quel Ritorno a Itaca con Kirk Douglas nei panni di Ulisse, che per me resta ancora oggi un termine di paragone difficile da eguagliare quanto ad autorevolezza del protagonista. Matt Damon, al suo terzo film con Nolan dopo Interstellar e Oppenheimer ma qui per la prima volta assoluto protagonista, costruisce comunque un Ulisse credibile, più segnato dal rimorso che dall’astuzia gloriosa della tradizione, un Ulisse insomma più uomo che eroe. Bene anche Anne Hathaway nei panni di Penelope e Tom Holland in quelli di Telemaco, mentre più fredda mi è parsa la resa degli dei, quasi sempre relegati sullo sfondo e privi di un vero peso scenico, con Zendaya nei panni di Atena che fatica non poco a restituire l’autorevolezza della dea della sapienza e della guerra.
Va detto anche che la scelta di Lupita Nyong’o nel doppio ruolo di Elena e Clitennestra ha sollevato polemiche ancora prima dell’uscita del film, con alcuni commentatori americani che hanno criticato duramente la scelta di affidare il ruolo della donna più bella del mondo a un’attrice lontana dall’immaginario tradizionale del personaggio. Al di là della sterilità di certe polemiche, la vera domanda che mi sono posto guardando il film riguarda più la scrittura che il casting in sé, dato che il personaggio di Elena resta comunque marginale nell’economia complessiva della storia, troppo poco approfondito per lasciare davvero il segno in un senso o nell’altro.
Odissea è un’opera tecnicamente straordinaria, con una fotografia e una colonna sonora all’altezza del nome di Nolan, ma come adattamento del poema omerico resta un’occasione parzialmente mancata, capace di stupire gli occhi più che di toccare l’animo.
Tu l’hai già visto? Facci sapere nei commenti se anche per te la forza visiva del film riesce a compensare le libertà prese con il testo di Omero, o se avresti preferito una rilettura più fedele allo spirito del poema.
La Recensione
Odissea di Nolan
Odissea è un kolossal che convince quasi del tutto sul piano tecnico, con una fotografia di Hoyte van Hoytema costruita su luce naturale e una colonna sonora di Ludwig Göransson all'altezza del nome di Nolan, ma che come rilettura del poema omerico perde gran parte della sua forza. L'episodio dell'Ade trasformato in fuga horror, il Ciclope privato dell'inganno di "Nessuno" e l'assenza di Nausicaa pesano più di quanto la spettacolarità visiva riesca a compensare. Un film che punta a stupire più che a scavare, riuscendoci solo a metà.
PRO
- La fotografia di Hoyte van Hoytema, costruita quasi interamente su luce naturale, e la sequenza dell'incendio di Troia in particolare
- Le musiche di Ludwig Göransson, capaci di restituire epicità alle scene di battaglia
- La reinvenzione di Circe, affidata a Samantha Morton, tra le scelte narrative meglio riuscite del film
CONTRO
- L'episodio dell'Ade trasformato in una fuga horror, lontanissimo dalla commozione dell'incontro originale con Anticlea
- Il Ciclope privato del celebre inganno di "Nessuno", ridotto a semplice caricatura
- Una struttura fatta di continui inseguimenti che finiscono per assomigliarsi, e personaggi fondamentali del mito, come Nausicaa, completamente assenti


