Ho acceso Netflix con le aspettative giuste per un giovedì sera rilassante e ho trovato Mangia prega abbaia già nella top 10. Il titolo è spiritoso, il poster con i cani sulle Alpi tirolesi è invitante, e l’idea di base sembrava promettere almeno un po’ di commedia leggera senza troppe pretese. Quello che ho trovato è esattamente quello che mi aspettavo – né più né meno – e questo è al tempo stesso il pregio e il limite più grande di questo film tedesco diretto da Marco Petry.
La storia parte da una premessa che funziona bene sulla carta. Cinque proprietari di cani con i propri problemi comportamentali – propri, non dei cani – si ritrovano nelle montagne del Tirolo per un corso intensivo di addestramento condotto da Nodon, un istruttore leggendario e dall’approccio decisamente fuori dagli schemi. Il punto, che il film stabilisce fin dai primi minuti senza nessuna pretesa di sorprenderti, è che i cani stanno benissimo. Sono i padroni ad avere bisogno di essere rieducati.
Ursula – interpretata da Alexandra Maria Lara – è una politica che ha adottato una cagnolina di nome Brenda come parte di un piano di restyling della propria immagine pubblica. I cani, nella vita vera, non li sopporta. È il personaggio più sviluppato della storia, probabilmente perché la sua ipocrisia è quella che il film ha più voglia di smontare pezzo per pezzo. Babs è l’amante dei cani portata all’eccesso, travolta dal suo enorme cane chiassoso. Ziggy e Helmut – interpretati rispettivamente da Doğa Gürer e Devid Striesow – sono una coppia che litiga in modo così sistematico da aver trasmesso la propria ansia relazionale anche al piccolo Yorkshire Terrier di nome Gaga. E poi c’è Hakan, un uomo schivo e insicuro alle prese con un pastore belga che soffre esattamente delle stesse insicurezze del suo padrone.
La scelta del cast degli animali è forse la più riuscita del film. I cani sono bravissimi.
Nodon è interpretato da Rúrik Gíslason, e qui vale la pena aprire una parentesi per chi non lo conoscesse. Gíslason è un ex calciatore islandese diventato involontariamente virale durante gli Europei del 2016, quando le telecamere lo ripresero in panchina mentre si pettinava i capelli con la massima calma durante una partita della nazionale islandese. Quella scena fece il giro del mondo. Anni dopo, Gíslason ha intrapreso una seconda carriera come attore, e Mangia prega abbaia è il suo ruolo più significativo fino ad oggi. Il risultato è misto: è carismatico, fisicamente ha la presenza scenica giusta per il personaggio, ma il modo in cui il film lo usa – come mentore quasi mistico con battute aforistiche sulla natura dei cani e degli esseri umani – a tratti diventa involontariamente comico. Non sempre nel senso giusto.
Il problema principale di Mangia prega abbaia non è che sia un brutto film. È che è un film che non ha nessuna voglia di sorprenderti. Dal primo fotogramma sai già cosa farà ogni personaggio, come si risolverà ogni conflitto e quale lezione ciascuno porterà a casa dalla montagna. La struttura corale è funzionale ma non crea dinamiche interessanti tra i personaggi – sembrano più dei tipi umani ben definiti che delle persone vere, ognuno con il suo difetto dichiarato, ognuno con il suo percorso di redenzione già scritto. Ursula non si fida degli altri. Babs ama i cani più di se stessa. Helmut e Ziggy non sanno comunicare. Hakan si chiude in sé stesso. Le frecce sono già disegnate prima che il film cominci, e il film le segue fedelmente senza mai deviare.
Detto questo, c’è una cosa su cui Mangia prega abbaia funziona senza discussioni: i paesaggi del Tirolo. Il direttore della fotografia Marc Achenbach fa un lavoro bellissimo con quelle montagne, con i sentieri tra i boschi, con i prati aperti e i torrenti. C’è una qualità visiva genuina in quasi ogni inquadratura, e per chi cerca un film che sembri quasi una vacanza da guardare dal divano, questo aspetto conta. Il film è girato a Seefeld, nel Tirolo austriaco, e ogni scena all’aperto ha quella luce morbida e quella profondità che solo certi paesaggi alpini sanno dare.
Il tentativo di trovare un equilibrio tra commedia e dramma è uno dei punti più deboli. Il film non sa bene cosa vuole essere: quando prova a essere satirico, la satira è troppo morbida per mordere; quando prova a essere toccante, la costruzione emotiva è troppo veloce per convincere. Ursula – il personaggio più interessante – ha momenti di sincerità che avrebbero merito di più spazio, ma il film deve occuparsi di cinque archi narrativi contemporaneamente e finisce per sacrificare la profondità sull’altare della varietà.
Il confronto con Mangia prega ama – da cui il titolo prende dichiaratamente ispirazione – è inevitabile. E il punto più onesto è che il film originale del 2010 aveva almeno il coraggio di costruire un vero viaggio interiore per la sua protagonista, anche a costo di tempi narrativi più lenti. Mangia prega abbaia è molto più veloce, molto più leggero, ma anche molto meno disposto a sedersi con i suoi personaggi abbastanza a lungo da capire davvero chi sono.
Vale la pena guardarlo? Se sei un amante dei cani o stai cercando qualcosa di semplice e gradevole da vedere senza dover pensare troppo, sì. Se ti aspetti una commedia con qualcosa di originale da dire o personaggi che escano dal seminato, probabilmente resterai con la sensazione che mancasse qualcosa.
La cosa più onesta che si può dire di Mangia prega abbaia è che fa esattamente quello che promette – né di più né di meno. E in certi giorni, forse, basta così.
La Recensione
Mangia prega abbaia
Mangia prega abbaia è uno di quei film che scorrono lisci, ma che poi dimentichi in fretta. Il Tirolo è stupendo, i cani fanno metà del lavoro e Alexandra Maria Lara regge bene il tutto con il personaggio più interessante. Il punto è che la sceneggiatura non osa: resta sempre in superficie, i personaggi sono riconoscibili ma poco veri e la storia va dritta dove ci si aspetta, senza mai sorprendere. Perfetto per una serata leggera, ma niente di più.
PRO
- I paesaggi del Tirolo austriaco sono bellissimi e la fotografia li valorizza in modo genuino - c'è una qualità visiva che da sola vale parte dell'esperienza
- I cani sono una presenza costante e per chi ama gli animali rappresentano già un motivo valido per accendere Netflix
CONTRO
- La struttura narrativa è completamente prevedibile dall'inizio: ogni personaggio ha il suo difetto dichiarato, il suo percorso e la sua redenzione, e non c'è mai una vera sorpresa
- Il film non sa decidersi tra commedia e dramma e il risultato è una via di mezzo tiepida che non eccelle in nessuno dei due generi


