A me questa terza stagione di La legge di Lidia Poët è sembrata una chiusura più matura e più seria rispetto alle precedenti. Non perché perda del tutto il gusto del gioco, quello resta, ma perché stavolta la storia mette Lidia davanti a un caso che la tocca da vicino e la costringe a smettere di scherzare anche nei momenti in cui, fino a ieri, avrebbe risolto tutto con una battuta e uno sguardo storto. La base di partenza è chiara: siamo nell’aprile del 1887, Enrico è entrato in Parlamento, la proposta di legge che riguarda Lidia è arrivata in commissione, e al centro della stagione c’è il processo a Grazia Fontana, amica carissima della protagonista, accusata di aver ucciso il marito violento. In mezzo, come sempre, ci sono anche Fourneau, Jacopo e quel modo tutto suo di vivere i sentimenti senza voler appartenere a nessuno.
La cosa che mi ha convinto di più è che la serie non prova a trasformarsi in qualcosa che non è. Resta un period drama con anima pop, resta accessibile, resta costruita per essere vista tutta d’un fiato, ma questa volta ha addosso un peso diverso. Il processo a Grazia non è solo il caso della stagione: è il punto in cui il discorso sulla violenza, sul potere maschile e sulla legittima difesa smette di stare sullo sfondo e arriva davanti agli occhi senza troppe protezioni. Ed è proprio lì che, secondo me, La legge di Lidia Poët 3 trova il suo lato migliore. Non cerca pose da serie “importante”, però riesce comunque a farti capire che quello che racconta non riguarda solo l’Ottocento.
Poi c’è Matilda De Angelis, e onestamente buona parte della riuscita di questa terza stagione passa da lei. Lidia continua a essere il fulcro della serie, ma in questa stagione mi è sembrata meno costruita intorno all’effetto simpatia e lasciata libera di essere anche scomoda, impulsiva, perfino irritante in certi passaggi. Ed è un bene. Perché il personaggio funziona proprio quando non cerca di piacere a tutti. Senza di lei, questa serie avrebbe molto meno carattere.
Non penso però che sia una stagione perfetta. Anzi, il suo limite secondo me è abbastanza chiaro: a volte mette sul tavolo troppi intrecci. Il caso giudiziario principale ha forza, i rapporti personali hanno ancora presa, il contesto politico alza la posta, ma non sempre questi elementi si incastrano con la stessa naturalezza. In certi episodi ho avuto la sensazione che la serie volesse correre in più direzioni contemporaneamente. Il risultato è che qualche passaggio perde un po’ di fluidità e l’ironia, che nelle stagioni precedenti serviva anche a dare ritmo, qui resta più trattenuta. Non è un difetto che rovina la visione, però si sente.
Sul fronte sentimentale, invece, la serie continua a piacermi e a farmi sbuffare nello stesso momento. Il triangolo emotivo tra Lidia, Fourneau e Jacopo ha ancora una sua utilità, perché racconta bene il rifiuto di Lidia di piegarsi all’idea tradizionale di coppia, però ogni tanto sembra trattenuto apposta per non chiudere mai del tutto il cerchio. Capisco la funzione narrativa, capisco anche il fascino dell’ambiguità, ma dopo tre stagioni un po’ di decisione in più non mi avrebbe fatto schifo. Anche tu, arrivato a questo punto, non hai voglia che qualcuno dica finalmente “basta, scegli”?
Quello che mi porto a casa, comunque, è una stagione finale che sa dove vuole andare. Non sempre ci arriva con la stessa eleganza, ma ci arriva. E questa, per una serie Netflix che chiude al terzo capitolo, non è una cosa così scontata. I sei episodi servono a salutare il personaggio senza svuotarlo. Io non arriverei a dire che questa stagione sia impeccabile, però sì: l’ho trovata solida, coinvolgente e più densa, con una protagonista che resta il motivo principale per premere play su Netflix.
Alla fine, la mia impressione è questa: La legge di Lidia Poët 3 funziona perché non prova a strafare con il tono, ma alza il peso emotivo e politico della storia. Perde qualcosa in brillantezza, guadagna qualcosa in spessore. Non è la stagione più leggera, forse non è nemmeno la più divertente, ma è quella che mi è sembrata più consapevole. E per una serie che deve salutare il pubblico, direi che basta e avanza. Se l’hai vista, sono curioso di sapere se anche tu hai avuto la sensazione che Lidia, stavolta, sia meno giocosa ma molto più incisiva.
La Recensione
La legge di Lidia Poët 3
Una stagione finale più seria e compatta nel messaggio che nel ritmo. Matilda De Angelis regge benissimo il peso della chiusura, il caso centrale ha forza e il discorso sulla violenza domestica lascia il segno. Qualche intreccio di troppo e meno ironia del solito la rendono un po’ meno scattante, ma resta una chiusura dignitosa e riuscita.
PRO
- Matilda De Angelis è ancora il centro vero della serie e regge quasi ogni scena.
- Il caso di Grazia Fontana dà alla stagione un peso emotivo più forte del solito.
CONTRO
- Ha meno ironia rispetto alle stagioni precedenti.


