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La nuova docuserie Netflix Brasile ’70: La terza stella racconta il mito di Pelé, ma forse dimentica quanto fosse forte il Brasile anche senza di lui

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
29 Maggio 2026
in Film & Serie TV, Serie Tv
Tempo di lettura 7 minuti
La nuova docuserie Netflix Brasile ’70 La terza stella racconta il mito di Pelé, ma forse dimentica quanto fosse forte il Brasile anche senza di lui

Brasile ’70: La terza stella arriva su Netflix con una missione enorme: raccontare la nazionale brasiliana che nel 1970 vinse il Mondiale in Messico, batté l’Italia in finale e diventò la prima squadra della storia a conquistare tre Coppe del Mondo. Una squadra talmente piena di talento che ancora oggi, appena si parla di “calcio spettacolo”, il pensiero va lì. A Pelé, certo. Ma anche a Jairzinho, Tostão, Rivelino, Gérson, Carlos Alberto e a un gruppo che sembrava giocare con una leggerezza quasi offensiva per gli avversari.

La serie Netflix sceglie una strada precisa: non è un documentario freddo, non è una raccolta di interviste e immagini d’archivio messe in fila con tono scolastico. È una miniserie drammatizzata, costruita come un racconto sportivo, umano e politico. Al centro ci sono la pressione, le paure, le tensioni nello spogliatoio, il peso di un Paese che pretendeva la vittoria e il ritorno di Pelé dopo il trauma del 1966.

E funziona, almeno nella sua parte più emotiva. Perché il Brasile del 1970 non era solo una squadra forte. Era un simbolo vivente, una specie di promessa fatta a milioni di persone: torneremo a essere quelli che incantano il mondo.

Però, proprio perché la materia è enorme, Brasile ’70: La terza stella lascia anche la sensazione di voler stringere tutto attorno a Pelé. Comprensibile, per carità. Pelé è Pelé. Il suo nome vende, emoziona, mette subito ordine nella leggenda. Ma il rischio è che il racconto diventi troppo comodo: il re ferito, il re che torna, il re che guida tutti verso la gloria.

Bello. Potente. Però non basta.

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La serie Netflix punta molto sul lato umano, e questa è la sua forza

Una delle cose più riuscite della miniserie è il modo in cui prova a far sentire il peso di quel Mondiale. Non siamo davanti alla solita celebrazione patinata del calcio antico, con i campioni trasformati in statue. Netflix prova a sporcare un po’ il racconto, mostrando uomini prima ancora che leggende.

Pelé non è solo il numero 10 che tutti aspettano. È un calciatore che arriva al 1970 con addosso la memoria del 1966, con le botte prese in Inghilterra, con i dubbi, con il corpo da proteggere e un’immagine enorme da reggere. Attorno a lui c’è un Brasile che non può permettersi una nuova figuraccia. Dopo aver dominato nel 1958 e nel 1962, l’uscita del 1966 aveva lasciato una ferita aperta.

La serie lavora proprio su questa ferita. Fa capire che il Mondiale in Messico non era una semplice competizione sportiva. Era una prova pubblica. Il Brasile doveva dimostrare di essere ancora il Brasile. Doveva tornare a vincere, sì, ma doveva farlo con stile, con bellezza, con quella superiorità tecnica che nel calcio brasiliano non è mai stata un dettaglio secondario.

Qui la miniserie trova il suo passo migliore. Quando racconta lo spogliatoio, le pressioni esterne, il cambio di guida tecnica, la figura di João Saldanha e poi quella di Zagallo, il racconto diventa interessante anche per chi conosce già il finale. Perché tutti sappiamo come va a finire. Il punto è capire quanto fosse complicato arrivarci.

Pelé è il centro emotivo, ma il Brasile non era solo Pelé

Il problema, però, nasce quando il mito di Pelé rischia di mangiarsi tutto il resto. E non perché Pelé non meriti spazio. Anzi. Sarebbe assurdo raccontare il Brasile del 1970 lasciandolo ai margini. Il fatto è che quella nazionale fu grande proprio perché Pelé non doveva fare tutto da solo.

Aveva accanto una squadra vera. Non un gruppo di comparse messe lì per ricevere la luce del re. Jairzinho segnò in ogni partita di quel Mondiale. Tostão era un attaccante moderno prima ancora che la parola “moderno” diventasse una scusa per spiegare qualsiasi cosa. Rivelino aveva un sinistro feroce e una personalità tecnica fuori scala. Gérson dava ordine e pulizia al gioco. Carlos Alberto era il capitano perfetto, elegante e dominante, con quella corsa nella finale contro l’Italia che sembra ancora oggi una scena scritta troppo bene per essere vera.

Il Brasile del 1970 era più squadra rispetto ad altre versioni precedenti. Aveva equilibrio, occupava meglio il campo, sapeva palleggiare ma anche accelerare. Era pieno di campioni, ma non viveva solo di fiammate individuali. Ed è proprio questa la parte che una serie del genere dovrebbe far respirare ancora di più: la grandezza collettiva.

Perché Pelé nel 1970 fu immenso anche perché aveva attorno calciatori capaci di capirlo al volo. Non doveva inventare ogni cosa da zero. Poteva cucire il gioco, rifinire, attirare gli avversari e liberare gli altri. Poteva essere geniale senza trasformarsi in salvatore unico.

Il 1962 racconta una verità scomoda: il Brasile sapeva vincere anche senza Pelé

C’è poi un dettaglio storico che spesso viene trattato troppo velocemente. Nel 1962, in Cile, Pelé si fece male presto e il Brasile vinse comunque il Mondiale. Non con Pelé protagonista fino alla fine, ma con un gruppo talmente forte da assorbire perfino l’assenza del suo giocatore più famoso.

Al suo posto entrò Amarildo, e Amarildo non fece tappezzeria. Segnò, giocò con personalità, rispose presente nel momento più delicato. Accanto a lui c’era Garrincha, che in quel torneo fu devastante, quasi irreale per superiorità tecnica e istinto calcistico.

Questo non diminuisce Pelé. Semmai aumenta il valore del Brasile. Perché una nazionale capace di vincere un Mondiale senza il suo simbolo principale non è una squadra normale. È una macchina di talento, cultura calcistica e soluzioni.

Ecco perché, quando si racconta il 1970 solo come il ritorno del re, si perde un pezzo. Il Brasile non era una squadra che aspettava Pelé per esistere. Era un movimento calcistico enorme, una generazione lunghissima di fenomeni, una nazionale che negli anni aveva costruito una propria idea di calcio.

Il 1966 non fu solo la storia di Pelé picchiato

Anche il Mondiale del 1966 merita una lettura meno semplice. La memoria collettiva ricorda soprattutto Pelé massacrato dagli interventi avversari, e in particolare la partita contro il Portogallo. Il nome da ricordare, in quel caso, è João Morais, uno dei giocatori portoghesi rimasti associati a quella gara durissima.

Ma anche qui bisogna stare attenti. Ridurre tutto a “il Brasile perse perché picchiarono Pelé” è una scorciatoia. Il Portogallo del 1966 era fortissimo. Aveva Eusébio, uno dei più grandi attaccanti mai visti, e una squadra fisica, organizzata, piena di fiducia. Non era una comparsa cattiva nella storia del Brasile. Era una nazionale seria, probabilmente più pronta di quel Brasile in quel momento.

Il Brasile, invece, sembrava meno compatto, meno fluido, più confuso. Aveva ancora nomi enormi, ma non la stessa armonia del 1970. Per questo la rinascita in Messico non fu solo una vendetta sportiva. Fu anche una ricostruzione. Una squadra che dopo la botta del 1966 riuscì a trovare un’identità più chiara, più forte, più corale.

La finale con l’Italia resta il manifesto di una squadra intera

La serie Netflix, quando arriva al mito del 1970, gioca con materiale potentissimo. La finale contro l’Italia è ancora oggi una delle partite più citate della storia dei Mondiali. L’Italia arrivava dalla semifinale epica contro la Germania Ovest, il famoso 4-3, una partita che aveva consumato energie fisiche e mentali. Il Brasile, invece, sembrava avere una marcia diversa.

Il 4-1 finale non racconta solo un risultato. Racconta una distanza. Tecnica, atletica, mentale. Il gol di Carlos Alberto, nato da un’azione collettiva meravigliosa, è diventato l’immagine definitiva di quella nazionale perché dentro c’è tutto: pazienza, qualità, fiducia, movimento, altruismo. Pelé appoggia il pallone con una naturalezza quasi crudele, Carlos Alberto arriva lanciato e calcia come se quel gol fosse già scritto.

È il momento in cui il mito diventa immagine. E Netflix lo sa bene. Infatti la miniserie lavora molto su quella sensazione di destino, sul Brasile che sembra dover arrivare lì, su quella terza stella che non è solo una coppa in più, ma una consacrazione definitiva.

La terza stella brilla di più se non cancelliamo le ombre

Il pregio di Brasile ’70: La terza stella è che riporta al centro una storia calcistica che merita sempre di essere raccontata, soprattutto a chi magari conosce Pelé solo come nome enorme e non ha mai approfondito cosa fosse davvero quel Brasile. La serie ha ritmo, ha ambizione, ha volti riconoscibili e prova a tenere insieme calcio, politica, spogliatoio e leggenda.

Il limite è che, per rendere tutto più immediato, rischia a tratti di piegare la storia verso una lettura troppo lineare. Pelé ferito nel 1966, Pelé che torna, Pelé che guida il Brasile alla terza Coppa. È un racconto che funziona benissimo sul piano emotivo, ma il calcio raramente è così semplice.

La verità è più bella. Il Brasile del 1970 fu grande perché Pelé era grande, certo. Ma anche perché attorno a lui c’era una squadra clamorosa. Fu grande perché veniva da una tradizione vincente. Fu grande perché aveva imparato dagli errori del 1966. Fu grande perché non dipendeva da una sola giocata, ma da un’idea collettiva di calcio.

E forse è questo che rende quella nazionale ancora più affascinante. Non il fatto che avesse un re. Ma il fatto che quel re giocasse dentro una squadra che sembrava fatta apposta per trasformare il talento in bellezza.

Brasile ’70: La terza stella merita di essere vista, soprattutto se ami il calcio raccontato con respiro epico e un po’ di nostalgia. Però vale la pena guardarla con spirito critico, senza lasciarsi portare via solo dalla celebrazione. Perché il mito di Pelé è enorme, ma il Brasile del 1970 era qualcosa di ancora più raro: una squadra piena di campioni che, per un mese, riuscì a sembrare una sola cosa.

Tu hai visto Brasile ’70: La terza stella su Netflix? Secondo te racconta bene quella nazionale o mette troppo Pelé al centro? Scrivilo nei commenti.

Tags: DocumentarioNetflix
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Siamo la redazione del magazine Wonder Channel, stacanovisti per passione. Siamo gli editori del magazine.

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