Bandi è una serie che parte con un’idea forte e con un contesto che si vede raramente in una produzione Netflix di questo tipo. Siamo in Martinica, al centro c’è la famiglia Lafleur, e tutto comincia con la morte improvvisa della madre Marilyn, figura centrale di una casa piena di figli, regole e tensioni tenute insieme a fatica. Da quel momento i fratelli devono trovare un modo per restare uniti, evitare che i più piccoli vengano portati via e, soprattutto, non farsi divorare da un ambiente dove il traffico di droga sembra l’unica scorciatoia a portata di mano. La serie è uscita su Netflix il 9 aprile 2026, dura 8 episodi ed è creata da Éric Rochant e Capucine Rochant.
La prima cosa che mi ha colpito è che Bandi ha ambizione. Si vede subito. Non è una serie povera di idee. Anzi. Vuole raccontare un territorio preciso, usare volti nuovi, lavorare con una troupe molto legata al luogo in cui è ambientata e provare a costruire un dramma familiare che si intreccia con il racconto criminale. Sulla carta funziona benissimo. E in diversi momenti funziona anche sullo schermo, perché la famiglia Lafleur ha una presenza forte, il dolore per la morte della madre pesa davvero e il senso di precarietà resta chiaro fin dall’inizio. Il problema è che, per me, Bandi non riesce sempre a trasformare questa ambizione in una serie davvero compatta.
Il lato migliore della serie è proprio la famiglia. I fratelli Lafleur non sono buttati sullo schermo come comparse intercambiabili. Ognuno ha un carattere, un ruolo, una piccola traiettoria. Kylian è il più interessante da osservare perché vive una doppia identità: da una parte ragazzo di casa, dall’altra figura già dentro il traffico di droga con il nome di Milord. Kingsley, invece, ha un’energia diversa, più istintiva, più da ragazzo che pensa di potersela cavare con una buona idea e un po’ di faccia tosta. Attorno a loro si muovono sorelle e fratelli che, anche quando restano più sullo sfondo, danno alla serie un senso di famiglia vera, non di semplice gruppo di personaggi messi vicini. Ed è probabilmente questo che salva Bandi quando la trama criminale si fa più convenzionale.
Perché sì, il limite più evidente è proprio quello. A un certo punto Bandi sembra molto più interessata a diventare una serie sul traffico di droga che a restare un dramma familiare. E lì, secondo me, perde qualcosa. Non perché la parte criminale sia inutile, ma perché è la zona meno originale. Ci sono riunioni, ricatti, uomini di potere, traffici, escalation di violenza. Funziona, ma spesso dà l’impressione di muoversi su un terreno già visto tante volte. In quei momenti la serie smette di avere il volto specifico che si era costruita all’inizio e assomiglia di più a una lezione standard su come il crimine entra in una famiglia fragile. Non è un disastro, ma è un peccato.
Anche il ritmo non mi ha convinto del tutto. Gli episodi durano circa un’ora, ma non sempre hanno la densità per giustificare questa durata. Alcune scene si prendono il loro tempo in modo utile, altre invece sembrano solo allungate. E questo pesa soprattutto nei momenti in cui ci si aspetterebbe una maggiore tensione. Gli inseguimenti, le fughe, gli scontri, perfino certe scelte drastiche dei personaggi arrivano senza quella spinta che dovrebbe farti sentire il pericolo addosso. È come se la serie avesse davanti un mondo ricco, con colori, musica, strade, corpi e conflitti pronti a esplodere, ma poi scegliesse un montaggio e un passo più lenti del necessario.
C’è poi un discorso delicato sugli interpreti. Mi sembra giusto dirlo con equilibrio: il fatto che la serie punti su tanti volti nuovi è una scelta che rispetto molto. Però, soprattutto all’inizio, l’inesperienza si sente. Alcuni dialoghi sembrano recitati con una rigidità che rende il primo episodio meno naturale di quanto dovrebbe essere. Più avanti le cose migliorano, specialmente quando la serie si concentra meglio sul confronto tra Kylian e Kingsley, ma il problema non sparisce del tutto. Non rovina la visione, ma si nota. E in una serie così corale, dove il peso emotivo dovrebbe passare spesso dai volti e dai silenzi, si nota ancora di più.
Detto questo, non mi sento di bocciare Bandi in modo secco. Perché dentro la serie c’è un progetto serio, un’attenzione concreta al territorio e anche una certa voglia di evitare il semplice voyeurismo sul degrado. Quando si concentra sui Lafleur, sulle loro fratture, sul tentativo disperato di non farsi smontare pezzo per pezzo dalla realtà che li circonda, Bandi trova una sua voce. Non sempre forte come potrebbe, ma presente. Quando invece si lascia prendere troppo dai cliché del racconto criminale, perde precisione e diventa più normale di quanto sembrasse promettere.
Alla fine, per me, Bandi è una serie che merita di essere guardata più per quello che prova a fare che per il risultato pieno che ottiene. Ha coraggio, un’ambientazione rara, personaggi che a tratti funzionano molto bene e un cuore familiare che resta il suo elemento migliore. Però ha anche lentezze, interpretazioni irregolari e una parte crime che ogni tanto divora proprio ciò che la rendeva più speciale. Tu la guarderesti più per il contesto e la famiglia Lafleur o sei già stanco delle storie in cui, prima o poi, finisce sempre tutto nel traffico di droga?
La Recensione
Bandi
Per me Bandi è una serie interessante nelle intenzioni e a tratti anche coinvolgente, soprattutto quando resta vicina alla famiglia Lafleur e al dolore che tiene insieme i personaggi. Il problema è che si affida troppo a un racconto criminale già visto e non sempre riesce a sostenere il peso delle sue ambizioni.
PRO
- Ambientazione in Martinica rara da vedere in una serie Netflix
- La famiglia Lafleur ha un buon peso drammatico
CONTRO
- Il ritmo è spesso troppo lento
- La parte sul traffico di droga sa di già visto


