Alejandro G. Iñárritu ci è ricascato. Spesso accusato di essere un po’ troppo innamorato di se stesso e delle sue elucubrazioni filosofiche, questa volta ha deciso di prendere le critiche e… farne un film di 129 minuti. Con Digger, il regista messicano cerca di fondere le ansie da palcoscenico e il flusso di coscienza di Birdman con le riflessioni socio-politiche e oniriche di Bardo. Il risultato? Un pasticcio metanarrativo che finisce per soffocare sotto il peso della sua stessa immensa (e un filo arrogante) ambizione.
All’inizio, il film si maschera da catastrofico eco-thriller. Tom Cruise interpreta Digger Rockwell, un petroliere texano oscenamente ricco e negazionista che vive isolato in una villa sfarzosa, coccolando un gatto bianco malaticcio, mentre ignora bellamente un disastro apocalittico in corso su una sua piattaforma artica. L’incidente provoca il distacco di un ghiacciaio che minaccia l’Europa con tsunami devastanti. Entrano in scena scienziati disperati (Riz Ahmed) e persino il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman). Tutto molto apocalittico, finché Digger e il Presidente non si ritirano a discutere in una stanza verde piena di animali impagliati. All’improvviso Digger balbetta, si blocca. Ha dimenticato la battuta.
Sorpresa! Non stiamo guardando la fine del mondo, ma le prove tese e nevrotiche di un’opera teatrale intitolata Fossil Fuels. Tom Cruise non è Digger, ma Curtis Markson, un attore che interpreta Digger.
L’idea di base è chiara: Iñárritu vuole palesemente prendere in giro le satire contemporanee alla Don’t Look Up, quelle opere didascaliche che ci sbattono in faccia i mali del capitalismo e dell’inquinamento gridandoli ai quattro venti. Il paradosso, e il problema principale del film, è che per fare questa critica Iñárritu ci costringe a guardare esattamente le lunghissime prove di uno spettacolo teatrale brutto, non divertente e fastidiosamente moralista. È un po’ come se qualcuno vi tenesse bloccati in una stanza a sentire musica stonata solo per dimostrarvi filosoficamente quanto sia brutta la musica stonata. Gli attori passano il tempo a urlarsi addosso battute ovvie in un’ambientazione grigia, mentre le urla del palcoscenico strabordano anche nelle scene dietro le quinte.
A salvare la baracca dal disastro totale c’è un Tom Cruise in stato di grazia. Vederlo cimentarsi in un ruolo così stratificato è una gioia per gli occhi. Mette in scena le insicurezze di un attore che deve interpretare un uomo moralmente corrotto, saltando dentro e fuori dal suo accento texano con una fluidità pazzesca. Per chi se lo ricorda in Magnolia, qui ritroverete la stessa intensità nevrotica. Anche Riz Ahmed riesce a trovare ottimi tempi comici, sintonizzandosi su una frequenza che l’intero film avrebbe dovuto disperatamente mantenere. Peccato invece per comprimari di lusso come Sandra Hüller (la sorellastra di Digger), Jesse Plemons (lo strambo produttore) e Michael Stuhlbarg, che risultano letteralmente inghiottiti da scenografie enormi e dal baccano generale.
La Recensione
Digger
Digger è un colossale esercizio di stile, visivamente impeccabile ma narrativamente vuoto. Un'opera che vorrebbe essere una caustica riflessione sul mondo dello spettacolo e sui limiti della satira politica odierna, ma che si trasforma presto in un film autoreferenziale e supponente. Manca del tutto di quell'anima vulnerabile e profondamente umana che serviva a elevare la premessa (come fece Charlie Kaufman con Synecdoche, New York); qui rimane solo un palcoscenico freddo in cui il regista si applaude da solo.
PRO
- Tom Cruise regala una performance drammatica e magnetica nei panni di un attore nevrotico e pieno di insicurezze
- Le maestose scenografie mobili e i fondali dipinti a mano offrono uno spettacolo visivo impressionante e affascinante
- Riz Ahmed porta l'unica vera ventata di leggerezza comica in una pellicola altrimenti molto cupa e pesante
CONTRO
- L'idea di mostrare uno spettacolo teatrale volutamente noioso per due ore si trasforma presto in una tortura per lo spettatore
- I continui litigi urlati sul palco e la colonna sonora inutilmente assordante rischiano di farvi uscire dalla sala con il mal di testa


