Arriva su Netflix Duse, il film di Pietro Marcello che racconta gli ultimi anni di Eleonora Duse, leggendaria attrice teatrale italiana tra la fine della Prima Guerra Mondiale e l’ascesa del fascismo. Un biopic che sfugge alle convenzioni del genere, rifiutando di offrire risposte facili e scegliendo invece la strada della suggestione, del frammento, del mito che emerge dalla nebbia del tempo. Il risultato è un’opera affascinante ma ostica, capace di coinvolgere profondamente chi accetta il suo linguaggio frammentario, ma frustrante per chi cerca una narrazione più lineare.
Valeria Bruni Tedeschi interpreta Eleonora Duse con una performance febbrile e luminosa, fragile eppure potente. La sua “Divina” – come veniva chiamata all’apice della fama – è una donna instabile, soggetta a depressione profonda, capace di passare dalla prostrazione totale a una vitalità sfidante nel giro di pochi istanti. È un personaggio che vive attraverso l’arte, e quando l’arte vacilla, vacilla anche lei.
La storia si concentra sul ritorno di Duse al teatro dopo oltre un decennio di ritiro, spinta dalla necessità economica dopo aver perso tutto il denaro nel crollo della Banca di Berlino. È un grande evento culturale quando forma una nuova compagnia teatrale a Venezia per interpretare Ellida ne “La donna del mare” di Ibsen. Ma la sua rivale francese Sarah Bernhardt (interpretata con ironica arroganza da Noémie Lvovsky in una breve ma divertente apparizione) non risparmia critiche taglienti: è il solito vecchio teatro italiano del periodo prebellico, fuori tempo, incapace di dialogare con i cambiamenti che attraversano il paese.
Quella critica colpisce nel segno. Duse diventa ossessionata dall’idea di abbracciare la modernità, di rispondere direttamente alle trasformazioni dell’Italia. Commissiona una nuova opera a un giovane drammaturgo di finzione, Giacomo Rossetti Dubois (Edoardo Sorgente), che lei chiama affettuosamente Giacomino. Ma il pezzo – intriso di mitologia greca come risposta al lutto collettivo della nazione – non convince né gli attori né il pubblico, che fischia e reclama i classici.
Duse demolisce senza pietà Giacomino, definendolo un senza talento, e torna a ciò che conosce meglio. Riprende i contatti con il suo ex amante, il poeta e drammaturgo nazionalista Gabriele D’Annunzio (Fausto Russo Alesi), che le dice apertamente che il fallimento l’ha riportata da lui. Insieme mettono in scena “La città morta”, tragedia del 1899, e la compagnia parte in tournée verso Roma, dove nelle piazze marciano le camicie nere.
Ma la salute di Duse peggiora sempre più. Un medico non le prescrive medicine ma assoluto riposo, ma lei si rifiuta di morire indebitata. Il lavoro è tutto ciò che le resta, dice: “È il mio veleno e il mio ossigeno. È la mia cura.” Verso la fine del film dichiara che le uniche cose che desidera con passione sono “vivere, lavorare, morire”. Bruni Tedeschi cattura perfettamente quel vortice: la malattia polmonare che la confina a letto un minuto e gli impulsi artistici che la rianimano con spirito ribelle il minuto successivo.
Pietro Marcello, forte della sua esperienza documentaristica, integra alla perfezione filmati d’archivio che mostrano folle, manifestazioni e cortei funebri. Una delle scelte più toccanti è l’uso di immagini sgranate del treno che nel 1921 trasportò il Milite Ignoto a Roma, con la bara avvolta in bandiere e fiori patriottici, per essere custodito nell’Altare della Patria con la fiamma eterna presso il monumento a Vittorio Emanuele II.
Quel massiccio monumento neoclassico è testimone dei tanti caduti senza nome. Ma nell’arco temporale di Duse diventa più facilmente associato a Mussolini (Vincenzo Pirrotta), la cui offerta di cancellare i debiti dell’attrice e darle una pensione di stato è una trappola per la sua ingenuità politica.
D’Annunzio la deride per la sua convinzione illusoria che il Duce finanzierà il suo progetto di un teatro non per l’élite culturale e intellettuale benestante, ma per le vedove, gli orfani e i reduci della Grande Guerra. Le dice che è “finita nella rete delle farfalle”, ma è proprio lui ad essere molto più invischiato.
Se Duse è principalmente il ritratto di un’artista volubile, vuole anche essere un tributo al teatro, ma stranamente mancano le scene che davvero mostrano l’arte. Molti dei momenti migliori del film non riguardano i progetti teatrali di Duse, ma le sue relazioni personali spesso tese. La più spinosa è quella con la figlia Enrichetta (Noémie Merlant), ancora risentita per l’assenza della madre durante quasi tutta la sua infanzia e fortemente contraria al suo ritorno sulle scene.
In una scena esilarante all’inizio, Duse ha una crisi e fa scortare fuori dal teatro una Enrichetta furiosa insieme ai suoi figli durante la prima de “La donna del mare”: “Non posso essere Ellida davanti a lei.” Il film avrebbe potuto sfruttare di più il triangolo rancoroso formato da Enrichetta, sua madre e Desiree (Fanni Wrochna), l’assistente austriaca devotamente monastica e territoriale di Duse.
Detto questo, la Bruni Tedeschi è bravissima in questo film. Vestita dalla costumista Ursula Patzak con abiti notevoli per la loro semplicità sobria ma spesso nascosti sotto l’abbigliamento più regale di un mantello di velluto con colletto alto e un appariscente cappello piumato, rimane una creazione teatrale fino al suo ultimo respiro.
Il problema è che Duse è un film che non cerca di piacere a tutti. Marcello sceglie la strada della frammentazione poetica, del biopic impressionista piuttosto che cronologico. Chi ama il cinema d’autore che lascia spazio all’interpretazione personale troverà qui un’opera ricca e stratificata. Chi cerca un racconto biografico tradizionale, con date, eventi e spiegazioni chiare, rimarrà probabilmente disorientato.
Voto: 7/10 – Un ritratto intenso e non convenzionale che sfida lo spettatore.
La Recensione
Duse
Duse è il film di Pietro Marcello che racconta gli ultimi anni della leggendaria attrice teatrale italiana Eleonora Duse, interpretata da una straordinaria Valeria Bruni Tedeschi. Ambientato tra la Prima Guerra Mondiale e l'ascesa del fascismo, il film sceglie un approccio frammentario e poetico invece di una narrazione tradizionale, mescolando filmati d'archivio e ricostruzione storica per creare un ritratto impressionista. Il risultato è un'opera coraggiosa e stratificata che affascina per la sua bellezza visiva e per la performance della protagonista, ma che rischia di alienare chi cerca un biopic classico. Un film che si apprezza per quello che osa, anche quando le sue scelte narrative lasciano qualcosa di incompiuto.
PRO
- Valeria Bruni Tedeschi è straordinaria
- La regia di Pietro Marcello è poetica e originale
- Un ritratto storico dell'Italia in trasformazione
CONTRO
- La narrazione è frammentaria e poco lineare



Noia mortale. Cast improponibile ( Bruno Guerri?). Recitato malissimo da tutti , la Bruni Tedeschi e` , per me, brava, di mestiere, niente di piu`.