Ci sono film che ti prendono non per i fuochi d’artificio, ma per la dignità semplice di chi lotta senza urlare. “La vita va così” appartiene a questa famiglia. Non è un film perfetto, e lo dico subito, ma è uno di quei racconti che ti fanno pensare: queste storie vanno celebrate. Per me è un 7 pieno, di quelli che ti restano addosso per il personaggio, l’aria di Sardegna e quel sentimento ostinato che sa di resistenza.
Siamo nel sud della Sardegna, tra muretti a secco, macchia mediterranea e un mare che taglia il respiro. Efisio Mulas, pastore anziano e testardo, è l’unico che dice no al progetto di un resort di lusso. Tutti gli altri spingono per vendere: lavoro, sviluppo, soldi. Lui, invece, difende la sua casa, le sue vacche, il suo pezzo di costa. Non per ideologia: per appartenenza. La storia è ispirata a fatti reali e si sente; ha quel passo da cronaca diventata memoria, con i compromessi piccoli di un paese e le pressioni grandi di chi ha fretta di costruire.
Un volto che buca lo schermo
Il segreto del film ha nome e cognome: Giuseppe Ignazio Loi. Non attore, pastore vero, porta in scena un’umanità disarmante. Non fa l’eroe, fa Efisio: asciutto, ironico a modo suo, radicato. Accanto a lui, Virginia Raffaele dà alla figlia una luminosità dolce-amara, Diego Abatantuono veste l’imprenditore con carisma e misura, Aldo Baglio tratteggia un capocantiere meno macchietta del previsto e Geppi Cucciari affila la lama quando serve. Il risultato è un ensemble credibile, capace di scaldare anche quando la sceneggiatura si allunga.
Riccardo Milani sa raccontare le piccole comunità e qui lo conferma: il paesaggio non è cartolina, è personaggio. La messa in scena è pulita, l’umorismo arriva in puntura, la Sardegna è bella ma non addomesticata. Il limite? I tempi narrativi. La prima parte insiste un po’ troppo sul “tutto immobile” del luogo, alcune situazioni girano su se stesse e ti chiedono un filo di pazienza. Quando però la storia stringe sull’uomo contro il sistema, il film ritrova ritmo e il messaggio arriva chiaro.
Quello che mi ha convinto davvero è la verità di fondo. Il film non demonizza il futuro, chiede però rispetto per un equilibrio fragile: territorio, identità, lavoro. Le offerte salgono, le amicizie scricchiolano, la comunità si divide. E tu, spettatore, capisci che non è solo la battaglia di un pastore, è la domanda che poniamo a tutti i luoghi belli: “Quanto costa il progresso, e chi paga il conto?”. In un’Italia spesso frettolosa, fermarsi a guardare un uomo che dice no con in tasca solo coerenza ha valore.
Perché è un 7 e non di più
Perché il film è onesto, tocca corde vere e ha un protagonista memorabile, ma inciampa nella gestione dei tempi. Avrei voluto qualche snodo più secco, meno ripetizioni, più spazio alla relazione padre-figlia e alle conseguenze sociali del rifiuto. Detto questo, esco dalla sala pensando che milioni non comprano le radici. E oggi non è poco.
Adesso tocca a te: sei d’accordo con il 7? Hai vissuto storie simili nella tua zona? Raccontamelo nei commenti: voglio leggere il tuo punto di vista.
La Recensione
La vita va così
Film civile dal cuore grande: interpretazioni convincenti (su tutte Ignazio Loi), paesaggi raccontati con rispetto, tema attuale. Qualche lentezza nella prima metà e qualche scena ripetuta, ma il racconto di una resistenza necessaria arriva limpido. Voto personale: 7/10.
PRO
- Ignazio Loi: autenticità rara e presenza magnetica.
- Storia vera che parla all’oggi con semplicità.
- Sardegna raccontata con dignità e misura, non da depliant.
CONTRO
- Ritmo lento nella prima parte.
- Alcune situazioni reiterate che allungano la durata.

