Mis muertos tristes è una serie horror strana, lenta e spesso malinconica. Non prova a spaventarti con una porta che sbatte ogni cinque minuti e non sembra interessata a costruire il classico mistero in cui bisogna capire chi sia il fantasma cattivo. Qui i morti ci sono, si vedono e si sentono. Il problema è che continuano a occupare spazio nella vita di chi è rimasto.
È proprio questo che mi è piaciuto.
La miniserie di Pablo Larraín, disponibile su Netflix in quattro episodi, parte da Ema, una dottoressa appena andata in pensione che vede e sente i morti fin da quando era bambina. Dopo la morte della madre, la situazione diventa ancora più pesante, perché Ema non può vivere il lutto come farebbe chiunque altro.
Sua madre è morta.
Eppure continua a essere lì.
Può apparire in casa, parlare con lei, far parte delle sue giornate.
Sembra quasi un privilegio, se ci pensiamo per pochi secondi. Chi non vorrebbe rivedere una persona cara dopo averla persa?
La serie però mostra subito il lato meno romantico della faccenda.
Come fai a salutare qualcuno se quella persona non se ne va mai?
Come accetti una morte se continui ad avere davanti il morto?
È una domanda semplice, ma Mis muertos tristes ci costruisce sopra quasi tutto il proprio peso emotivo.
Mercedes Morán è molto brava proprio perché interpreta Ema senza trasformarla nella classica protagonista terrorizzata.
Ema non urla ogni volta che vede un morto.
Non scappa.
Non passa il tempo a chiedersi se stia diventando pazza.
È stanca.
Ha vissuto con quella capacità per così tanto tempo che vedere un fantasma può quasi diventare parte della giornata.
Ed è proprio questa normalità a mettere più a disagio.
Poi arriva Julie, sua nipote.
Anche lei può entrare in contatto con i morti, ma il suo rapporto con loro è completamente diverso.
Ema ha imparato a conviverci.
Julie invece si avvicina a quel mondo in maniera molto più intensa, quasi pericolosa.
La sua famiglia interpreta il comportamento come un problema psichiatrico e cerca di intervenire attraverso cure e ricovero. Ema, però, capisce che dietro quello che sta succedendo alla ragazza c’è qualcosa che gli altri non riescono a vedere.
Il rapporto tra le due è probabilmente la parte che funziona meglio.
Non perché siano sempre d’accordo.
Anzi.
Ema guarda Julie e riconosce qualcosa che conosce benissimo, ma vede anche una ragazza che potrebbe finire travolta da quella stessa capacità.
La serie parte quindi da una storia molto privata e poi allarga lentamente lo sguardo.
Nel quartiere di Piedrabuena vengono uccisi tre adolescenti e, da quel momento, la presenza dei morti comincia a diventare qualcosa che riguarda molte più persone. Netflix presenta proprio questo evento come il momento in cui l’equilibrio tra vivi e morti si rompe.
I fantasmi smettono così di appartenere soltanto alla famiglia di Ema.
Diventano anche il ricordo di violenza, abbandono e persone che una comunità preferirebbe dimenticare.
Larraín lo ha spiegato in modo molto chiaro parlando della serie: il vero terrore, per lui, si trova nella quotidianità, dentro una città segnata da povertà, violenza e persone lasciate indietro.
Ed è questo che distingue Mis muertos tristes da molti horror Netflix.
I fantasmi fanno paura, certo.
Ma fanno soprattutto tristezza.
Sono persone che continuano a occupare uno spazio perché qualcosa è rimasto aperto.
Una morte.
Un torto.
Un ricordo.
Una colpa.
Una famiglia che non riesce a lasciar andare qualcuno.
Il titolo, in questo senso, è perfetto.
Sono morti tristi.
Non mostri.
E Stephen King probabilmente ha apprezzato proprio questo tipo di idea. Lo scrittore ha consigliato la serie sui social e ha sottolineato soprattutto la premessa legata alla capacità di vedere i morti e al modo in cui questa finisce per diffondersi.
Non vuol dire però che la serie sia facile da consigliare a chiunque.
Va molto piano.
Ci sono lunghi silenzi.
Molti dialoghi vengono lasciati respirare.
Alcune scene sembrano non portare immediatamente da nessuna parte.
E chi cerca paura continua, apparizioni improvvise o grandi rivelazioni potrebbe iniziare a guardare l’orologio.
Io stesso, in alcuni momenti, ho sentito che la serie stava tirando troppo una scena.
Il ritmo lento funziona bene con il tono malinconico, ma quattro episodi da circa cinquanta minuti possono comunque sembrare più lunghi se non si entra subito nell’atmosfera. Netflix indica durate comprese tra 47 e 56 minuti.
Poi c’è la stranezza.
Julie porta la storia in direzioni sempre più bizzarre e alcune idee non vengono spiegate nel modo più comodo possibile.
Larraín non ti prende per mano.
Ti lascia spesso con qualcosa di strano davanti e ti chiede semplicemente di accettarlo.
A volte funziona molto bene.
Altre volte sembra quasi che la serie voglia essere oscura a tutti i costi.
Però preferisco questo rischio a un’altra serie horror costruita con la solita formula.
Mis muertos tristes ha un’identità precisa.
È triste.
È sporca.
È silenziosa.
E tratta i fantasmi quasi come una conseguenza della vita, non come l’attrazione principale di un luna park.
Voi avete già visto Mis muertos tristes su Netflix? Vi ha conquistato questo horror così lento e malinconico oppure vi aspettavate qualcosa di più spaventoso dopo il consiglio di Stephen King? Scrivetecelo nei commenti.
La Recensione
Mis muertos tristes
Mis muertos tristes mi è piaciuta soprattutto perché usa l’horror per parlare di lutto, memoria e persone che non riusciamo a lasciare andare. Mercedes Morán regge benissimo la serie e il rapporto tra Ema e Julie è molto più interessante dei fantasmi stessi. Il ritmo lento può pesare, e alcuni passaggi diventano fin troppo strani, ma almeno non sembra l’ennesimo horror Netflix costruito con lo stampino.
PRO
- Mercedes Morán è ottima nei panni di Ema e rende credibile una donna che ormai considera quasi normale vedere i morti.
- Il rapporto tra Ema e Julie aggiunge una parte familiare molto forte alla storia.
- I fantasmi non servono soltanto a fare paura, ma rappresentano lutti, ricordi e ferite mai chiuse.
CONTRO
- Il ritmo è molto lento e in alcuni momenti rischia di mettere alla prova la pazienza.
- Ci sono pochissimi spaventi improvvisi.


