One Mile: Chapter Two riparte esattamente da ciò che il primo film aveva lasciato aperto, ma invece di alzare la posta finisce spesso per ripetere la stessa formula con meno tensione e meno idee. Ryan Phillippe torna nei panni di Danny Beckett, ex membro delle forze speciali costretto a rimettere piede sull’isola dove aveva già rischiato la vita, perché la comunità violenta che aveva affrontato ha deciso di vendicarsi rapendo sua figlia Alex.
Sulla carta sarebbe il seguito perfetto per trasformare il primo capitolo in qualcosa di più grosso.
Nella pratica, invece, ho avuto spesso la sensazione che il film stesse cercando di spremere un’altra ora e mezza da una storia che aveva già detto quasi tutto quello che aveva da dire.
Il problema principale è che la tensione non cresce
Il primo One Mile aveva almeno un vantaggio evidente: la scoperta.
Danny entrava in un ambiente ostile, cercava di capire chi fossero quelle persone e fino a dove fossero disposte a spingersi. C’era una certa tensione da survival thriller che permetteva al film di restare in piedi anche quando la sceneggiatura iniziava a usare scorciatoie.
In Chapter Two quella sorpresa non c’è più.
Sappiamo già chi sono i nemici.
Sappiamo già quanto sono pericolosi.
Sappiamo già che Danny possiede competenze militari che lo rendono molto più difficile da eliminare rispetto alla persona media.
Il film avrebbe quindi bisogno di cambiare completamente marcia.
Invece Danny torna sull’isola e parte un nuovo gioco del gatto col topo.
Il problema è che quel gatto e quel topo li avevamo già visti correre.
Ryan Phillippe continua a funzionare meglio del film attorno a lui
Ryan Phillippe resta probabilmente l’elemento migliore del progetto.
Non prova a trasformare Danny in una caricatura da action anni Ottanta. È stanco, preoccupato, spesso arrabbiato e abbastanza credibile come padre disposto a fare qualsiasi cosa pur di salvare sua figlia.
Il personaggio funziona soprattutto nei momenti nei quali il film gli permette di essere una persona e non semplicemente un ex militare con un passato convenientemente utile.
Anche il rapporto con Alex, interpretata da Amélie Hoeferle, dovrebbe essere la componente emotiva principale.
Ed effettivamente qualche momento funziona.
Il problema è che la sceneggiatura utilizza troppo spesso il legame padre-figlia come soluzione automatica: Danny deve andare avanti perché deve salvarla, Alex deve resistere perché suo padre arriverà.
Capito il meccanismo, il film continua a premere lo stesso pulsante.
A un certo punto viene quasi voglia di chiedergli se ne abbia un altro.
La storia pretende parecchia generosità dallo spettatore
La parte che mi ha convinto meno riguarda però la logica generale.
Dopo gli eventi del primo film, mi sarei aspettato conseguenze molto più importanti.
Parliamo di una comunità violenta, rapimenti, morti e una situazione che dovrebbe inevitabilmente attirare l’attenzione delle autorità.
Invece Chapter Two riparte quasi come se quell’isola fosse rimasta tranquillamente fuori dal radar di chiunque.
Ed è difficile non farci caso.
La vendetta contro Danny è una motivazione comprensibile nel contesto del film, ma per far funzionare la storia bisogna accettare che praticamente nessuno abbia fatto granché dopo ciò che è accaduto nel capitolo precedente.
Le reazioni del pubblico si sono concentrate molto proprio su questo aspetto, insieme alla sensazione che la sceneggiatura utilizzi troppe coincidenze e scorciatoie per riportare Danny nella stessa situazione.
Sono d’accordo.
Non pretendo realismo documentaristico da un action thriller, però almeno una spiegazione un po’ più solida avrebbe aiutato.
L’action c’è, ma sembra più piccolo
Un altro limite evidente è la componente action.
Il film dura circa 84 minuti, quindi sulla carta non dovrebbe avere il tempo di annoiare.
Eppure alcuni passaggi risultano sorprendentemente lenti.
Danny prepara trappole, si muove sull’isola, prova ad anticipare gli avversari e affronta diversi pericoli, ma le sequenze non hanno sempre quella sensazione di urgenza che mi aspetterei da un film costruito quasi interamente attorno a una caccia.
Ci sono momenti efficaci.
Il paesaggio aiuta moltissimo.
La natura rende l’isola minacciosa e offre un ambiente perfetto per agguati e fughe.
Le riprese sono state realizzate nell’area di Vancouver, e visivamente il film sfrutta bene boschi e zone isolate.
Manca però quella scena capace di farti dire: “Ok, per questa valeva il secondo capitolo”.
Il primo film aveva almeno qualche sequenza che riusciva a costruire suspense.
Il secondo sembra spesso accontentarsi di arrivare alla scena successiva.
Il cattivo non cresce abbastanza
La vendetta dovrebbe rendere gli avversari molto più personali.
In teoria funziona.
La comunità non vuole semplicemente fermare Danny: vuole punirlo, colpendolo attraverso sua figlia.
Questo dovrebbe produrre un antagonismo molto più feroce rispetto al primo capitolo.
E invece i cattivi rimangono abbastanza superficiali.
C. Thomas Howell torna come Stanley Dixon e la sua presenza aggiunge almeno un volto riconoscibile, ma il film non costruisce attorno a lui un villain abbastanza forte da reggere l’intera seconda parte della storia.
Il risultato è che Danny sembra affrontare soprattutto “il gruppo”.
Una minaccia collettiva.
Funziona per un survival.
Molto meno per un sequel che dovrebbe trasformare la vendetta in qualcosa di personale.
Doveva essere più grande, invece sembra più economico
La sensazione generale è quasi paradossale.
Il secondo capitolo dovrebbe essere quello in cui il progetto si libera dalla fase introduttiva.
Conosciamo Danny.
Conosciamo Alex.
Conosciamo l’isola.
Conosciamo i nemici.
Perfetto: adesso possiamo alzare il livello.
Invece Chapter Two sembra più piccolo.
Anche alcune recensioni professionali hanno sottolineato una produzione più povera e una messa in scena meno convincente rispetto alle potenzialità della storia.
Si percepisce soprattutto nell’azione.
Non servivano esplosioni ogni trenta secondi, ma un paio di sequenze più ambiziose avrebbero aiutato tantissimo.
Se hai un ex soldato delle forze speciali che torna volontariamente sull’isola controllata da una setta armata per riprendersi sua figlia, hai praticamente chiesto al pubblico di aspettarsi Rambo.
Poi però gli dai Rambo con il budget della gita aziendale.
Almeno non perde tempo
Un merito glielo riconosco: One Mile: Chapter Two non si trascina per due ore.
Entra abbastanza velocemente nella storia, stabilisce l’obiettivo e procede verso la conclusione.
In un periodo nel quale anche un thriller semplicissimo sembra obbligato a durare 145 minuti, vedere un film che chiude la pratica in circa un’ora e venti è quasi rilassante.
Il ritmo complessivo quindi evita il disastro.
Anche nei momenti meno interessanti sai che qualcosa succederà a breve.
Il problema è che troppo spesso ciò che succede è esattamente ciò che immaginavi.
Il finale funziona meglio del percorso per arrivarci
La parte conclusiva mi è piaciuta più del blocco centrale.
Non perché improvvisamente il film diventi straordinario, ma perché finalmente accelera e mette Danny davanti alle conseguenze di tutto ciò che è successo.
La storia trova una chiusura abbastanza soddisfacente e, soprattutto, sembra finalmente capire che questo deve essere il punto d’arrivo.
Ed è importante.
Non sento il bisogno di One Mile: Chapter Three.
Se qualcuno sta già scrivendo “Chapter Three” su una lavagna in una sala riunioni, suggerirei gentilmente di cancellarlo.
A volte fermarsi è una qualità narrativa.
Il mio giudizio su One Mile: Chapter Two
Il primo capitolo per me era un 6: semplice, pieno di elementi già visti, ma abbastanza teso da risultare piacevole.
Il secondo scende.
One Mile: Chapter Two è un sequel guardabile ma decisamente meno riuscito, che prende una premessa potenzialmente più esplosiva e la trasforma in una versione più debole del film precedente.
Ryan Phillippe resta credibile.
L’ambientazione continua a funzionare.
Il finale fa il suo dovere.
Ma la sceneggiatura ha troppi buchi, l’action non decolla e soprattutto manca quella sensazione di pericolo che dovrebbe essere fondamentale per un survival thriller.
Non mi sono annoiato in maniera drammatica.
Ma non mi sono neppure mai sentito coinvolto come avrei voluto.
La Recensione
One Mile: Chapter Two
One Mile: Chapter Two chiude la storia di Danny e Alex senza riuscire a migliorare il primo capitolo. Ryan Phillippe tiene insieme il film, ma la sceneggiatura è troppo comoda e l’action sorprendentemente poco incisivo.
PRO
- se avete visto Chapter One, ha senso arrivare alla conclusione
- yan Phillippe è ancora convincente
CONTRO
- ripete troppo il primo film
- molte situazioni sono poco credibili
- i cattivi rimangono superficiali
- sembra un sequel realizzato con meno idee e meno mezzi


