Per te era in sala da ottobre, ha incassato quasi un milione e mezzo di euro ed è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma. Io, con la consueta disciplina con cui gestisco il mio rapporto con il cinema, me lo sono perso lo stesso. Non per disinteresse. Anzi, era esattamente il tipo di film che mi dicevo di voler vedere. Solo che c’era sempre qualcosa di meno impegnativo da guardare, e la settimana prossima non è mai arrivata. Da giovedì 21 maggio è su Netflix, ha già conquistato la vetta della Top 10 italiana, e sui social molta gente commossa che ne parlava. Non avevo più scuse.
Alessandro Aronadio firma la regia del suo quinto lungometraggio, terza collaborazione di fila con Edoardo Leo dopo Era ora e Io c’è. La storia è quella di Paolo, poco più che quarantenne a cui viene diagnosticato un Alzheimer precoce, e di Mattia, suo figlio undicenne che pian piano smette di essere solo il figlio e diventa il punto fermo di tutta la famiglia. Il film nasce dalla storia vera di Mattia Piccoli, il ragazzo che nel 2021 è stato insignito del titolo di Alfiere della Repubblica dal Presidente Mattarella per come si prendeva cura del padre malato.
I film sulla malattia degenerativa seguono, nella maggior parte dei casi, un copione ben rodato: la diagnosi come colpo di scena, il declino mostrato con crescente durezza, la famiglia che si sgretola o si stringe a seconda delle convenienze dello script, e una scena madre negli ultimi dieci minuti calibrata per farti piangere nel momento stabilito. Per te non rispetta questo schema, o almeno lo rispetta meno di quanto mi aspettassi, e già solo per questo vale la serata.
La malattia entra nella storia in punta di piedi, come capita nella realtà. Prima dimenticanze, piccoli vuoti, momenti in cui Paolo sembra solo stanco. Poi quei momenti si fanno più frequenti, più evidenti, impossibili da minimizzare. Aronadio sceglie di non accelerare, di non cercare la scena che urla, e questa misura è la cosa che funziona meglio nel film. Non ti mette le mani in tasca ogni cinque minuti.
Il pubblico italiano ha imparato a conoscere Leo attraverso un registro molto preciso: la commedia, l’ironia romana, il personaggio che trova la battuta nel momento meno adatto. Metterlo in un ruolo del genere sembra una scommessa. E invece è probabilmente la scelta più intelligente del film.
Vederlo perdere lucidità, confondersi, cercare di tenere in piedi una normalità che scivola via, fa male proprio perché lo si conosce bene in tutt’altro contesto. Non è un attore che scegli per fare “il grande malato da film”. È un attore che scegli quando vuoi che lo spettatore pensi: questo potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere mio padre. Leo non alza mai la voce, non cerca la scena madre, lavora in sottrazione. E funziona.
Teresa Saponangelo è la parte del film che tiene tutto il resto in piedi. Michela non è la moglie-spalla che esiste per servire l’arco narrativo del marito. Ha rimpianti suoi, silenzi suoi, un modo di stare vicina a Paolo che non è rassegnazione ma qualcosa di più complicato da nominare. Saponangelo lo porta sullo schermo con quella precisione secca che le riconosciamo da anni.
La sorpresa vera si chiama Javier Francesco Leoni: undici anni, primo film in assoluto. Mattia è il centro vero di Per te, più ancora di Paolo e della malattia, e tenere sullo schermo un bambino senza trasformarlo né in santino né in vittima è una delle prove più difficili di questo tipo di cinema. Leoni la supera con una naturalezza che lascia disorientati, specie pensando che prima di questo film non aveva mai recitato.
Il rapporto tra Mattia e Paolo è quello che resta dopo i titoli di coda. Aronadio ha il buon senso di non spiegarti mai quello che stai già sentendo. Ci sono scene tra i due, piccole abitudini quotidiane e momenti di tenerezza che sai già essere a tempo, che non chiedono il tuo permesso.
Dove si inceppa il film?
La sottotrama con Nicola, il fratello di Paolo con cui deve ricucire un rapporto interrotto da anni, è la parte che convince meno, visto che sembra un personaggio arrivato da un altro film con una funzione narrativa troppo visibile per passare inosservata. Il finale, pur senza gli eccessi che temevo, concede qualcosa al sentimentalismo che i novanta minuti precedenti avevano tenuto a bada con più rigore.
C’è poi la scritta “tratto da una storia vera” in apertura, che ho letto come una scorciatoia emotiva, dato che predispone lo spettatore prima ancora che il film abbia fatto qualcosa per meritarselo.
Chi a ottobre se lo era perso ha adesso la strada libera. Voi l’avete già recuperato? Com’è andata con i titoli di coda?
La Recensione
Per te
Un film onesto su un tema scivoloso. Aronadio riesce dove molti falliscono: racconta una storia pesante senza farne un peso. Edoardo Leo sorprende nel registro drammatico, Teresa Saponangelo è precisa come sempre, e Javier Francesco Leoni all'esordio regge il film sulle spalle meglio di quanto ci si aspetterebbe. La struttura classica e qualche passaggio prevedibile sono il prezzo di una regia prudente. Non è un capolavoro e non pretende di esserlo. Tratta la sua materia con rispetto, e in questo genere non è poco.
PRO
- Edoardo Leo in un registro inaspettato, che funziona proprio perché inaspettato
- Il rapporto padre-figlio costruito senza forzature
- Javier Francesco Leoni: un esordio che si ricorda
CONTRO
- La sottotrama del fratello rallenta il racconto senza aggiungere molto
- Il ritmo è lento: 115 minuti che richiedono la serata giusta


