Redux Redux mi ha colpito per un motivo molto semplice: prende una premessa da fantascienza che, in mano a molti altri, sarebbe diventata un catalogo di spiegazioni, regole, paradossi e diagrammi mentali, e invece la usa quasi tutta per raccontare una ferita. Il film è arrivato nel circuito digitale su Apple TV a noleggio o acquisto, dura 109 minuti e in questo momento ha un 97% di recensioni positive su Rotten Tomatoes. Non è un dettaglio da poco, ma secondo me il punto più interessante è un altro: raramente un film indipendente di fantascienza riesce a essere così essenziale senza sembrare vuoto.
La storia ruota attorno a Irene Kelly, interpretata da Michaela McManus, una donna che viaggia tra universi paralleli con una macchina piccola e rudimentale per fare sempre la stessa cosa: trovare Neville, l’uomo che ha rapito e ucciso sua figlia, e ucciderlo a sua volta. È una routine spietata, quasi meccanica. Cambiano i dettagli, cambiano piccoli elementi del mondo attorno a lei, ma il gesto resta lo stesso. Ed è proprio questo che il film capisce bene fin dall’inizio: la fantascienza non serve a stupire con il giocattolo tecnologico, serve a dare forma a un dolore che non riesce più a fermarsi.
La cosa che ho apprezzato di più è che Redux Redux non perde tempo a spiegarmi l’origine della macchina, chi l’abbia costruita, quante altre persone la usino o con quali regole esatte funzioni. Mi dà il minimo indispensabile e poi va avanti. Ed è una scelta intelligente, perché il film sa che il centro non è la macchina, ma Irene. Sa che la vera domanda non è “come funziona?”, ma “quanto può andare avanti una persona a vivere soltanto per la vendetta?”. In questo senso il film mostra una fiducia rara nello spettatore. Non ti imbocca, non ti tratta come uno che ha bisogno del manuale d’istruzioni. E fa bene.
Michaela McManus regge quasi da sola una buona parte del peso del film, e lo fa con una prova molto controllata. Irene parla poco, si muove come una donna che ha smesso da tempo di cercare conforto, eppure non è mai un personaggio spento. Anzi. Ha una tensione interna continua, una specie di rigidità stanca che si legge negli occhi e nel corpo ancora prima che nelle parole. Mi è piaciuta proprio per questo: non cerca di rendere Irene “simpatica”, né di addolcirne il lato più cupo. La interpreta come una persona che si sta consumando poco alla volta e che, in fondo, lo sa benissimo.
Poi il film cambia passo quando Irene, in uno degli universi attraversati, trova Mia, una ragazza di quindici anni ancora viva e legata, che può salvare prima che diventi l’ennesima vittima di Neville. Da quel momento Redux Redux smette di essere solo un film sulla ripetizione ossessiva del trauma e diventa anche una storia su un possibile legame. Non dico redenzione, perché sarebbe una parola troppo grande e forse anche troppo facile. Però qualcosa si apre. Irene continua a essere una donna rotta, Mia resta una ragazza difficile, a tratti provocatoria, ma tra loro nasce una dinamica che dà al film il suo lato più umano. E lì, per me, funziona ancora meglio.
Non tutto è impeccabile. La seconda metà, nel tentativo di allargare un po’ il mondo del film e dare più spazio al lato d’azione, perde leggermente la precisione della prima. Alcuni passaggi sembrano meno forti di quanto promettano, e certe scene con Mia non hanno sempre la stessa naturalezza. Però il film non crolla mai davvero, perché torna sempre a fare la cosa che gli riesce meglio: restare vicino ai personaggi e al loro trauma condiviso. Quando Redux Redux si concentra su questo, trova una misura molto bella. Quando prova a diventare più “grande”, qualche scricchiolio si sente. Ma non abbastanza da compromettere il risultato.
Mi è piaciuto anche il modo in cui il film appare visivamente molto semplice, quasi dimesso, ma senza sembrare povero. I diner, le strade, i luoghi di passaggio, la casa vuota, la macchina che sembra una cabina metallica senza fascino particolare: tutto contribuisce a creare un mondo concreto, terreno, quasi banale. Ed è proprio questa normalità a rendere più disturbante l’idea che Irene possa saltare da una realtà all’altra come se stesse attraversando una porta qualsiasi. Il film non punta mai a uno spettacolo enorme, e secondo me fa bene. Se avesse provato a gonfiarsi artificialmente, avrebbe perso il suo peso emotivo.
Un altro merito che gli riconosco è il finale. Redux Redux non cerca la spiegazione definitiva, né il colpo di scena che rimette in ordine ogni cosa all’ultimo minuto. Lascia spazio all’ambiguità e non mi sembra una fuga, ma una scelta coerente con il tipo di storia che sta raccontando. Perché il film non parla di una missione da completare con successo, parla di una donna che vive dentro una spirale e che forse, a un certo punto, intravede una via d’uscita che non coincide più con il sangue. Non servivano risposte scolpite nel marmo. Serviva coerenza. E secondo me la trova.
Alla fine, Redux Redux mi è sembrato uno di quei film piccoli nel budget ma non nelle idee. Non reinventa la fantascienza, non inventa un linguaggio mai visto, ma ha qualcosa di raro: sa che cosa lasciare fuori. E in un genere che spesso confonde la complessità con l’accumulo di dettagli, questa è quasi una forma di coraggio. Se ti piacciono i film che uniscono dolore, vendetta e fantascienza senza trattarti da spettatore passivo, questo secondo me merita una possibilità. Tu come la vedi: in un film così preferisci che ti spieghino tutto oppure ti piace quando una parte del mistero resta sospesa?
La Recensione
Redux Redux
Per me Redux Redux è un ottimo esempio di fantascienza indipendente: essenziale, doloroso, molto centrato sul personaggio e abbastanza sicuro da non annegare nelle spiegazioni. Ha qualche piccola incertezza nella seconda metà, ma trova una buona intensità emotiva e una protagonista davvero convincente.
PRO
- Ha una premessa forte e la usa bene senza complicarla inutilmente
- Michaela McManus regge il film con una prova intensa e controllata
- Unisce fantascienza, vendetta e lutto in modo insolito
CONTRO
- La seconda metà è un po’ meno precisa della prima


