Stephen King ha scritto cose sotto falso nome che fanno più paura dei suoi romanzi firmati con il suo vero nome, e questo la dice lunga su quanto il tipo sappia fare il suo mestiere anche quando non ha voglia di riconoscerlo pubblicamente. Negli anni Settanta e Ottanta, sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, ha prodotto una serie di romanzi distopici con una caratteristica precisa: partono da premesse semplicissime e le portano avanti con una logica così implacabile da diventare quasi insopportabili. The Long Walk – Se ti fermi muori, tratto da uno di quei romanzi e diretto da Francis Lawrence, è esattamente questo tipo di film. Non succede quasi niente per centotto minuti, e per centotto minuti non riesci a staccare gli occhi dallo schermo.
La premessa si spiega in trenta secondi. In un’America alternativa degli anni Settanta, devastata da una guerra e governata da un regime autoritario, ogni anno cinquanta ragazzi vengono selezionati per camminare lungo un’autostrada. Le regole sono tre, e sono molto semplici: non rallentare mai sotto i cinque chilometri orari, non fermarsi mai, non cadere mai. Chi riceve tre avvertimenti viene abbattuto dai soldati che seguono la marcia su veicoli militari. L’ultimo rimasto vince. Non ti viene detto cosa vince, e in qualche modo questo è già parte del punto.
Francis Lawrence, che dopo quattro film di Hunger Games conosce il territorio delle distopie con adolescenti intrappolati in giochi mortali meglio di chiunque altro in circolazione, sa perfettamente che il rischio principale di un film del genere è l’immobilità narrativa. Cinquanta ragazzi che camminano lungo una strada non sembrano il materiale più dinamico su cui costruire centotto minuti di cinema. La soluzione, qui come nel romanzo, sta tutta nelle persone: in quello che si dicono mentre camminano, in quello che nascondono, in quello che vengono a sapere l’uno dell’altro ora dopo ora mentre le gambe cedono e la lucidità va via insieme al sonno.
Al centro di tutto ci sono Ray Garraty e Peter McVries, interpretati da Cooper Hoffman e David Jonsson, e la loro è una di quelle coppie cinematografiche che funzionano talmente bene da farti dispiacere che il film debba finire. Garraty è il tipo sensibile che in qualsiasi altra storia sarebbe il primo a cedere; McVries è quello che sembra non prendere niente sul serio fino a quando non ti accorgi che invece sta prendendo tutto dannatamente sul serio. Insieme costruiscono qualcosa che assomiglia a un’amicizia vera, il tipo di legame che si forma solo nelle situazioni in cui non hai altro da fare che essere onesto perché le energie per mentire sono finite da un pezzo. Intorno a loro si muovono altri ragazzi, ognuno con il proprio modo di gestire la paura, tra cui Charlie Plummer nei panni di Barkovitch, che ha scelto di trasformare il terrore in cattiveria e lo fa con una coerenza che fa quasi più paura dei soldati.
Le morti ci sono, e sono brutali nel modo in cui certe cose devono essere brutali per lasciare il segno. Non c’è niente di estetizzato nel modo in cui Lawrence le mostra: sono violente, rapide e completamente prive di quella sacralità cinematografica con cui di solito si accompagnano le morti nei film di genere. Funzionano proprio perché sembrano incidenti, cose che capitano nel mezzo di una frase, e questo è il dettaglio più onesto di tutto il film rispetto a cosa significa davvero quello che sta succedendo sullo schermo.
Il paesaggio che i ragazzi attraversano fa un lavoro preciso: un’America impoverita, svuotata, che guarda la marcia come l’unico spettacolo che le è rimasto. Ci sono scene in cui le strade deserte e le città abbandonate dicono più di qualsiasi dialogo, e Lawrence le usa con la pazienza di chi sa che non deve aggiungere un commento a quello che l’immagine dice già da sola.
Non è un film facile, e non è un film per tutti. Ma se hai la pazienza di stargli dietro, ti ritrovi a fare il tifo per due ragazzi che camminano lungo una strada sapendo già che non possono andare avanti all’infinito, e questo è sufficiente.
E tu hai visto il film? Dì la tua nei commenti. Il film è disponibile su Apple TV+.
La Recensione
The Long Walk - Se ti fermi muori
The Long Walk - Se ti fermi muori è tratto dal romanzo distopico di Stephen King scritto sotto lo pseudonimo Richard Bachman, diretto da Francis Lawrence e interpretato da Cooper Hoffman e David Jonsson. In un'America alternativa degli anni Settanta, cinquanta ragazzi devono camminare senza mai rallentare o fermarsi, pena la morte. Un film in cui non succede quasi niente nel senso tradizionale del termine, ma che tiene alta la tensione per tutta la sua durata grazie a una coppia di protagonisti straordinaria e a una regia che sa usare il paesaggio come elemento narrativo. Le morti sono brutali e senza retorica, il ritmo è lento ma mai vuoto. Giudizio: un film distopico che fa paura senza mostri, e funziona proprio per questo.
PRO
- Cooper Hoffman e David Jonsson formano una delle coppie più riuscite che vedrai in un film di genere quest'anno, capaci di costruire un'amicizia credibile in condizioni impossibili
- La premessa è semplicissima e viene portata avanti con una logica implacabile che non lascia respiro pur non mostrando quasi nulla
- Francis Lawrence sa usare il paesaggio americano come se fosse un personaggio vero, e ogni inquadratura racconta qualcosa che i dialoghi non dicono
CONTRO
- Il ritmo è volutamente lento e non accelera mai davvero, il che in certi momenti può pesare soprattutto nella parte centrale


